ELZEMIRO – Chi è Svevo Calabretto

Il Reno a Breitbach

Con il castello molto sfumato di sfondo e il Reno in primo piano, il panorama di ignoto (XVIII-XIX sec coll. priv.) che vedete è una patetica ma indicativa illustrazione di Breitbach (gran ruscello) ; un hameau renano visto dalla riva che oggi è in Francia, non lontanissimo da Basilea città dai tre confini ; le cime sulla sinistra sono tuttavia una magnificazione poetica e il sole, fosse un sole quello che illumina il paesaggio, in quella posizione pare licenza astronomica ; il fiume infatti, dal confine valtellinese corre tagliando la Svizzera per il corto e, tranne nel tratto da est a ovest tra  Costanza e Basilea, continua a scorrere poi, tutto seni e golfi ma a diritto, sempre su per il nord ; oppure, chissà per il pittore quell’astro fosse una luna arancione, sulla posizione della quale non si può sindacare oggi in assenza di metadati di ieri sulla composizione del quadro. Breitbach è uno tra gli ultimi comuni a segnare il limite della Svevia storica, quella dei federichi Hohenstaufen del sacro romano impero di nazione germanica e che oggi è, e in antico fu, culla e residenza della famiglia materna di Svevo Calabretto, i Signori von Breitbach zu Katzenlügen (bugie di gatto), località che invece, oggi come ieri, è arroccata su per bricchi tirolesi. Tra ideale pittorico ed eredità geografica ecco quindi il single spark o il signorile perlage (tra poco si accennerà anche al vino) di questa biografia, breve e solo molto in parte qui modellata dalla letteratura.

Per l’Elzemiro la biografia è una delikatesse slurpitesse aàhmpappabuona. Qui si prova a farne banchetto per urbi et orbi. Bon. Dell’annunciato Svevo, il Calabretto che per molti tuttavia suonerà un po’ calabrisella mia, eccone l’agiografia di garbo. Nel 1984, anno assunto al cielo del tragico in letteratura perecchio tempo prima, dopo un travaglio regolare cioè lungo e doloroso per la madre Misia (pianista per diletto come la pianista ritratta da Toulouse Lautrec) presso lUniversitäts-Kinderspital (ospedale universitario dei bambini) della Basilea svizzera, alle 9.53 del 25 giugno l’ostetrica Firmine Sonst, frontaliera di Folgensbourg (il paese che viene dopo?), firmò l’attestazione di nascita del bébe Calabretto con il nome maschile singolare che la Misia au bout de son souffle ma con un soffio in più di due sillabe, sussurò alla Firmine, Schwabe. Nella stessa giornata, in un’ora non resa nota alla stampa dalla direzione sanitaria di quell’ospedale, alla Salpetrière (la nitràia) di Parigi moriva a 57 anni di Sida, Aids per gli anglofoni, il filosofo Michel Foucault. Pourtant, tanto alla  morte di Foucault quanto alla nascita del figlio non fu presente il padre Saro, inteso Saruccio, in quanto nella stessa precisa ora in cui gli nasceva il cucciolo Schwabe, l’uomo era in volo da Roma a Palermo su uno dei nuovi MD80 della compagnia Ati (aereo trasporti italiani). Il Saro, inteso Saruccio, per virtù magica tentava di sedurre la passeggera accanto a lui seduta, perché si trattenesse a Palermo per una notte almeno, con lui si intende. Quella passeggera, per inciso una creatura alta, sottilissimi attaches, pelle color canova, capelli di dama veneziana, era allora una nota attrice dalla voce tutta vibrazioni di ben costrutto addome ; oggi piuttosto agée e qui garantita nella sua privacy dallo pseudonimo Alma Navarra, era diretta quel 25 giugno 1984 a Gibellina dove sarebbe stata Elettra nti Cuéfuri, allestiti da Filippo Crivelli. L’invito del Sarosaruccio fu declinato con garbata scortesia dalla Navarra, molto studiata in tutto e hyper milanaise, una natural born hyper blasé, domiciliata in via Marina angolo Palestro e, tra Stresa e Feriolo con approdo privato, villa fort Chabrol, cioè seclusa da un vallo di vegetazione, quasi, inespugnabile. A Saruccio lo sconfissero l’insistenza e la presunzione di sé del dongiovanni senza il filtro dei versi di Da Ponte, e si sa che Alma, benché per certi versi intrigata dalla farfanterìa e dalla sonatina sopra il rigo d’u màsculu, senza punto indugiare e con l’auto della produzione che la rilevò a Punta Raisi, proseguì per Gibellina. Pertanto e benché non lo situasse nel proprio cosmo, della morte di Foucault Saro apprese la notizia dal telegiornale delle 20 mentre, nella hall dell’Hotel Politeama, si trovava indeciso tra il fare due passi d’antipasto, una passiata, con a seguire cena al ristorante Charleston, e correre alla proiezione del film Cento giorni a Palermo di Giuseppe Ferrara con Lino Ventura e Giuliana de Sio, nei ruolo dei coniugi Della Chiesa… qui reggersi all’apposito interrogativo. 

Della nascita di Schwabe, il padre Saro apprese l’indomani mattina dalla suocera Katia ( Katharina) von zu, nata Lembrecht, che gli telefonò da casa, casa non è di preciso il termine che illustra la dimora della vecchia signora a Breitbach, l’hameau pittoresco della nonna di Svevo, Katia vonzu nata Lembrecht, diligente studiosa di botanica e vedova oggi di Ignatius von Breitbach zu Katzenlügen, stolone questi di un oscuro cavaliere alsaziano, Narquois de Britt. Spesso, in antico l’appellativo prevaleva sul nome, magari perché assenti il battesimo e puranco l’anagrafe comunale, sicché narquois, narquà il beffardo, prevalse ; quanto al Britt pare possa stare per bretone, il che lo rende ancora più déplacé. Il beffardo Narquois approdòin Svevia, chissà se in barca lungo il Reno come Sigfrido, e a Breitbach, hic-manebimus-otpime, in tralci si distese(Linien anlegen,/sie weiterführen,/ nach Rankengesetz/–Ranken sprühen/… Gottfried Benn-StatischeGedichte) e fece lievitare la stirpe. Bambinetta scampata alla guerra, la seconda, che nel 1945 in un fiatamen passò come un onda tellurica a svellere il paese dalla sue fondamenta (poi del tutto ricostruito dalla Repubblica Federale) nel 1960, a 23 anni, Katia conosce (coup de foudre) e sposa Ignatius, ingegnere edile e di lei pochissimo maggiore. Con acume e un piccolo capitale i coniugi pensano di rendere produttivi i loro trenta scanchenici ettari di vigna, impiantando nuovo Blauburgunder e il pizzichino Liebfraumilch. Oggi la vigna è più un onere che un onore da coltivare e si è estinta la vocazione accrescitiva di quel vonzu nel nome ad indicare l’estensione del feudo ricevuto prima dal fato (e da una certa abilità nel far fuori e rubare) e poi patentato dall’imperatore del sacro romano impero Federico I il Barbarossa (Rotbart, tedesco, da pronunciarsi per carità non all’americana ma come è scritto), quello del brillante assedio di Milano, ma che per nostra sciagura diede luogo a quella sagra brianzola che fu la del carroccio. Altrimenti si fossero messe le cose, con un po’ di fortuna, una qualche stabilità politica, acume da parte del poppolo e senza scarrocciature papali, risorgive e poi hitleriane di mezzo, saremmo ancora imperiali, cioè austrotedeschi. Ognuno sa che il Rotbart fu sconfitto da una masnada di alberti da giussàni, sinonimo di Catechismi Lombardi nonché della carducciana Canzone di Legnano, la del vi sovvien dice Alberto da giussano… e lui che dica, se la dica e si sovvenga ma tu prufesùr, citu tu scemu ; purtroppo il Cardùcciolo, a sua volta sinonimo di compito in classe, zitto che no, mai, un turacciolo no. Gli austrungarici tentarono invero l’assimilazione della Padastria, ma inciamparono in contese e contesse de patrio core e vagina irredenta, nonché di filandàrie e casearie dinastiche. Poi il Piave mormorò, mannàja a ttìa Eammario, e da lì alla degenerazione del filato in lugubre orbace il passo fu un amen e, possiamo ben dirlo, arrivederci ar giorno d’oggi, co’ sta caciara de fratellastri che ce vanno sotto côa tricolonérula fiàmmula. 

Insomma Calabretto all’anagrafe fa di nome proprio Schwabe. Svevo se lo ha italianizzato lui medesimo stesso per ragioni di pronuncia e poi perché Schwabe può risultare un insulto tra gli alemanni. Avrebbe potuto scriversi Scvabe, ma la maggioranza dei popoli latini si sarebbe arrovellata sul come pronunciarlo e in Italia, si sa come succede, sarebbe stato invito per farne giù un pateracchio di common anglociuco, sciueibi. Quanto a Calabretto, la famiglia paterna è benestante, possiede per natura aranceti e uliveti e una snc di legale apparenza. Non si sa di preciso ma si può immaginare il motivo che, durante una bollente estate di vacanza ad Acireale, stimolò la Misia von und zu, a sposare questo Saro Calabretto, Saruccio d’immodesta fortuna e minuscola aristocrazia siciliana, i Calabretto, baroni di Sciarra. Calabretto è di incerta gestazione e forse declinato dall’arabo kālābriyāt a indicare una geografia sospetta. Forse intorno al 1000, Sozzo, nomen omen, stabilì la famiglia, poi Calabretto, a Noto (Siracusa) per fare la qualunque, mazzate ai villani pare, stupri mirati, boh? Sozzo poi, si sa com’era in antico, una baronia non si negava a nessuno, vedi il Don Calogero Sedara del Gattopardo. E allora? Allora di sé, alla mia golosa richiesta di una bio attendibile, la storiologia delle aristocrazie è un diletto di alta cucina, Calabretto mi ha scritto per risposta delle notizie coronate, participio passato coerente col personaggio, da una postilla alquanto tranciante, dolorosa e in francese ; uno stralcio, pourquoi? Moi bon, je ne suis rien, je ne suis même pas personne, ni quelqu’un, cher D’Ascola. J’suis nul, nulle part, pour que tout le monde le sache, dalla quale deduco un tratto più che nevrotico, depresso ; ma la diagnosi è per sua natura approssimativa. 

In ogni modo e qui con l’abilità di un’intelligenza naturale semplifico i mille rigìri e le circoscrizioni sterili del suo racconto. Con Calabretto picchottu, nel 1990 Misia taglia corto senza preavviso col marito e scappa dapprima al paese di famiglia, Breitbach. Parentesi aperta : di suo Misia nasce nel 1964 a Mühlhausen, Mulhouse per i francesi, durante un viaggetto dei genitori, Katia e Ignatius, nella terra, l’Alsazia, dei capostipiti della famiglia; terra, occorre sottolineare, di secolare contesa tra franchi e germani ; oggi am Ende, Francia. Per la fuga la motivazione è una faccenda acclarata di corna usuali e, più d’ogni cosa, intollerabili maltratti del marito Saro Saruccio così che Misia a un punto certo, ebbè sarù ccheccazzo. Il tempo per pensare di non essere del tutto al sicuro al paesello e di far cadere il muro tra le due Germanie, Misia saluta mamma Katia e scappa di nuovo, a confondersi introvabile nella riunita e vasta Berlino ; prima da una amica e poi quando in virtù del suo doppio passaporto franco e tedesco e della sua lunga stringa patronimica trova da lavorare all’ambasciata francese, in un grazioso appartamentino di Pankow, al 34 di Senefelderstraße, metrotram M4 a pochi passi. Svevo, vive un po’ lì un po’ dalla nonna, domina due lingue già da piccino, poi cinque poi sei, scrive come gli torna comodo. Il greco diventa per lui il gioco delle perle di vetro di Hermann Hesse, ravana nel sanscrito, studia linguistica. Suona benino il pianoforte come la madre e con juicio studia armonia, violino q.b., canto benché non abbia voce. Non pensa mai a un mestiere. L’ideale tardivo di farsi direttore d’orchestra è contraddetto dagli studi da mastodonte, bulimici più che irregolari, studia studia studia tutto di tutto, angelogia e genealogia, botanica, matematica, medicina, neurologia e soprattuto logica, si laurea di nuovo con una tesi su Wittgenstein, poi acustica e fonologia : è così che arriva a dire di sé che è un pluripista. Scende in Italia e iscrive se stesso a Cremona, musicologia, e sulla strada per la Sorbona, a Milano troverà il professor Principe dottor Quirino da Görz-Gorizia. a carteggiarne le asperità che lo rendono non tanto dissimile dall’Adrian Leverkühn di Mann. Un diversamente cinico? Forse. Principe tuttavia ne scopre e esalta i talenti, anzi il genio e la demoniaca erudizione. Avrebbe la carte in regola per farsi trovatore alle corti di diverse università, la di Coimbra in ultimis. Più che per insegnare però, l’ambito delle sue conoscenze gli offre la possibilità di indagare, dice e qui riferisco alla lettera, tutta la materia oscura che galleggia, dice, tra e oltre il tutto di tutto ; una materia che tutto connette e spira e che è (la) musica mundi. Sì, ha cercato di spiegarmi, ma mi ha posto vis à vis a questioni per me inestricabili e, devo dirlo, di cui non ho nemmeno capito le premesse, annodate più di un nodo gordiano. Ovvio che mi abbia dimostrato come gli antichi avessero ragione a credere che fossero gli dèi, le muse a cantare dal corpo dei poeti. Tuttavia, nella stessa lettera con cui accetta di malavoglia la mia offerta, lo Svevo delinea la pessima opinione che ha di sé, pertanto ai miei occhi, o dovrei dire neuroni, ancora più interessante. Conclude in francese : Cher Das, je tiens à exprimer ma gratitude sincère pour ton offre, même si le lieu est modeste, ce magasin Gli amanti dei libri. N’importe rien. Pourtant, pour quelle raison aurais-je à écrire? Je ne sais pas quoi écrire. Alors, pour ma part, je suis inutile. Je suis nul (encore). Je te demande de bien vouloir m’écouter attentivement : il est nécessaire que je détruise l’image de savant, de génie, que le monde a projetée sur moi, comme on projette ces fausses images sur les façades des palais pour accomplir des trucs imbéciles. Moi, si c’est vraisemblable, qu’au moment donné j’écrive, alors c’est pour revendiquer que je ne sais rien. Rien de tout. Rien à déclarer. Culture, c’est un beau mot, mais dans mon cas, seulement un mot. Fais-moi confiance. 

È dunque per questa buona mancanza di ragione, e ipnotizzato più che convinto dalla Carmilla Rossini che, ripeto, dello Svevo Schwabe von Breitbach zu Katzenlügen è amica e sodale, con pervicace sicurezza propongo la prima prova letteraria del Calabretto. È un Senza Titolo però. Ho insistito a dimostrare che di solito si titola il proprio lavoro, ma, Cher d’Ascola, mon travail, comme tu l’appelles, n’a rien à voir avec moi. Tu veux un titre? Pour en faire quoi de grâce? Le joujou d’un lecteur entretenu? Titres et surmoi… (s), mon cher, oh j’en ai assez. Ça suffit! Tutti questi inserti in francese immagino sappiate che Google li traduce benissimo. In definitiva questa operazione si manifesta senza un titolo generale ma per scene, o paragrafi, chiamale se vuoi emozioni, ognuna con un suo appellativo. Quindi martedì 29 settembre 1. I cani del padrone.

Elzy – Lecco, 15 settembre ‘26

Pasquale D'Ascola

P. E. G. D’Ascola Ha insegnato per 35 anni recitazione al Conservatorio di Milano. Ha scritto e adattato moltissimi lavori per la scena e per la radio e opere con musica allestite al Conservatorio di Milano: Le rovine di Violetta, Idillio d’amore tra pastori, riscrittura quet’ultima della Beggar’s opera di John Gay, Auto sacramental e Il Circo delle fanciulle. Suoi due volumi di racconti, Bambino Arturo e I 25 racconti della signorina Conti, e i romanzi Cecchelin e Cyrano e Assedio ed Esilio, editato anche in spagnolo da Orizzonte atlantico. Sue anche due recenti sillogi liriche Funerali atipici e Ostensioni. Da molti anni scrive nella sezione L’ElzeMìro-Spazi di questa rivista  sezione nella quale da ultimo è apparsa la raccolta Dopomezzanotte ed è in corso di comparizione oggi, Mille+Infinito

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