
Si usa dire che il sole batte. Ma per esperienza, chiunque sa che quella nana gialla, inesauribile Zeus, scaglia, raggi a iosa. Batte, voce del verbo in concessione a consuetudini linguistiche ; batte come una campana, non si escluda a morto di questi tempi, e così battendo infatti, abbatte, avvilisce, deprime, fa piegare il capo a chi, mammifero o insetto, a due o più zampe, sperimenti il terrificante gorgogliare di luce e temperatura dalle pietre degli edifici, nei campi spenti o nelle aiuole arrugginite. In sintesi questo è il pensiero del professore Caltabellotta circa l’inesorabile nana, die Sonne – illo è un germanofono il professore – la sole gli pare lo batta in testa e lo suoni come un timpano a un funerale nazista –. Nel suo campo del sole, in seinem Sonnenfeld, Caltabellotta ritiene che la stella si eserciti con rigore alla vessazione, con intenzione assassina e devastatrice ; trattenuta appena dalla notte e dall’atmosfera velenosa del globulo terraqueo che le vola giro giro, alla pericolosa distanza di 1AU, una unità-astronomica. Finirà – s’interroga e risponde il professore – finirà la terra come Venere o peggio ancora pari a Mercurio o a quel sasso dal sesso fulminato di Marte, su cui solo un anziano demente potrebbe pensare di trasferirsi ; e a far checcosa : coltivare insalate idroponiche spremendo acqua dalla roccia a centomila euros al kilos.
Da quando si è trasferito qui dalla città, Caltabellotta ha cercato di abbellire il tratto di ringhiera del proprio nuovissimo appartamento con piante che con il loro protendersi e svilupparsi frattale si esercitino all’antagonismo, per meglio dire persino ad essere antidoti simbolici contro la geometria euclidea del fare-dire-pensare umano, dalla scatola al grattacielo, dal tubo alla piramide. In questo tentativo, si avvilisce, intristisce, si preoccupa ogni volta che i bei fiori blu del mattino o le due nuove foglioline della batteria di sei bellissime Solanum Parmenterii – che non è vero che dove le metti stanno – bersagliate da quegli alti strali da fusione nucleare, non vadano oggi in ebollizione e deperiscano, le piccinine, e si abbattano ; in questi gironi di luglio egli fa in modo di trovar loro un riparo d’ombra alle Solanum, dal caldo più che dall’eccesso di luce, in casa, spostandole da est ad ovest – questa la doppia esposizione dell’appartamento a temperatura controllata da pompa di calore – nel lungo intervallo tra il sorgere del sole, di là dal colmo del tetto dell’edificio di fronte, e il suo tramonto, del sole, via dal rettangolo acciottolato della corte condominiale. Per venire al grano, Caltabellotta come una Solanum, alla luce dice di soffrire, di deperire, e lui questo deperimento, questo prosciugarsi, o svuotarsi lo chiama fotosintesi del malumore. Ché, esposto al sole, egli pensa a sé stesso come s’ei fusse foglia che appassisca nella melancolia, nella depressione, nel prosciugarsi delle cellule grigie. Gli pare evidente che tutto questo che-bel-tempo, il bel tempo non-una-nube-in-cielo del meteorolismo televisivo e dei fanciulli in bollore – anche degli attardati a considerarsi tali oltre la sfinimento delle ciocce e delle pance – , enunciato lanciafiamme utilizzato da tutti, o quasi, che ignorano la mutazione metastatica del clima, questo che-bel-tempo è una interiezione da e per allegri suicidi. Ché il tempo è bello quando è tollerabile, quando è mite, quando si adegua e accarezza, cinguetta e illude; quando non si smaschera e smaschera la sua eccitazione nel levare la pelle al mondo. Quando piove infine è bello. E con ciò, lui concorda in stile e opinioni con l’unico soggetto di cui si ritiene, al passato remoto, abbastanza simile, il principone di Lampedusa ; il Gattopardo, dio lo saluti.
Arido, arido. Salina del resto che vuoi pretendere. Una spianata che acceca, ettari di aridità. Così si sente Caltabellotta. E il sole per questo, le belle giornate, nella sua fotosensibilità, lo inaridiscono più ancora. Del suo sessanta per cento d’acqua di cui dicono che si è composti, sente che è in diminuzione, che evapora, così che sali sali la perdita arriverà ad asciugare l’organo che principalmente si ritiene essere la sede di tutta la sensibleria, il cuore ; con un deserto intorno e in avvicinamento. Caltabellota caltabellotta hai un cuore in secca. Utile tuttavia a insegnare quella cosa rinsecchita che in pomp and circumstances il ministero del mistero, cioè dell’università e della ricerca, chiama poesia per musica e drammaturgia musicale ; ridotta però, con impeccabile sintesi, alla fiumara secca della sigla codm07 ; sigla la cui funzione peraltro Caltabellotta continua ad ignorare benché debba inserirla, quella codm07, più e più volte l’anno in ogni documento in rete, verbale d’esame, relazione, specchietto, progetto, stipetto. Deserti di sinapsi in sostituzione della carta asciugata. L’insegnamento si sostiene sulle gambe di una pregiudiziale : l’esistenza di quel popoloso deserto. Insegnare, ebbene è sabbia, terriccio sfarinato, pùlvis est et in pùlverem revèrtitur.
Tutto questo malumore, fino al malanimo, lo afferra nel di dentro, lo squassa, lo avvelena, gli arriva dallo stomaco alla gola, e solo il supermercato a quel punto si costituisce in isola terapeutica. Bisogna capirlo, il professore non ha mai fatto il cantore del cibo, men che meno del vino che beve sì perché questo è l’uso, ma non lo desidera, bon, forse adesso del vino bianco che conserva nel suo frigo a un temperatura polare, vino non dozzinale, decente, ma non di quelli per cui cultori del vuoto si ingegnano a trovare sentori di e di e di e retrogusti e palati e cose che, andiamo, sono in capo a Giove. Cioè da nessuna parte. Caltabellotta si rifugia al Tigotà, grande magazzino di detersivi e profumi e saponi e tutto per render linda quassicosa. È in quell’oasi di sentori che trova un po’ di pace, la giustificazione alla propria temporanea sopravvivenza, una sorta di profumo del savoir vivre. E poi gli piace una delle cassiere, donna sola, una figlia tredicenne, un fil di fumo tanto è sottile la cassiera, con cui azzarda discorsi nuvolosi che è probabile lei tolleri perché al cliente occorre lasciarlo ciarlare, e che forse non intende ; per carenza di interesse specifico non per falta di intelligenza che, anzi, non le manca ; e non le mancano i sorrisi e una sua allegria tenace con cui si conforta il professore. Ay.
In somma delle somme alla fine dell’anno scola… miiii… accademico, arriva per Caltabellotta il momento peggiore della propria esistenza da quando esiste ; vengono gli esami e la loro infinita noia, i balbettamenti, ma mica di continuo, a salti, degli studenti orientali, i cinesi soprattutto, su una riga di Da Ponte, su un verso, nemmeno su un’intera strofa di Pascoli, D’Annunzio o falce di luna calante, Tosti, fino a Giovanni Ermete Gaeta ( E.A.Mario) : analisi punto contra punto de La leggenda del Piave, roba che sì interessa studenti di pianoforte e di composizione rapiti dal miraggio dell’intelletto armonico ; ma lui ne capisce, dei poverini che studiano canto, di nuovo i cinesi, o i koreani o nipponici, il loro smarrimento tra i significanti di una lingua qui che a loro con le loro lingue tonali suonerà col suono di mattoni sfregati un contro l’altro. Il processo per cui un testo diventa suono è qui, nei paesi del sol calante, l’identico contrario per cui laggiù, nei paesi del sol levante, una loro canzone è di fatto un recitare accompagnato, dove le parole danzano non verso il suono, perché già lo sono, ma fuori. In un ambiente di toni, di significanze invece che di significati, è probabile che quei popoli – peraltro quelli tra cui più spesso si trovano persone dotate di orecchio assoluto – sentano per naturale disposizione neurologica, sentano la parola risuonare come tale e come in cammino verso il vocabolario da cui non scaturisce ; noi cantiamo invece vocabolario alla testa, siamo tutti un che-cosa-vuol-dire. Un orientale, ma già in Turchia, lo sente ; come un gatto sente le persone e il loro umore. Da qui l’orientale capacità di statica, oltre che di statistica. Queste le meditazioni del professore. Con ciò assegna voti feroci, trancia giudizi efferati il Caltabellotta, ma sufficienti a che si levino di torno, cinesi, coreani, giapponesi, taiwanesi, per mandarli avanti i poveri cuori, tanto gli è chiaro che la sua è una materia fumosa quanto insostanziale, non comprensibile.
Giugno, luglio, fine di tutto, fine del mondo di Caltabellotta. Verranno le riunioni urgenti di dipartimento, tra zoccoli, sandali e borse da spiaggia, così diverse, le riunioni, da quelle del proprio condominio per via che a queste mancano la trama e l’ordito comico, l’involontario a parte. Lui, alle riunioni va con puntiglio, come se fosse davvero un suo dovere – virtuoso del sudore – si siede sempre impeccabile nelle sue giacche sfoderate leggerissime e di buon taglio, incravattato anche a luglio, fazzolettino nel taschino, un’ombra del suo carississimo Penhaligons’s Halfeti (oud bergamotto rosa) che gli si sprigiona intorno al calore della sua pelle ; non afferra nulla dei discorsi che si intavolano – gli incontri si svolgono infatti intorno a una tavolone lungo come un fratino ma prodotto da un mobilificio canturìno – e dopo poche battute, mà ddé che stàmo a pparlà, gli bisbiglia alla mente l’esule romanesco che sonnecchia a bordo piscina nel suo animo – unico dato questo che riconosce buono senza se di sé –; la mente si confonde sullo schermo acceso davanti al suo naso, schermo di pc dove volano depositati per mail, fogli excel, zeppi di cod cod cape code; e che piano pianissimo sente che gli dissezionano l’aorta ; òimoi, sta per esplodere teme, gli ghermisce il petto il dolore come di una cremazione in vivo ma senza fiamma. Un attimo dopo, qualcuno per fortuna dice, vabbè diciamo che ci siamo detti tutto, e il crematorio finisce a martellate di consonanti dentali. Amen.
Vive in un condominio, in uno degli appartamenti soltanto non in tutto il condominio, un ex complesso agricolo recuperato : due corpi oblunghi uno di fronte all’altro, piano terreno occupato da due studi legali, quello dell’architetto che ha fatto il progetto, un negozio di chincaglieria ricercata e un primo piano di ringhiera con quattro appartamenti per blocco tutti su due livelli cioè con i granai di un tempo resi agibili, coibentati, aperti sul cielo da grandi vetrate. Abbastanza lussuoso ma cento e più metri quadri al prezzo di cinquanta in città. Lui vive al primo piano, c’è un ascensore ben studiato e che lo ha deciso per l’acquisto, in previsione di doversene uscire di casa magari legato per dritto a una barella. Comodo. Dopo la vendita della casa di famiglia, una piazza d’armi di trecento metri quadri in viale Montenero, dove approdarono dal sud – relativo, solo da Roma – lui in fasce, padre magistrato, madre madre, due altri fratelli più grandi, venduta quella per una cifra favolosa ha comprato dunque qui in questo paese posato su un colle di nemmeno trecento metri e che nominare è un fastidio per lui ; come è un fastidio la parlata, peggiore che in città ; un colle fin dove è scappato dalla città ma che si raggiunge, ahi solo in treno o, volendosi male, con una perniciosa corsa ad ostacoli in auto. C’è invero una libreria di qualche pregio in paese, tre trattorie non spregevoli, alcuni negozi che denunciano l’esistenza di una clientela, femminile, e con notevoli disponibilità di denaro, una galleria d’arte per conseguenza e un antiquario, un centro culturale con in vetrina la consueta bandiera arcobaleno, e l’ospedale di circolo, così ben tappezzato di avvisi sindacali. Il condominio è in realtà centrale, oggi a pochi passi dalla fastosa villa Delrìo, 1723/24, una villa in stile qui-ei soggiornò-dal-al, bella, allora periferica rispetto a un centro del paese con il suo palazzo Mornasco, immenso, cadente e spoglio, uno spielberg che domina il paese. Vicina, troppo, una chiesa parrocchiale, romanica in origine, devastata da un architetto settecentesco, tale Agenore Mapello (1687-1746), sia vituperato il suo nome, con campane, campane e campane che rompono i coglioni mentre Caltabellotta sta guardando un film o, di preferenza, una serie, o rifletta sull’adesione tra testo e musica nei Kindertotenlieder di Mahler, o si perda in un porno. Siccome una rappresentanza dei nazisti locali ha pitturato, ma da mo’ lungo il perimetro della casa parrocchiale, una greca fatta di croci uncinate nere una attaccata all’altra, Caltabellotta la chiama chiesa compassionaria di santa svastica. Santa che beninteso non esiste. Né esistono pare chiese compassionarie…
Madamina
Il catalogo è questo
un catalogo egli è che ho fatt’io

Abita il buio del proprio appartamento now made summer of his discontent, osserva di qua dalle tendine veneziane amazon regolate per un non-visto-vedo ciò che gli capita davanti a quanti, venti, nemmeno trenta metri di distanza. Una donna bellissima e giovane, chioma d’un bruno che assomiglia al tiziano, una circassa dagli occhi chiari, non azzurri, chiari come l’acqua limpida in prossimità di rive pietrose – dice lui, e per circassa intende plus ch’esotica, erotica, un soggetto ben oltre il migliaio di notti, per una notte eterna – che abita da sola con un’altra donna, effacé questa, al contrario quella, elegante sempre, un giunco, una bailarina come piace a lui e crede siano le donne, tutte bailarinas – avrebbe taciuto ma fortissimamente voluto saper bailar, la rumba o una danza turca anche solo corale, quelle in dove si fanno quattro passi in cerchio ma è musica coi piedi per terra, un halay, niente elevazione, niente punte ; o il tango, che però è intellettualizzato da un’attitudine al codice, o il mambo o il bolero, o la merengue, infine una danza pop di schietto erotismo salvaje, insomma, west side story –. Disinvolta, volatile come l’ètere nel muoversi per casa, alle finestre prive di cortine, la mille e una notte del suo spionaggio non sa o fa finta di non sapere di essere spiata ; talvolta ovvero spesso nuda, ovvero vestita di poco, pochissimo, meno, ma insomma poi che importa. Eccita il materialismo epico della sua fantasia, lo eccita al Caltabellotta ; da dietro la sua finestra sul cortile sente l’attrito del proprio pene nelle mutande di cotone ruvido. E vorrebbe di colpo afferrarselo come si immagina glielo afferrerebbe la sua circassa occhi-di-mare delle finestre di fronte, sicura dei prodigi e dei presagi che scaturiscono dal suo seno, del suo inguine mezzaluna fertile, sapiente lei nel trattenerlo all’immagine, stimolarlo all’esasperazione, as pet tà re e non ve nìre. Si tocca resistendo alla tentazione di spampanarselo, sbarracarselo, e dest-sinist e alè hophop quel suo stralunato batacchio senza campana di risonanza che a lasciarlo andare lui lo sa che sarebbe come sempre praecox, che sputazzerebbe in un secondo, bè forse due o tre, quel suo liquido semilunare alla fragranza di tiglio. Così qualcuno ha detto. Di femmine, lui, il contrario di Don Giovanni ; la precocità accertata lo ha fatto desistere molto presto dall’averci a che fare con le donne, incapace di spontaneità, aggrappato a falci di lune calanti, e che adesso lo fa desistere dal liberare quel suo cordone ombelicale con la natura, dalla costrizione dei calzoni, ché gli sembrerebbe un tradire la sua danza dell’immaginazione, ignorante come una fata. Con la bella circassa. Conosce la delusione e lo spleen della sega. Ha capito subito che il trucco del sesso è avere a che fare con l’altro e chi è più altro di una donna altra – conquistare macché – per lui che, sia detto per inciso, la gaiezza è nascosta dietro una cortina di alluminio amazon. Color acqua di mare… Voi, sa..

Every so often, he happens to feel like an older Hamlet gripping and whirling his proper skull, to which he suddenly realizes, he has nothing further to inquire.
Di nulla capace e vìride, attende.
Avranno altri autunni?