Requiem per un’amica – AA. VV.

Titolo: Requiem per un'amica
Autore: AA. VV.
Data di pubbl.: 2011
Casa Editrice: Sperling & Kupfer editore
Genere: Giallo & Thriller
Traduttore: Adria Tissoni
Pagine: 301
Prezzo: 17.90

La prima cosa da precisare è che ci troviamo di fronte a un’opera scritta da ventisei autori: J. Abbott, L Armstrong, S.Brown, T. Cook, J Deaver, D. Gabaldon, T. Gerritsen, P. James, J.A. Lance, F. Kellerman, R.Khoury, J. Lescroart, J. Lindsay, G. Lynds, P.Margolin, A. McCal Smith, M. Palmer, T. Jefferson Parker, M.Pearl, K. Reichs, M Sakey, J. Santlofer, L. Scottoline, R.L. Stine, M. Talley, A.F. Gulli

C’è sempre quel caso, quello che mi tiene sveglio la notte, quello irrisolto. Sarà sempre lì a tormentarmi, subdolo. Non conta che siano passati dieci anni, né che sia ufficialmente chiuso o che molti preferiscano dimenticarsene. Una donna innocente è stata condannata a morte, per colpa anche mia, e la triste sera in cui le hanno inserito un ago nel braccio per l’iniezione letale una parte della mia vita è finita.

Un buon incipit, capace di catturare l’attenzione del lettore, quello del caso editoriale “Requiem per un’amica”, primo thriller “corale”, scritto da ventisei grandissimi autori, un capitolo a testa.

La storia è semplice e tutto sommato non particolarmente originale: Rosemary Thomas viene condannata a morte per l’omicidio del marito, curatore di un museo, assassinato e nascosto in una macchina di tortura medievale.  A dieci anni da questo tragico evento, coloro che, in un modo o nell’altro, si erano trovati anche solo a sfiorare la tragedia di Rosemary, vengono riuniti in una commemorazione, dove la verità verrà finalmente a galla.

A mio modesto parere, la sola cosa veramente incredibile di questo romanzo è come ventisei grandissime menti, ventisei scrittori che, presi separatamente sono dei veri assi nel loro mestiere, abbiano potuto partorire una storia tanto banale, comprensiva di vittima malvagia, assassina buona e detective in pensione che gioca a fare l’eroe.

Lo stile è scorrevole e davvero sembra scritto da un’unica mano, ma la storia non cattura, non coinvolge, perché chiunque in vita sua abbia letto anche un solo romanzo sul genere capisce dalla prima pagina quale sarà il finale. E non sbaglia. Nessuna falsa pista, nessuna sfumatura di carattere nei personaggi: soltanto stereotipi di ciò che un thriller dovrebbe contenere.

Nell’introduzione viene detto che gli scrittori di thriller sono lupi solitari che lavorano per conto loro e sono gelosissimi del proprio stile e delle proprie idee. Una verità assoluta, che, vista la cattiva riuscita di quest’esperimento, andrebbe sempre rispettata.

Unica particolarità sono i rapporti di polizia redatti da Kathy Reichs che, dopo l’infelice caduta dovuta all’inserimento, anche qui, di un antropologo forense che ben poco aveva a che spartire con il racconto, scrive delle perfette riproduzioni di veri rapporti di polizia che, però, possono forse essere apprezzati solo dai veri cultori del genere.

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