Poncho e Lefty – Tyler Keevil

Titolo: Poncho e Lefty
Autore: Tyler Keevil
Data di pubbl.: 2020
Casa Editrice: Jimenez
Genere: narrativa contemporanea
Traduttore: Pietro Strada
Pagine: 352
Prezzo: € 18,00

Tim Harding ha sempre svolto mestieri faticosi con onestà e dedizione. Ora Tim lavora sulla Western Lady, un peschereccio ancorato nella zona portuale di Vancouver. La vita di mare è dura, soprattutto se un incidente ti ha distrutto una mano, riducendola a moncherino, e ora ti devi arrangiare con l’altra. Albert, lo skipper della nave, è un uomo di antica foggia, burbero, avveduto ed esigente. Tracy, la figlia di Albert e di sua moglie Evelyn, anche quest’ultima imbarcata sulla Western Lady, ha intenzione di seguire le orme paterne. Tracy vuole bene a Tim e lui ricambia l’affetto al riparo degli occhi di Albert, che pure immagina e, in fondo, è a conoscenza di tutto. Tim è una brava persona. Però Tim ha un problema di nome Jake, suo fratello minore. Jake, il “piantagrane”, come lo chiama Albert, non è una brava persona.

I versi di Highway Patrolman, canzone di Bruce Springsteen contenuta nell’album capolavoro Nebraska del 1982 e citati da Tyler Keevil in epigrafe al suo Poncho e Lefty (Jimenez Edizioni), recitano così: Man turns his back on his family, / Well, he just ain’t no good. Traduzione: un uomo che volta le spalle alla famiglia / è un uomo che non vale niente*. Highway Patrolman narra di un sergente della Stradale, Joe Roberts, con un fratello di nome Frankie tornato nel 1968 dal Vietnam. Intanto, Joe ha sposato Maria, la donna con la quale un tempo i  due fratelli ballavano insieme. Joe e Frankie avevano una fattoria, ma il crollo del prezzo del grano manda in malora i loro progetti. Uno si arruola e l’altro inizia una vita randagia segnata da risse continue. Una sera, alle nove meno un quarto, Joe riceve chiamata. Frankie ha steso un uomo in un motel vicino al confine con il Canada. Il sergente della Stradale lo insegue fino ad un cartello con la scritta “Canadian border 5 miles from here”, poi accosta l’auto sul lato della carreggiata e guarda le luci posteriori scomparire nella notte.

Anche in Poncho e Lefty abbiamo una Maria, un crimine, un confine, una fuga (in direzione opposta rispetto al brano, dal Canada verso gli Stati Uniti), un contesto di perenne provvisorietà economica, una retta via smarrita, una famiglia spezzata dal dolore e tenuta insieme dall’amore. E il classico insegnamento: per uscire dall’inferno c’è sempre un prezzo salato da pagare. Jake alias Lefty perché mancino, cantautore dilettante, deve un favore ai fratelli Delaney, suoi angeli custodi negli anni trascorsi in prigione. Tim alias Poncho, nomignolo legato a un travestimento d’infanzia, viene coinvolto nello sporco affare: penetrare a tarda ora nel maneggio dove lavora Jake e rubare una magnifica cavalla da corsa dal pelo bianco, Shenzao. Luogo della consegna, uno sperduto ranch situato da qualche parte nello Stato di Washington, lontano da Dio e dagli uomini, covo della famiglia Delaney e della loro gang, la World Legion. Tim sa che quell’avventura gli costerà il posto a bordo della Western Lady, ma cosa ci può fare? Un uomo che volta le spalle alla famiglia è un uomo che non vale niente. Albert, puntualmente, lo licenzia.

Guardammo fuori dalla finestra. Proprio di fronte a noi c’era il Paradise, un hotel con una bettola di bar dove andavano a bere gli hipster. In confronto al Woodland, quel posto poteva davvero essere un paradiso. Sul patio, una manciata di clienti se ne stava in branco a ridere e a bere. Ogni tanto si sentivano delle macchine su Hastings Street. Pochi isolati più in là qualcuno stava gridando, diffile dire se di rabbia o di felicità. In ogni caso, le cose erano in movimento. Il tempo non si era fermato. La barca e la mia casta relazione con Tracy sembravano già lontane, come in un’altra vita. Una vita migliore, magari. Ma non la mia.

Jake, testa calda, bullo di provincia spinto sulla cattiva strada dalle circostanze, passa le sue giornate tra alberghi polverosi e bar scalcinati. Poncho e Lefty è un romanzo epico di respiro steinbeckiano. L’autore racconta le sgangherate vicissitudini di un’umanità arrugginita dalle intemperie. Laggiù, nell’estrema periferia nordamericana, l’alcol mitiga e poi alimenta la disperazione esistenziale di soggetti spinti ai margini, errabondi, sconfitti. I quartieri dei ricchi sono miraggi, illusioni vere solo all’alba. L’affiliazione alla malavita è un falso riscatto che prepara il precipizio. La natura, dura e matrigna, espone i marinai all’incantesimo di paesaggi brutali e a situazioni da fine del mondo. L’interno è altrettanto inclemente. I venti ghiacciati tagliano i volti, le montagne si stagliano imponenti all’orizzonte, la neve cade a tradimento, la temperatura balla attorno allo zero termico. Tra Vancouver e Seattle si snoda un dedalo di insenature e di promontori, baie punteggiate da porticcioli che si spogliano, nella stagione fredda, di barche e presenze umane. Attraverso queste autostrade d’acqua, Tim e Jake, banditi per caso con un bagaglio composto da due borse e una chitarra, tentano un’impresa assurda, non priva di risvolti comici.

Tim e Jake, bandana sul volto, “rapiscono” Shenzao. Quando il successo è vicino, il piano salta. A pochi chilometri dal confine i due, in sella a un vecchio furgone con una cavalla indocile legata dietro, sono costretti a fare retromarcia. Poncho e Lefty, due losers senza fortuna, sono ora ricercati dai buoni e dai cattivi, alla deriva, soli contro tutti. Fermarsi alla stazione di servizio è stato un errore. Tim / Poncho allora ha un’illuminazione: perché non prendere “in prestito” la solida Western Lady, stipare Shenzao nella cambusa e sconfinare via mare anziché via terra? La scommessa li tiene in bilico tra un’ipotetica speranza e un probabile disastro.

Prima o poi il cavallo avrebbe capito di trovarsi su una barca, e quando l’avesse capito sarebbe accaduto qualcosa di enorme, di devastante. Successe intorno alle nove, tre ore dopo che eravamo partiti. Avevamo superato il promontorio del Pacific Spirit Regional Park – vicino all’università – e Wreck Beach, che è una spiaggia per nudisti, anche se naturalmente a quell’ora e in quel periodo dell’anno nudisti non ce n’erano. Le nubi del mattino avevano iniziato ad assottigliarsi e a separarsi, svelando strisce di blu, come vene turchesi in una caverna di quarzo. Quando fummo all’altezza di Stevenson udii un frastuono terribile e assordante venire da sotto il ponte.

Tyler Keevil lascia che sia Tim a parlare, afferrando la storia dalla coda. Il lettore sa, fin da subito, che è stato versato del sangue e il narratore, nonostante tutto, è rimasto in vita. Nella trama compare una madre sfigurata nella memoria, e per contrasto si insinua, con particolare insistenza, il ricordo struggente di Sandy, la talentuosa sorella dei due protagonisti, morta dieci anni prima in un incidente stradale, quando la sua carriera di ballerina stava per decollare.

«C’è una cosa che devo dirti» annunciò.

«Dimmi».

«Avrei voluto che accadesse a chiunque altro, ma non a lei».

«Intendi a me».

«O a me. O a tutti e due».

Un’altra donna, Maria, in passato fidanzata di Jake e ora compagna del truce Pat Delaney, attende “il carico” presso il molo deserto di Chapman Bay. È lei il motore di tutto? Perché Maria ha richiesto l’intervento di Jake? Poncho e Lefty sanno di essere sgraditi. Il volto di Jake, esposto alle telecamere e ripreso durante la traversata dai cellulari di un gruppo di donne reduci da una festa di addio al nubilato (!), conduce inesorabilmente alla gang. Il tempo è loro nemico. Cosa accadrà al ranch? Saranno rifocillati con centomila bigliettoni o verranno crivellati di colpi? Chi li raggiungerà prima, la mala o la Legge? La fine del viaggio riserva loro un’eclatante sorpresa.

Poncho e Lefty, un po’ spaghetti western contemporaneo, un po’  road movie alla fratelli Cohen, è un romanzo sull’imprevedibilità della sorte che celebra la cecità provvidenziale del coraggio. Il vero amore non giudica mai. Come canta Springsteen, Nothin’ feels better than blood on blood, niente ti fa sentire meglio che il sangue del tuo sangue*.

* I testi e le traduzioni sono tratti da Bruce Springsteen, Come un killer sotto il sole, a cura di Leonardo Colombati (Sironi Editore)

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Salentino nato "per errore" a Como (anche per ammissione di chi lo conosce), si laurea in Filosofia a Milano, con una tesi sul concetto di guerra umanitaria. Vive a Bari con Mariluna. Adora il Mediterraneo, ama Lecce, Parigi e Roma. Sue passioni, a parte la buona tavola, sono la letteratura, il cinema, il teatro e la musica. Un tempo, troppo lontano, anche la politica. Suo obiettivo è difendere, e diffondere, la pratica della buona lettura. Recensisce i libri meritevoli di essere considerati tali, quelli che diventano Letteratura, con la L maiuscola, e che gli lasciano un segno. Alessandro scrive con regolarità su Zona di Disagio, il blog del poeta e critico Nicola Vacca, collabora con la rivista Satisfiction, anima il blog di economia e di politica Capethicalism, e scrive di serie TV su Stanze di Cinema.

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