Data di pubbl.: 2025
Traduttore: Gianmaria Finardi
Pagine: 176
Prezzo: 17,00 euro
A Pordenone Legge 2025, ho la grande fortuna di poter chiacchierare di libri e letteratura per la seconda volta, con Eric Chevillard, scrittore francese amatissimo, pubblicato da tempo in Italia dalla casa editrice Prehistorica Editore. Mi ritengo fortunato e sono grato agli editori per questo incontro, perché è molto piacevole ascoltare il suo narrare di scrittura e libri, e farlo in un piccolo cortile, in un angolo di quella che si può definire la mia città, al tavolino di un bar, dona al momento un fascino aggiuntivo.
Il libro protagonista è già stato pubblicato da Prehistorica, e che ora ci viene presentato in una nuova edizione, con una preziosa prefazione di Paolo Di Paolo, e una nuova copertina: Parliamo di “Santo cielo”.
Comincio con questa cosa: all’inizio del libro c’è scritto che Eric Chevillard è definito “l’inclassificabile”, per il suo genere, e per la sua scrittura. E per quella che è la mia piccola esperienza con i suoi scritti (Io ho letto “Sul riccio” che per me è il libro dei libri, ho letto “Dino Egger” e ho letto “Santo Cielo”), ho riscontrato quanto segue: in “Sul riccio” il protagonista avrebbe potuto scrivere, perché in realtà lui scrive sì, ma poi strappa le pagine, lui continua a strappare. In Dino Egger avrebbe potuto essere e in Santo Cielo, Albert il protagonista, avrebbe potuto … un’altra cosa, che ovviamente non sveliamo lasciando che i lettori si divertano. Ma ecco quindi la prima semplice domanda, che voglio farti:
Chi avresti potuto essere tu, Eric, se non fossi stato uno scrittore? Io ancora oggi, alle soglie dell’anzianità, ho dentro diversi desideri di potermi re-incarnare in un ruolo diverso da quello dell’impiegato bancario. E tu?
Bella domanda, ma molto onestamente non ho mai pensato di fare altre cose, se non lo scrittore, perché scrivere non è una attività che si sviluppa, ma è essenzialmente quello che c’è. La scrittura non la vedo come un’attività, ma è proprio un modo di essere. Ho studiato giornalismo, ma è una via che mi avrebbe portato più lontano dalla scrittura e dalla pubblicazione. Ho scritto per anni per Le Monde, ma era più critica letteraria. E ho un diploma universitario che ha molto valore in Francia, ma che non mi è stato davvero così utile.
Tornando invece sulla definizione che viene data all’inizio di questo libro, di te come scrittore inclassificabile per il tipo di scrittura, il pensiero che mi sono fatto io è che l’impossibilità di “incasellarti” sia conseguenza positiva della tua fantasia, che possiedi e impregna i tuoi libri. La tua meravigliosa fantasia è una sorta di patrimonio genetico che viene dalla tua famiglia, dal contesto sociale in cui sei cresciuto, che è maturata con gli studi e le frequentazioni, o è prodotta da te stesso, dal tuo osservare, dal tuo pensiero, dal tuo rielaborare e ovviamente dalla tua immaginazione?
Mio padre e mia madre sono notai, non sono particolarmente eccentrici, e svolgono la loro attività in modo molto serio e preciso. Riguardo quindi questa idea di inclassificabilità, ovviamente, non penso che ci siano molti scrittori a cui sia stato riservato questo complimento, ma nello stesso tempo, i critici cercano sempre dei paragoni, dei confronti con altri scrittori, e perciò mi hanno paragonato almeno ad una ventina di altri colleghi. Da questo penso che la singolarità ci sia certamente, altrimenti non avrebbe senso continuare a scrivere. Molto più interessante sarebbe capire se uno scrittore è originale di natura, e cerca, quindi, di esprimere questa sua singolarità, e tenta di strapparsi via, allontanarsi dalla banalità, oppure se è scrivendo che diventa originale. E questo è quello che sento più vicino a me. Il secondo caso.
Grazie Eric, questo aspetto dell’originalità che ci hai svelato è davvero molto interessante.
Veniamo ora al libro. “Santo Cielo”. Un uomo, Albert, si ritrova in un ipotetico al di là, dove viene accolto, informato di alcune situazioni, presentato ad altri, e condotto in una serie di luoghi, e invece di ricevere nell’immediato alcune risposte che si aspettava, suscitano in lui e in noi che leggiamo, nuovi interrogativi.
Rileggo una cosina che mi sono scritto, prima di fare la domanda, perché è una sorta di complimento. Il libro mi è piaciuto un sacco, mi è piaciuta molto anche la struttura, i quattro passaggi di Albert, nei quattro diciamo, uffici, ok? E per uno come me che ha passato un periodo lungo in compagnia dell’ipocondria e della paura di morire in ogni momento, e che ora invece sembra aver fatto pace con la morte, a me questa frase a pagina 38 è molto cara. Secondo me esprime grandi verità.
“La morte permette di relativizzare le piccole contrarietà dell’esistenza”, ma arrivare a comprendere una frase così mi c’è voluto un percorso, impegnativo e faticoso.
Proseguiamo ritrovando Albert che ad un certo punto si pone una domanda fondamentale: “Dove andremo a finire? La smetteremo mai di farci questa domanda, se persino da morti ce la poniamo ancora?” E da questo interrogativo di Albert è nata la mia domanda, che credo molti si pongano tutti i giorni: “Dove andremo a finire?” Abbiamo qualche possibilità, vedi qualche chance o questo mondo è veramente destinato al baratro?
Penso che ogni volta che un uomo si lancia in un’impresa, scatta una meccanica funesta per cui sembra che tendiamo all’armonia, si crede di andare verso la pace, si crede di andare verso la soluzione e in realtà tutto genera nuovi conflitti, nuove guerre e altra violenza. Temo che non possiamo liberarci di questo meccanismo, e penso che tentando di andare verso una soluzione, stiamo delegando per esempio all’intelligenza artificiale o alla macchina e con questo ci deresponsabilizziamo pensando che forse l’intelligenza artificiale o la macchina in sé possa trovare l’armonia per noi, e questo è un po’ assurdo.
Rimanendo in tema, non voglio chiederti se credi a qualche religione, nell’aldilà, voglio chiederti però, per condividere con te, se hai in testa l’idea che ci possa essere un’altra possibilità, chiamiamola così, possibilità, per esempio un desiderio che ho dentro e che ho trovato anche nel libro è di avere delle risposte su alcune grandi questioni che mi immagino di poter avere in un ipotetico oltre. Questa cosa mi dà speranza e nello stesso tempo, siccome è evidente che qui certe risposte non le troverò mai, mi fa pensare che ci possa essere una nuova possibilità, è una cosa che mi ha dato questo tuo libro.
Sì, abbiamo un po’ la stessa ossessione, che prova anche che noi esseri umani siamo incapaci di immaginare. La nostra immaginazione è troppo limitata per concepire un’altra forma di esistenza, di coscienza, quindi l’unica soluzione che vedo è di immaginare un luogo in cui ci interesseremo ancora alla vita terrestre, per colmare una curiosità. Quello che propongo le religioni, di un’altra vita nell’aldilà, lo vedo come qualcosa di romanzesco.
Un altro complimento che faccio è sul modo di scrivere e soprattutto sul proporre all’interno del libro, , degli elenchi, delle lunghe liste tipo questa:
“Ma lo sai che in questo momento dei mandrilli vagano nell’ombra della savana, una anziana signora, crolla, …” eccetera, eccetera.
Questi passaggi sono bellissimi, perché anche questi, come la frase di prima sulla morte, relativizzano i problemi della vita, quindi è fantastico.
Sì, questa scena in cui la moglie sta per annunciare ad Albert che lo vuole lasciare, e lui inizia con questa lista di accadimenti contemporanei, i più disparati, servono non solo per relativizzare, ma anche per spostare, per allontanare il momento del dolore che lo aspetta, e quindi parla, parla, parla, e la loro storia diventa come un’altra piccola storia nella grande trama di tutte le piccole storie. Quando la scrittura si inserisce in qualche modo tra lo scrittore e la brutalità del reale, scrivere diventa anche un modo di addolcire, ammansire un pochino lo shock della violenza che fa parte della realtà, ed è anche una tattica di sopravvivenza per non essere colpiti, folgorati da tutta questa violenza.
Questa risposta che hai dato ora si collega benissimo alla domanda uguale che ho fatto a Pierre Jourde l’anno scorso, sempre qui a Pordenone Legge.
Nel suo libro, o in una sua dichiarazione, Pierre diceva che l’autore è la prima vittima delle storie che racconta. Io mi ricordo che tanti anni fa ho fatto dei corsi di scrittura e l’insegnante ci invitava a fare attenzione, perché scrivere può essere bello, può essere addirittura terapeutico, però può essere anche che ti scopri, che guardi dentro di te facendoti anche molto male. Cosa pensi di questa cosa che diceva Pierre, e che anche io condivido?
È strano, perché la scrittura può essere un tentativo di cura, ma allo stesso tempo, è sia il rimedio che il coltello, sia l’antidoto che il veleno. Sicuramente può essere un modo per mettere fine al dolore, ma non la vedo come una terapia o una catarsi. È un modo per sentirsi nel proprio posto nel mondo e questo è già molto. Però per essere davvero interessanti, bisogna lavorare sul proprio sistema nervoso, e questo è doloroso. Molti scrittori hanno problemi di depressione, di alcolismo, quindi non la vedo una terapia efficace, ma lo scrittore che ha questo tipo di problemi, se non scrivesse cosa farebbe, cosa sarebbe? Probabilmente un notaio.
(RISATA GENERALE!)
Una domanda base che si fa a tutti gli scrittori. Io sono un lettore, non sono un giornalista quindi noi lettori siamo molto interessati a sapere che cosa legge uno scrittore quotidianamente, oppure in questo momento, in questo periodo cosa stai leggendo?
È divertente perché ho finito il nuovo libro di Pierre Jour che si intitola “La marchande d’oublies”, letteralmente “La commerciante d’oublies (un dolce tipico francese)”. È un libro molto grande, in cui Pierre ha affrontato senza paura i suoi demoni, i suoi tormenti, la sua oscurità. In questo periodo di settembre, mi sto dedicando ai molti amici scrittori che mi mandano i loro libri, come si fa generalmente. Regolarmente rileggo i classici, come “Lautreamont” o “Bouvard e Pécuchet”.
Allora, chiuderei con un dettaglio del tuo libro. Secondo me il finale è da un certo punto di vista geniale. Dall’altro punto di vista mi ha dato una coltellata pazzesca. Di certo Albert non si aspettava tutta questa burocrazia. E aggiungo: “soprattutto Claudio non si aspettava che succedesse ciò che i lettori scopriranno nelle ultime pagine”.
Grazie a Eric Chevillard, grazie ad Alice Laveda per il supporto nell’intervista, grazie a Prehistorica Editore (Giulia e Gianmaria).
Buona lettura.
Claudio Della Pietà.



