
Questa storia sarà di intenzionale brevità e relativa inconsistenza. Incominciamo. C’erano una volta due ricche massaie, Marina e Marella. Di loro nulla diremo oltre la pura notizia che, a dispetto dei nomi, non erano figlie del mare, ma solide esponenti della città in cui erano nate e vivevano e dalla quale, con metodo, sentivano il bisogno di evadere ad alimentare e alimentarsene dell’ideale, comune come le reti di recinzione, di tranquillità e benessere psichico e fisico, specie quello posturale, insomma, via dallo stress : summa dei traguardi o sol dell’avvenire promessi dalla quasi totalità di studi, palestre e centri benessere ; a parte, i più accorti lo sanno, il discorso delle chiese il cui sol dell’avvenire è un sepolcro. Marina e Marella però, amiche per la pelle, erano peraltro l’utente ideale di quei mondi di perfezione in body e leggins, metodiche nell’essere volubili passavano da questo a quel centro o palestra o studio, pagavano ogni volta una nuova retta, trovavano e perdevano ogni volta la soluzione ai loro problemi con la gravità terrestre, librarsi dalla quale era l’impegno di cui ridiscutevano a ogni inizio di settimana, in attesa di rivedersi ogni fine settimana nelle loro belle case di Santa Margherita – vasti giardini con palme e orti a cura, per entrambi, di un certo signor Mario –. Questa è una sommaria presentazione delle due massaie che però, aggiungiamo come dato a sostanziare il loro comune temperamento, per i bisogni alimentari quotidiani, cucinare no, non cucinavano mai, nemmeno un brodino di dado con pastina, e sempre per interposta persona cioè per mano di vere ed esperte cuoche. Con ciò, da vere padrone delle loro case, alle loro cuoche di quando in quando suggerivano le novità culinarie delle brave cuoche delle brave amiche loro, delle due massaie, non delle loro cuoche. Qui al racconto potremmo dare un niente di respiro con particolari, piccanti trattando di cucina, aggiungervi una polvere di polemica, arricchirlo di decorazioni e colore. Preferiamo il bianco e nero e tiriamo avanti.
Era prossima la fine dell’anno, quale anno di preciso non sappiamo ; precisarlo per via di indagini traverse non è stato possibile e per di più ci siamo convinti che farlo non avrebbe interessato nessuno di voi né, questo è certo, avrebbe potuto cambiare la forma dell’avvenimento in questione, quel che, narrandone una sintesi, per voi sottoponiamo a questione. In prossimità di quella data, intesa fatidica, l’ultimo giorno di dicembre, le due massaie sapevano di dover dare un giorno di permesso alle cuoche così, con astuta premeditazione, anticiparono quel permesso al sabato anteriore e ordinarono loro un menù di dovizie e piatti di pregio per la festa di fine d’anno, in modo che le cuoche avessero il tempo di portarsi avanti con le preparazioni, nei giorni anteriori e successivi al dovuto riposo settimanale. I piatti sarebbero stati destinati a una piccola round table di quello che Marina e Marella, negli anni loro migliori, avevano definito brodo ristretto, ovvero sia una esigua cerchia di loro eletti amici, e affini alle superbe condizioni finanziarie e quindi sociali dei loro rispettivi consorti. Condizioni che va da sé il lettore deve immaginarsi tali per cui le domus di proprietà, dove Marina e Marella vivevano, assunte nella posizione per le donne classica cioè di vassalle dei mariti ( a volte non solo dei loro), e una delle quali due era stato deciso essere la location adatta alla festa, quelle erano magioni su più piani, circondate da vasti giardini e ricche al loro interno di ogni oggetto d’uso o di decoro, ma lussuoso e, come è ovvio ritenuto di gusto raffinato ; a misura di reggia erano tappeti e porcellane come solo da Eskenazi a Londra, gli arredi solo di firme storiche illustrissime dai Kolemann e Moser fino ai Magistretti e ai Ponti, nel complesso tutti pezzi da museo delle arti applicate. Omettiamo di citare lo sciabolìo di tele ma per curiosità o pettegolezzo segnaliamo : dai fiamminghi a Rothko.
Le cuoche, quattro Rosario, Vega, Isabella, Layla furono impegnate più che nei versi dell’Achillini quei suoi fochi, sudando altrettanto ma a preparar timbàlli, di maccheroni e di riso, con carni di piccione e rigaglie di pollo ; e poi mayonnaises e insalate più e meno russe, paté di vitello e fegatelli di maiale con la rete, e sardine in saòr, in carpione, e grandi pesci di stagione da cuocere all’ultimo ; per questi soltanto le cuoche raccomandarono alle signore che, così com’erano stati da esse loro conciati con agrumi, olii e spezie, si ricordassero di mandarli al forno ben caldo, duecentoventi gradi, trentacinque minuti ; infine se uno avesse spiato l’apposito grande refrigeratore vi avrebbe trovato pronti, allineati come pezzi su una scacchiera, dolci al cucchiaio di squisita fattura : flan de nata e leite créme e altri, bellissimi al vedersi e molto colorati, questo di un rosso lampone, quello di un color pistacchio, o di menta, e altri ancora gialli come il mango : più di belle tumide labbra inviti per il desiderio. In definitiva la quantità di cibo preparata avrebbe potuto nutrire una barca di miserabili e invece era destinata a un’àgape di persone che in larga maggioranza e per sicuro e per un motivo o per l’altro, gótta non esclusa, erano a dieta e che tutte per un motivo o per l’altro avrebbero commentato ogni portata con osservazioni salaci o didattiche sui trigliceridi, sui colesteroli, sui glucidi, sui sali e insomma con tutte le amenità di sanità culinaria che caratterizzano oggi il convivio come esercizio di ascesi dell’eccesso tra le popolazioni ricche del pianeta. Il cenone, così lo si chiama, si sarebbe risolto in una gara di assaggi e ahmnò.
Alla lista dei manicaretti le due massaie, e in funzione della molta mayonnaise confezionata a perdere, decisero che avrebbero aggiunte un paio di aragoste, grandi per l’amor di dio, e che le avrebbero cucinate loro stesse con le nostre manine sante si risero addosso. Per l’acquisto risolsero per il mercato generale dove, all’alba dell’ultimo dì ddi dicembre, pescarono dalla loro vasca due aragoste, vive ovviamente e con chele come si usa, strette da fascette azzurre di contenimento. Questo fatto, cioè che le aragoste fossero vive nella vasca, sconcertò non poco le due massaie che di animali morti se ne intendevano nella misura in cui ignoravano che gli animali d’abitudine non nascono morti ma che tali lo diventano e con metodi o motivi che le due fino ad allora avevano preferito ignorare. L’essere viventi di quelle due creature viventi, le obbligò quindi a chiedere, con la timidezza che il caso necessitava, ma adesso come facciamo… mettendo, nell’intonare la loro domanda all’unisono, di preciso i tre puntini sospesi che voi avete letto ; solo che loro due, Marella e Marina, li sospesero dove fu loro possibile, cioè per aria. Il pescivendolo non si perse d’animo e interpretò la sospensione dei puntini come assunzione di un punto di domanda e dunque replicò senza esitare, n’una casserola ma grande, acqua a bollore e quand’è a bollore mettete l’animale com’è, cinque minuti non oltre o la carne la vi diventa una stoppia. Ma ( alcuni altri puntini sospesi) vive, dissero di rimbalzo le due massaie roteando gli occhi quasi a smarrirli in preghiera agli alti soffitti rombanti di voci, di richiami, di imprecazioni, urli, clangori metallici e del ghiaccio che si rovesciava a quintali sulle pile di pesci e le cui onde sonore rimbalzavano tra vetri e metalli in un brouhahà dal quale la grazia è assente ed è però l’ambiente sonoro tipico dei mercati coperti. Davvero, ma non succede mica nulla, l’aragoste le sono abituate, replicò il pescivendolo, e questa volta con un sorriso che le due massaie non riuscirono a interpretare, tanto il suo cinismo di mercante maschio era ben dissimulato sotto uno strato di barba trascurata, che ammiccava dalla propria condizione di borghese improprio, certo rispetto ai capitani della città, convinto che forse forse a braccio di ferro, il proprio portafogli, potrebbe vincere quella di dame in Gucci. L’acquisto fu concluso e le due galopparono verso casa. Ormai erano le sette e mezza e l’ora del raduno di avvicinava. Nella location prevista, cioè nella domus fastosa di Marella filarono in cucina, accesero i due forni per il pesce e si misero a cercare un pentolone abbastanza grande per abbastanza acqua. Lo trovarono, era polveroso e un po’ unticcio tanto era il tempo che non lo si usava. Lo misero in lavapiatti dove occupò tutto un ripiano, fecero partire un lavaggio rapido e attesero che la macchina compisse il miracolo (la umile bisogna) di quella miracolosa lavanda. Empita che fu d’acqua la pentolona e messa sul fuoco, esse attesero. Intanto Marina e Marella si misero a osservare le due aragoste che, vive sul grosso ceppo da macelleria della cucina, parevano si osservassero l’un l’altra con quei loro occhi estroflessi e con chissà che pensieri sotto la corazza ; pareva esserci del nervosismo nei piccoli movimenti imbrigliati che compivano o, più esattamente tentavano di compiere. Le due donne decisero che era ora di liberarne una, delle predestinate : tagliarono le fascette, l’afferrarono per la coda, non senza avere indossato dei bei guanti di nitrile azzurri, e via trottarono verso la pentolona dove intanto l’acqua ribolliva. Fecero cascare il crostaceo nell’acqua fervente ma, poiché ne avevano liberato le chele, questo le chele spalancò sopra il bordo del pentolone e se la coda, mollata di colpo dalla due massaie improvvisate, era finita nell’acqua, il resto del corpo no. Accadde allora un fatto che strappò urla di sconcerto alle due : perché, con la coda nell’acqua assassina, la bestia si agitava, tentando il come sfuggire alla sorte e, con le chele piantate sul bordo del pentolone si sforzava di scampare a quell’infernale wateboarding. Le due a quattro mani e prese dall’orrore, per sé stesse fronte al mistero della vita, tentarono di affondare l’aragosta giù nell’acqua colpendola sul busto e la testa con un martello batticarne. Ma la (povera) bestia resisteva e intanto alti mandava sibili e lai al cielo. Nessun dio scese però dagli olimpi a soccorrerla, le forze le mancarono, il corpo le bolliva e così poco dopo, straziato il suo sistema vitale, la bestia morì. Più tardi fu mangiata. Ma non dalle due massaie. Non conosciamo il resto delle loro vite.
Die Ende
Con questo raccontino di inizio anno e poiché gli auguri pare non siano ancora in scadenza, Elzemiro vuole quindi augurare buon anno a tutti i lettori. E più che ai lettori però alle lettrici. Avvisa che per questo mese sarà in vacanza e a prepararsi per il ritorno in servizio il martedì 3 del prossimo Febbraio. Di questo anno come è ovvio.


