
Lettera a Duda. Seconda parte
Intermezzo-Apocalisse e Apolalisse di Lisbona
O meu amor vio os senhores pessoa e saramago andando, sotto un assortimento d’impermeabili e mentite spoglie per calli di lune in latitanza, raggirati dal tempo di passaggio in sembiante di nubi e vento, a regime di brezza tesa e chissà se di pioggia moderata, e poi, giunti che furono agli imbarchi come fermi in posta, verificati né mai più presi in carico, a farsi catturare dal Tejotago, os dois, in singolare dialettica d’onde mas,, perplexos. C’è un vociare che richiama il bisogno di avvocati, l’altalena delle deflessioni positive e negativedi voci americane,, il tracciato di un terremoto in ordine di grandezza e tipo nuovo,, cui la città di lì a poco abdicherà. A milioni, secondo per secondo battono gli zoccoli le strade, quanti os que battono l’elettromeccanica dei tram,,, senhora das dores, fai che per qualcuno valga questa pena di ascoltare : bacalhau bacalhau pare annunci dal suo lassù a mezz’asta la bandiera del castello. Lievitano per cortili oscuri sacchi di cotenne e lische e peli e pelli e ossi, di rifiuti sgocciolati via dai piatti, biologie aggiunte in qualità d’imposte sul deprivato di valore, segno della croce dell’abundanzia, fattasi impertinente maddalena fuori dagli inceneritori. Então seduti a una tavolo, una ragazzina sverzata e un padre deputato tale, o qual ascolta lei che parla e mangiucchia per la stretta bocca un flan de nata e nei secondi, utili ai noialtri per passar oltre, simile a stella al suo primo bagliore, la ragazzina emette un sorriso accecante. A ben guardare, oh Pessoa e Saramago, che da Lisbona te ne andasti, Lisbona è scena di uno spettacolo diurno promesso aux élus nocturnes dei crematori,, la mort, est un son, À chacun son canon,, Moi, danse et plaisance, Lyrique bal rigodon,, Mou trémail de silence
Uno spray di cose vorrei tu perdonassi Duda a questa carta,,, una senz’altro è che piano pianissimo mi sono lasciata e mi lascerò andare,, ma, è la confessione il suo scopo e, ogni confessione è per sé uno scopo ; capisco che giro in tondo prima di pagarti il biglietto per il girotondo di temi che ho in serbo per il tuo violino, i più lievi e i molto meno e che sento non già a ferirmi nel mio autunno ma impacciati, ancora tanto tempo dopo i fatti, a non mostrarsi quali sono,, cicatrici, del mio cuore, di cui è evidente sto faticando a dire – parliamo di cuore incapaci come siamo di pensare che esso è soltanto una pompa che aspira e preme e che questo è il suo ruolo qui dentro la carcassa. Però, noi siamo così fatti, costituiti non in magazzini di stoviglie polverose ma in primi piatti “spolverati” tanto sono succulenti, pietanze di menu à la carte – pas table d’hôte – tali che, oltre le ossa e i tessuti e i peli, non si indovina con chiarezza di che materia sia la passacaglia di suture del frankenstein che ci qualifica di giorno alla curiosità estranea e la notte agli occhi amati, nell’abbandono alla benedizione o alla maledizione di quella intercapedine d’esistere che svapora tra la veglia e il sonno ; inchiodata a te,, oh ciel che sento, je note en hadrienne yourcenar ? sulla croce delle tue labbra, para todas aquelas que tu tens encantada – sai che alla lettera encantar sta per cantar sul rigo magico – mi sfiora l’ipotesi che noi siamo polpettoni di sogni, ovvero sogni che si sognano da sé – pare però sia già stato detto. Non sempre la memoria presenta la lista delle miriadi di voci e suoni e quadri e sensazioni che ha registrato. Ieri pomeriggio al lavoro ero ancora distratta da quei quattro ultimi lieder di strauss – l’ultimo poi – del concerto di venerdì passato ; voi suonaste benissimo, ma il concerto non fu strepitoso e il direttore no, secondo me non all’altezza di una partitura in continua flottazione, maldestro, parve a disagio tra violini, legni e celli,,, voglio dire, che in un piatto da chef io devo percepire l’insieme e gli ingredienti ; occorre un palato assoluto è vero e io non mi vanto di essere altro che una commensale, ma esatta e dal gusto elettivo. La soprano sì bella voce ma,, troppo giovane e vuota dell’umano-troppo-umano che occorre a certe imprese,, e non consapevole che il suono si appoggia alle consonanti,, più adatta secondo me per una Despina chiacchierina che per l’eccezionalità dei significanti di parole e strumenti combinati in musica, cioè in significante puro ; ti dico, era forse la terza volta che ascoltavo quella musica assoluta,, tuttavia, mi è venuto in mente si tratti del tipo di opera che, mettici pure una macaca a cantarla,, uguale è Traviata,, ti fa piangere come al funerale di un bambino noto o ignoto,, e che i bambini siano l’ipotesi non verificata o abbandonata degli adulti che diventiamo è un quesito che mi rincorre spesso ; il punto è che nonostante avessi ascoltato appunto, forse tre volte sole quei canti, l’ultimo poi, il devastante, mi si è risvegliato in corpo come una radice che nella terra umida attende una nuova propizia stagione, e, riga per riga, passaggio per passaggio, sezione per sezione di strumenti, la memoria ne ha ritrovato la combinazione ed è per me un mistero come questo accada, mi sbalordisce,,, immagino te, musicista, corpo plasmato d’acqua e suono, che ritrova con esattezza ogni volta sulle corde le corrispondenze esatte tra gesto e suono,,, come un pesce trova la sua corrente in acqua,,, non solo ma le ritrova con altre trenta persone intorno. Come avviene? Come avviene che la coppia di pattinatori d’arte si ritrovi punctus contra punctum in volo e non sbagli, questo è l’umano-troppo-umano ma,, non lo so,,, forse ne sanno gli studiosi di neuroscienze. Tuttavia, e in ciò mi accuso di veteroromanticismo, temo di preferire chiusa la scatola bella di un regalo, alla disillusione del contenuto che potrebbe spezzarmi il cuore. La bellezza, cioè le cose belle che, con il metro inesatto del gradimento personale o del proprio circolo, giudichiamo per abitudine sintomi, ossia, emanazioni di quell’idea accampata per aria,, la-bel-lez-za,, né per carità l’abbondante campionario dei redentori,, la bellezza non ha salvato né salverà il mondo quand’anche ricomparisse co’ la sua chioma d’oro dal mare,, la venere che – fea quelle isole feconde col suo primo sorriso – figurati, fu per Botticelli a me pare il dipingersi, l’intravedere un orizzonte, una linea di galleggiamento a pelo della bolgia, la stessa che egli illustrò su minuziosa pergamena con sottili pennini d’argento e inchiostro,,, la leziosa architettura che i càtari attribuivano al ghiribizzo del Senzaforma, il brutalista diavolo detto per comodità, il fabbricante di adami con l’esclusiva volontà di sopprimere e mietere anime per incenerirle in vita,, ossia nell’outlet da fé. Obrigada Duda, un giro dopo l’altro sulla giostra, ti starai domandando, per dove sta per transitare questa carta, tuttavia, inquietarti non devi,,, dal frullio del tuo spazzolino da denti in bagno sento che è ora di sospendere la penna ai suoi desideri, nascondere i fogli e rimandare il seguito a domani. Cercherò di non perdermi in (altre) oscurità. Ho imparato che non si può dire tutto di tutto, non subito, che molte cose dette non sono colte o, al contrario, colte con malanimo e disappunto e allora, hai ben ragione proufessor doutor wittgenstein : su ciò, di cui non si può parlare, si deve tacere,,, ci sono cose,, che non si possono dire, non con facilità, serve il talento del narratore per le prospettive, e, che io ne possieda un poco o non ne possieda affatto,, negli istanti che corrono via, non sono sicura di saperlo impiegare per questa lettera benché stia attenta a comporre come si trattasse di un per conto terzi,,, à comissão credo sia giusto dire in portoghese.
Então, seduti a un tavolino, una ragazzina sverzata e un padre taledeputato o qual ascolta lei parlante e mangiucchiante per la stretta bocca un flan de nata e nei secondi, utili ai noialtri per passare oltre, stella d’oriente al suo primo bagliore, la ragazzina emette un sorriso accecante. Até logo.
In principio. Il mio principio fu una combinazione di prime volte. La prima volta che lo vidi in chiaro era nudo mio padre, in piedi nella vasca da bagno, acqua calda glòglòglò vapore fluff, e l’uomo si stava insaponando. Dico “in chiaro” non per la nudità, fatto non opinione,, ma perché fui io a vederlo con occhi ben lustrati e non so meglio come scrivere. Si trattò come di,, mi vengono in mente toudas palavras maldosas, come teofania o agnitio ma, fu tale la rivelazione di mio padre in quanto offertorio mistico del “prevaricante”– mi diverto a introdurre questa definizione al sillabario di una mia psicanalisi immaginaria,, il prevaricante, anzi mettiamolo in tedesco così che da verbo sostantivato diventi fantasma maiuscolo, der Missbraucher –,,, forse ti confondo perché confusa mi sento,, fatto sta che per molto tempo gli uomini, i maschi – gli impollinatori frigidi – mi indussero a credere norma la loro presenza nuda dentro di me, tanto che ne fui sopraffatta al punto che un dì fui catturata ,, alla lettera,, da un uomo che simulava, e dissimulava la propria virAlità con abile ed estrema disinvoltura ; non so perché ci ho visto sempre una relazione barbarica con quella sorta di prima immagine di mio – possessivo, quanti delitti si commettono in tuo nome – DEL PADRE NUDO nella vasca con mimetica di sapone ; non grasso, grande e grosso, pienotto anche da vestito, forse un tantino troppo pieno, come tutti bambini non ne percepivo l’età ma l’insieme ; le spalle robuste da nuotatore agonistico si diceva di lui fino al matrimonio; al tempo nuotare sì, nuotava, ma ormai solo al mare delle nostre vacanze a portorecanati ; a prima vista ricordava un atleta, e al mare risaltava montato sulle colonne delle sue gambe fitte di pelo, nello slip che indossava per il bagno, uno slip da narciso in seconda, ovvero, ne fui edotta, indotto da mia madre che gli comprava lei gli slip di una misura più stretti in modo da mostrarlo in bellavista il suo trofeo di femmina conquistadora quale, ammicco per ammicco, mia madre sembrava vantarsi d’essere,, uomo di piacere lui,, un occhio scuro l’altro acquamarina, vero, nel volto inscritto in un pentagono regolare, con discrezione fiero, precoce nell’adornarsi di rughe e guarnito da una barba pelvica come i bei capelli da piacione on the road,, al tempo che descrivo possedeva ancora una moto da sgarzellino, una Guzzi V50, ma la vendette poco dopo per acquistare una macchina da rassicuratore. Quel giorno, il signor “nettuno” era invece in piedi nella vasca quando io, senza avvertire, spalancai la porta del bagno ; non sapevo o volevo ignorare che lui fosse lì, la nostra casa aveva un solo bagno e a me scappava una tremenda pipì. A questo atto scontato o aleatorio, ebbene, lui non si scompose, si voltò verso di me con uno chignon di spuma in testa e qualcosa di indecifrabile in mano,,, con la stessa curiosità che allora mettevo nell’osservare il fiorire del bicarbonato in un bicchiere al versarvi sopra acqua calda, colsi per motivi che con il bicarbonato nulla hanno a vedere, colsi o mi credetti cogliere nei suoi occhi il formularsi di una questione e l’offuscarsi di un desiderio ; della mia infanzia conservo un bagaglio di impressioni che a volte hanno preso la strada di pensieri strutturati ; altre volte li ho lasciati al loro stato di crisalidi,,, la sua mano destra, la del babbo, per un attimo mi sembrò stesse,, avendo cura del suo “coso”, – a detta di mia madre noi donne èramo in possesso della cosa, i maschi del coso – intento insomma a manovrarlo al fine che alla mia imperizia investigativa sembrò più che altro di insaponarlo ; il babbo mi fu evidente che coprì con l’altra mano, la sinistra, calzata in un guanto di spugna, il gesto scoperto della destra, si voltò di nuovo a mio sfavore, di sedere, un bel sedere di bronzo,, e si ficcò in un lampo sotto il getto della doccia che gli frizzava alle spalle per sottoporsi al suo battesimo dell’acqua. È del tutto secondario che, al tempo dei primi brufoli, dalla mia amica treccianera dal cuor di tenebra, determinata da una sua deteriore inclinazione al deteriore, I was taught about the performance practice delle dolci porcate, le chiamava così, da infliggere ai piccoli maschi nelle cabine dei bagni Antici – lo stesso cognome della madre di Leopardi – . La prima volta che invece vidi mia madre nuda, fu in occasione di un incubo orribile, incubo che diluito non ho tuttavia smarrito,,, nel bel mezzo di una burrasca c’era un essere che avanzava verso di me strisciando come se avesse un solo piede e di lumaca,, era un ciclope nano e nel sogno agitava come una clava il suo braccio sinistro, irto di, di spine come un ramo di quei cactus messicani fatti a forchetta, poi, quando l’essere mi fu vicino la cosa più terrificante fu il viso : tutta la sua guancia sinistra sotto la pelle aperta, mi manca il fiato a ricordare, era un favo,, una ragnatela,, non sono mai riuscita a descrivermelo e ancora adesso ne provo orrore,, un intrico di lenticole o cellette che trasudavano un qualche obbrobrio, oh basta,,, mi svegliai con un urlo o urlai nel sogno e pigolando mamma mamma, giù dal lettino e via inseguita dall’incubo per il corridoio buio verso la camera nuziale ; la porta della stanza si spalancò e lei, la mamma, mi apparve al lume basso che dalla sua camera arrivava ; nuda, con l’aria di chi non aveva nemmeno pensato a coprirsi, il petto, una terza, coppa numero qualcuno appresi (non ho preso da lei nevvero?), che le danzava nella foga del,,, io credetti a lungo che si trattasse di risveglio, più tardi capì che era sveglia come un grillo e che come un grillo poco prima stava sfregando le proprie contro le elitre del babbo. Passami la similitudine.
La prima volta che la morte mi vide fu in coincidenza con un’altra prima volta. Ma la signora o, nel terrore che mi strangolava, colei che io immaginai fosse la signora venuta a prendermi,, era lì, a nemmeno due passi da me, in piedi e, almeno dalla quota pavimento su cui mi dibattevo, più alta per essere soltanto alta per natura o a causa delle scarpe con i tacchi alti,,, l’abito di un colore ma chissà quale, in un foulard o in una nube la testa avvolta, il viso flou,, di sicuro non un teschio,, mi guardava infatti con gli occhi trasparenti e con pazienza, la signora,, credetti aspettasse l’attimo in cui la volontà di rappresentarmi viva a me si sarebbe arresa. Tutto durò poco o tanto in termini di tempo psicologico ; e finalmente la visione si interruppe.
Quella fu senz’ombra di dubbio anche la prima volta in cui vidi mio fratello a nudo più che nudo, lo vidi in trasparenza. Avrebbe cinquantun anni adesso, un tipo considerato difficile, mia madre lo difendeva con qualche prudenza, mio padre lo puniva con metodo, suscitando per me in lui la stessa gelosia, lo stesso astio di Caino per Abele. La relazione che ci legava in famiglia entrava e usciva da regioni avvelenate, secondo gli umori di mio fratello ma, fino all’esordio omicida a decifrare il quale ti porterò un poco per volta “con astuzia di giallista”, per lo più mi ignorava,, e quando dico ignorare intendo dire che si comportava come se tuttalpiù fossi un alito di vento contrario,,, ci sono no quelli che non ti salutano e quelli che non ti vedono a un metro, nemmanco se ti vengono addosso, chissà per che cosa ti scambiano e se, fatto sta,,, che dove passava lui le porte sbattevano sul mio naso, a tavola si serviva da UNICO STIRNER sulla faccia della terra, la pastasciutta si accumulava nel suo piatto e io un resto,, lui era io-io-io e gli altri-punto-indefinito nell’infinito ; per atti simili, mancati o messi a segno, veniva redarguito o punito, sgranocchiando ogni volta la sua capacità di tollerarmi ; o lasciato perdere, o vezzeggiato, mia madre lo chiamava raggio-di-sole, per via della zazzera chiara e ciò credo alimentasse in lui la vocazione a essere quel che finirà e come finirà. Male.. io ebbi la ventura di sopravvivere a uno psicopatico olimpionico, sociopatico narciso con mai laghetti abbastanza a specchio, uno psico triplo tico, someone probably unnatural born, non conosco i termini per definirne la coincidenza con il,, il male,, maiuscolo tanto quanto alle maiuscole io sono avversa. Non credo, non mi pare di aver intuito che i miei lo avessero mai fatto indagare da uno specialista. Del resto la loro era una di quelle coppie ciccìcoccò, tutte in cima ai loro pensieri in apparenza ma, come figlia, non so che opinione potessi averne allora e adesso non credo di essermene formata una abbastanza solida da superare il risentimento oppure, on the opposite site, l’amore per i parenti di cui i figli credono li doti il destino di figli. Poi si verificò che io fossi in terza elementare e lui in quinta, fratel Adriano,, mai nome proprio fu assegnato più a casaccio a qualcuno – e Carmilla? –,, no, no, già in prima media ché Adriano dormiva in una sua stanza e capitava di norma che lui entrasse nella mia per, sai,, un temperamatite, un righello, ma lui entrava, non parlava, non chiedeva, sequestrava,, la mia stanza era intesa magazzino a sua disposizione,,, a quel tempo ero nel mio periodo pittorico, disegnavo tutto il giorno,, prediligevo l’astrattismo, ero rapita dai colori e dalle geometria piana, insomma kandinski, ridi,,, sicché lui quella volta mi aveva preso l’astuccio delle matite colorate e a me serviva,, fui ardita, andai alla sua porta, bussai, lui non replicò, bussai di nuovo poi abbassi la maniglia, spinsi la porta e la schiusi, un poco, uno spiraglio, gli chiesi con soavità di rendermi l’astuccio dei colori. Io parlavo infatti. Lui stava sul letto intento a leggere un fumetto,, mai si azzardò oltre. Scattò a sedere, una tagliola,, un balzo,, in un lampo mi ritrovai a terra con lui a cavalcioni su di me, non sbattei la testa solo perché cercai con qualche capacità istintiva di tenere il collo teso all’in su, ma con le mani di lui ben strette intorno nello sforzo di stringere, con tutta la sua forza e il suo peso,, era piuttosto costaud. Io, l’innocente in silenzio, in balia di un killer. Alla visione della signora,,, la ragazzina emise un sorriso accecante,,, nel terrore ebbi la fortuna più che la levata d’ingegno di riuscire a divincolarmi, lui colto dalla mia difesa,, forse indignato, distolse una mano dal mio collo e col pugno chiuso,, io lo scansai, il pugno esaurì la sua carica sul pavimento, lui mugolò, io con quanti denti avevo in bocca gli morsi il braccio, l’altro e non mollai la presa finché lui si ribaltò strillando, aiuto aiuto carmilla mi morde. Io mi rialzai e corsi incontro a mia madre,, un faro in ciabatte in fondo al corridoio. Per blandirlo, fui punita io,, con un’occhiata tra lei e me, per dire cerca di capire. Adriano raggio di sole col tempo passò al sadismo, cacciava i gatti randagi e non dico le torture di cui si vantava a pranzo, picchiava con metodo i compagni ma il termine bullismo non era ancora sedimentato nel discorso collettivo,, più tardi, ormai alle superiori e sempre all’arrivo DELLA sola insegnante scattava in piedi col braccio teso e heil,,, la cosa disturbò sì i miei ma non tanto da andare in disaccordo con qualunque diceria che colpisse la professora perché donna, perché se l’andava cercando dunque, collezionista com’era di 25 aprili, sì perché in fondo era una ragazzata,,, ragazzata, la sua camera era tutta una fotografia di dittatori antichi e moderni,, un cronicario gremito di immagini paracadutate dalle tenebre, a scuola andava male ma nella norma,, come non so prese il diploma di elettrotecnico, e poi se na andò, sparì di casa. Per un po’ fu chiaro che lavorava come sub alle pose di cavi sottomarini, mandava cartoline,, da Bergen, ricordo una foto di lui serissimo accanto a una ragazza che più ariana non si poteva,, credo nella sua testa fosse così,, ogni tanto telefonava a mio padre (solo in ufficio, mio padre per tutta la vita lavorò come tecnico nella società che smaltiva i rifiuti urbani) e così parve che la testa gli si fosse aggiustata da sé. Io stavo finendo di sobbollire in un liceo di parca scientificità ma con la mente impegnata nell’unica materia, o meglio dall’unica insegnante che mi catturò, la filosofa Tomelli, bellissima creatura con parte del volto smangiato da non so quale accidente o incidente, non osai indagare ovvio, ma quella deturpazione era la metà scintillante del suo fascino, intellettuale e non,, ogni tanto per sottoporle un quesito mi avvicinavo a lei il più possibile, indossava una divisa di profumo, ebbi la sfacciataggine e chiesi, Paris, Yves Saint Laurent. La filosofia per me era la sua voce placentare, il suo eloquio scelto, meditativo, dialettico per natura, amabile, persuasivo,,, potrei cancellare qualche aggettivo ma lascio stare e aggiungo comunista dissidente ( leggeva il manifesto, racconterò a voce). Lei, quel mio amore sul ciglio della strada, che si nascondeva ai baci, ma desideroso, determinò la mia maturità. E per fortuna mio fratello non tornava a casa. De vez em quando presero ad arrivare cartoline di una geografia inesplicabile, nemmeno un ciao, la data evidenziata in un cerchiolino e, sempre, coincidente con quella dei tanti attentati messi a segno in europa,,, stante che ormai si era nell’era delle mail, sembrava strano ; epperò una decina di anni fa arrivò nel telefono, ma di mia madre, un suo video. Lui, in divisa nera, a capo scoperto, lo sguardo che pareva proiettare innanzi una sua qualche apocalisse, circondato da una masnada di assassini, pure in total black e armi levate e bandiere del califfato, chi in piedi, chi in ginocchio, come calciatori ma con una collana di teste tagliate al piede. Grande sollievo il mio quando si venne a sapere che fu ucciso,,, i miei, si capisce che il fatto li prese a schiaffoni,,, in uno scontro a Kobane con una formazione di guerriere curde,,, YPG si chiamavano e saranno state dismesse come di norma capita alle donne,,,
They seek her here, They seek her there,
But where hath she her whereabouts?
Is she in Hell ? Might she be where ?
That damned Carmella seems a trout.


