Marco Lodoli per Fahrenheit 2011

Il Libro dell’Anno 2011 è Italia di Marco Lodoli.

Pubblicato da Einaudi, il libro di Lodoli è stato proclamato vincitore ieri da Fahrenheit, nel giorno di chiusura della Fiera Piu’ Libri Piu’ Liberi che ha registrato 56mila visitatori. Dopo Gomorra di Roberto Saviano, Storie di uno scemo di guerra di Ascanio Celestini, Mal di pietre di Milena Agus – solo per citarne alcuni – Lodoli e’ stato scelto dagli ascoltatori, chiamati a votare tra i 12 libri del mese che loro stessi hanno eletto durante l’anno.

Fonte: Ansa

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  • Alberta Boato

    Lettera di una professoressa

    Sono un’insegnante di Scienze e lavoro nel Liceo Scientifico da oltre 25 anni, anni in cui ho insegnato con passione materie che amo moltissimo e collaborato con entusiasmo a molti progetti e attività, con grande soddisfazione mia, degli alunni e dei loro genitori.
    Da meno di due anni mi è stata diagnosticata una malattia grave e invalidante, e all’inizio di questo anno scolastico ho realizzato con molto dispiacere di non essere più in grado di svolgere dignitosamente la mia attività didattica, per cui con una decisione davvero molto sofferta ma inevitabile ho lasciato l’insegnamento e mi sono messa in malattia.
    Il massimo congedo che mi è concesso è di 18 mesi. Per la pensione di anzianità, sono troppo giovane e 32 anni di contributi non sono comunque abbastanza per uno Stato che negli anni delle vacche grasse ha permesso a troppe persone di andarci con meno di 20. L’invalidità, 60%, è troppo poco, e l’handicap c’è ma non è abbastanza grave. Non mi resta che l’incontro (perché di visita non si può parlare) presso la Commissione Medica di Verifica, allo scopo di valutare la mia idoneità.
    Queste commissioni ora operano a livello regionale.
    Premetto che non sono in grado di guidare e nessuno poteva accompagnarmi. Recarmi sul posto mi ha richiesto un viaggio di circa quattro ore tra bus (in ritardo), treno (in ritardo) e bus (ogni mezz’ora).
    La convocazione è alle 14.45 per tutti i convenuti, in tutto tre.
    Siccome sono ansiosa, sono lì da oltre un’ora e la segretaria mi fa passare per prima. Entro, saluto. Mentre mi siedo mi arriva un sms, ma non lo leggo. Però è importante, perché così so che ora è: sono le 14.44.
    I Commissari – due – non salutano, non si presentano né si qualificano. Lei è la signora?… si. “E’ la prima volta che si presenta qui?” si. Ha la documentazione? si. Uno dei due comincia a scrivere il verbale, l’altro sfoglia la mia certificazione medica.
    “Quando è entrata in ruolo?” La risposta a questa domanda – 1984 – è davvero fondamentale per accertare la mia buona salute, infatti è subito seguita dall’affermazione “Lei vuole continuare a lavorare, vero?”. Tento di dire che non sono in grado di gestire le classi …“ ma noi le troviamo altre mansioni!” … non so se sono in grado di imparare un nuovo lavoro… vorrei rimanere nella sede attuale… “la sede non è di nostra competenza!”. “A quando risale la prima diagnosi?” …2011. “Ma lei si sta curando, vero?” …c’è il piano terapeutico… “può andare!” . Resto senza parole. “PUO’ ANDARE!”. Quando saprò l’esito? “Due settimane”.
    Uscita dalla stanza mi siedo un attimo in sala d’aspetto per riprendermi dallo choc, leggo l’sms ricevuto prima – in bocca al lupo da un amico – e rispondo. Sono le 14.50. La visita è durata, stando larghi, sei minuti.
    Ma la più bella deve ancora venire. Uno dei commissari, affacciandosi alla porta, mi vede e mi chiede “Anche lei è qui per la visita?”. Sono un po’ lenta, è la malattia, così per me rispondono gli altri: è appena uscita.
    Però al ritorno ho avuto fortuna: il treno prima aveva mezz’ora di ritardo e l’ho preso al volo, così ci ho messo solo tre ore e mezza per tornare a casa.
    Io sono fiera di essere stata un fedele servitore dello Stato. E continuo a esserlo. Trovo umiliante che non venga concesso dai funzionari – miei colleghi e servitori dello stato come me – un ascolto di pochi minuti per trovare una soluzione accettabile a un grave problema personale. Trovo indegno che la commissione tratti il dipendente pubblico ammalato come un imputato, negando il rispetto dovuto alla condizione. Trovo offensivo che sia negata a un dipendente statale ancora in servizio la possibilità di discutere dignitosamente e tra pari come sia meglio gestire dal punto di vista formale la situazione nell’interesse di tutte le parti in causa.
    Ma Benigni mi ha insegnato a sorridere di tutto. E così rido, e spero di aver fatto ridere anche voi.

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