L’ElzeMìro – Olio dei lino, epìlogo

                                              Casta diva (Bellini, Norma, a1/s4)

Schermata 2017-05-09 alle 10.56.35

Caaasta diiiva casta divaaa che… avesse trovato un taxi sarebbe filato via in volo da quel convivio natalizio senza fine, ma in quella sera di vigilia, parve che l’intera città avesse fermato il suo cuore alla meccanica della celebrazione; afflitto dal non conoscere nessuno dei convitati, tranne l’anfitrione, assediato da chiacchiere leggere ma non leggiadre, da un’allegria generale sciolta nell’eccesso, nel chiasso, e infine nella sguaiataggine di quel casta diva mutato in peccatrice parodia, da uno senza talenti né di falsettista né di soubrette, a Phil sembrò che sotto sotto suonasse un basso di umana viltà, cioè di carogna; si tratta come si sa di impressioni, dire delle quali di più non vale, sì che ognuno immagini a proprio agio una situazione dove uomini generici usino vezzi, birignao e miagolii, che disonorano i gatti e una grazia femminile malintesa, o sopravvalutata; Queeste sacre antiiiche piaante… troppo; e troppo infine il cibo e così carneo che per tre ore Ph si aggirò tra poltroncine, colonnine, statuine itifalliche, ora con un piattino di puré ora con una ciotolina di insalata russa in mano. Sorridi sorridi però, A noi vooolgi il bel sembiante… alla fine qualcuno si accorse della sua infastidita noia e gli offrì il soccorso di riportarlo a casa, per l’onore, saltò fuori la parola onore, di ricondurre al proprio ovile un cattedratico smarrito y autor de obras escritas o impresas (Diccionario de la Real Academia española); saltò fuori anche la frase, Ay gli artisti son cittadini del mondo, solo sei parole che al caro Richelieu sarebbero risultate bastevoli a farne appendere l’incauto autore su su, alla lanterna. Quel viaggio non breve fino a casa fu tuttavia vessato non tanto dalla loquacità dell’autista, chissà esaltato dall’alcool o dalla sua vaghezza di genere, quanto di più, da quel tono di forsennata sicurezza che non di rado si rapprende in chi, appresso a un qualsiasi esperto di una qualsivoglia arte o disciplina, beninteso a lui nota solo a orecchio, costringa pertanto medico, musico o pittore a subire la propria fatale e saccente compagnia, tale da credersi autorizzato al più fastidioso e meno succulento dei coming out, quel del mà io sà/adóro sì, e giù a srotolare la lista degli improbabili. Mentre così colà colui ciabava e ciabava, le dita inanellate ali sul volante, Phil ricordò la sorella di una sua lontanissima fiamma che al saperlo pratico di musica e danza, esclamò che lei, uhmmàlamùsica et cetera, percussiva, precisò con l’aria di chi si accreditasse alla betlèmma dei premi nobel; alla lanterna, finché morte non sopraggiunga sarebbe stata allora misericordia. Le ultime curve prima di casa apparvero quando l’altro andava rammentando a Phil d’avere letto, Ay qué rara, tutta la Hunter Ferriera, accreditata trans italo-amerìndia a confermare e ribadire con chiodi roventi la paradossale fiducia dell’editoria capitalista nelle borgate, nelle pattumiere del vocabolario; trilogia di riferimento, Nacer, Yoyó, Casarse, per i non hablanti, nascere, yo-yò, sposarsi; però al final el coche se paró. Un pensiero smosse Phil e ne minacciò le difese, questione di un attimo; si raccolse nel soprabito, ringraziò in fretta per il passaggio e con l’eccesso terminologico opportuno a correggere il sospetto di maleducazione, tuttavia, al pòrgerglile la mano per salutare, églile gliela rapì ratto nell’accostarsi, e lo baciò. Un bacio beninteso di deferenza ma sospettabile di speranza ed estasi, o di ostensione del pensiero, grazie per avermi permesso di illuminarmi qui sulla via di casa; più prossima di qualsiasi altra alla Damasco dei perversi sentimentali. Prese a piovere e a sventolare fitto. La notte pertanto costrinse Philphil (uomo di scarso equilibrio termico) a rannicchiarsi nel letto tra mille coperte, accerchiato dal freddo, dal pensiero di Sciùa e dalla paura; sì, come del vulcano l’omìnide, egli capì di provare paura per la furia della bufera che, adesso, lavorava duro i tégoli intatti del tetto, e per le attorte folgori, per la Morte e per l’oscuro mar sterminator (Verdi, Otello, a1/s5). Quando tutto parve calmarsi e il vento, scemando, ebbe disperso le nubi, diva casta apparve lei, la luna, hereusement stérile, majesteuse et froide.(cfr. Baudelaire, FdM XXVII).
Con la quiete di fuori scese la voluttuosa anestesia del sonno ma prima di piombarvi nel fondo, ne siamo del tutto certi, Ph sognò e non sognò di quando sconosciuto era arrivato lì, in quelle plaghe atlantiche, un primo lunedì mattina di novembre e pioveva; pioveva con metodo e piovve per una settimana, due, e lui tutti i giorni si recava in facoltà e tutti i giorni se ne tornava in un alloggio lontano e provvisorio e, con non poco rammarico per il suo costo, impacchettato in una macchinetta rossa presa a nolo; anche nel sogno gli parve di sudare come sudava in facoltà per il bollore dei termosifoni e bolliva lui senza evaporare, in auto, nell’impermeabile gommato; la soddisfazione era però mangiare poi un pane squisitissimo con un formaggio docile al palato e birra tiepida; mai piaciuta fredda, nemmeno in estate. Gli risuonò a mente casta diva della Caballé, gli addolcì il corpo e l’occultò al mondo.
25 dicembre. Si destò rapido prima dell’alba e molto prima di Fàtima, riscaldò del caffè del giorno avanti, e ne bevve con rapimento; non voleva offendere l’orgoglio della governante preparandosi la colazione da sé; si lavò e vestì, quindi si isolò nello scrittoio a lavorare, a mano come d’abitudine, e con brevi soste per passeggiare intorno alla stanzetta che si era riservato come officina; e scrisse, scrisse, scrisse. L’aroma di caffè nuovo, che lui beveva a tazzate, e dei croissants, approntati da Fàtima con sublime talento, lo attirò in cucina poco dopo le otto e mezza; l’ora è suppositiva; Fàtima, il capo avvolto in un hijab nuovo e lucente, gli sembrò una davvero graziosa signora; le annunciò solenne che Lapislazuli era finito; Buon natale, accolse lei la notizia, con il sorriso che si riserverebbe al profugo o al reduce di febbri malignanti che al risveglio annunciasse, Ho fame. Quanto mai da quando era diventato frugale avrebbe pensato di potere fare, si ingozzò di croissants, ripienàndoli del formaggio docile e denso che gli piacque e gli piaceva come ad Adamo il primo giorno un pomo. Il cibo, il caffè caldo gli mossero allegramente l’intestino, omettiamo i successivi bei momenti (Mozart,  Nozze di Figaro, a3/19) ma più tardi uscì verso la scogliera e prese per un sentiero che scendeva in una cala oscura, in fondo alla quale l’oblunga spiaggetta di rena, impregnata d’acqua, s’era mutata in un cemento gelido sotto le suole, e armato di tutti i relitti che il mare vi aveva buttato dentro; salì per l’altro versante e per scaldarsi camminò e camminò, e camminò finché gira gira gira tornò a casa; ma era senza chiavi, bussò e dalla cucina Fàtima corse ad aprirgli annunciandogli, formale ma con occhi che a lui parvero intesi a rimproverarlo, ch’era arrivata Sciùa; le valige di lei stese nell’ingresso  diedero a Phil un’impredicabile stretta al cuore.
È a questo punto che nella costellazione dei bozzetti pittoreschi si smarrisce la complessità e la certezza del quadro narrativo che così sviluppandosi diventerebbe paradossalmente accenno o, al contrario, corollario di ipotesi sostenute dal passaggio del tempo ai suoi modi più prossimi e legittimi, condizionale presente o in minor misura congiuntivo passato. Ora la storia, la si potrebbe tirare in lungo forse per darle la plausibilità di una fine o potrebbe andare avanti a sfare, fino ad arrivare a quello happy ending che, secondo Brecht, ribaltandola demistificherebbe la propria mitologia; va detto inoltre che gli ormeggi del narrare sono ancorati alla banchina del possibile e discutibile, mentre quelli che per lo più si ritengono della vita vera, tuttavia a modo suo esistente, sono labili attaccamenti all’indiscutibile fato. Si potrebbe dedurre quindi che il Mancuso, la Sciùa, le valige (e Fàtima) intraprenderebbero una vita imborghesata, una vita normale e qualunque, benché senza dubbio agiata, lei provando e riuscendo a vincere un concorso all’ospedale di circolo, lui, trovato nel suo editore storico quello disposto, pur con qualche perplessità, a pubblicare Lapislazuli, si dedicherebbe alla revisione del testo; mesi concessi a sorrisi, abbracci, baci, ti amo, reticenze; dormire insieme sarebbe per Philogamo Mancuso un’esperienza così inconsueta da renderlo appassionato nello stringersi a Sciùa nel letto, ricorrendo col tatto e con le labbra alle curve, alla sua costituzione matura, Sciùa non è un ragazzina, e tuttavia fiorente; il linguaggio non riesce sempre a evitare la povertà del luogo comune. Di Sciùa peraltro sappiamo poco, se non che avrebbe un comodino dalla propria parte del letto, e un paio di infradito, o di babbucce o invece di ciabattine bianche o rosa di raso con tacco a rocchetto a ricordare l’associazione che potrebbe fare Philphil tra lei e una ninfa di Icart (1888-1950); in ogni modo pronte ad accoglierne i piedini (misura 36) al loro risveglio e a custodirli nel domestico relax, parola anche questa che inserisce la banalità e lo sconforto dell’abuso linguistico nell’esistenza, anche la più ingegnosa nell’evitarlo. Phil da parte sua percepirebbe la modestia nell’apparato scenotecnico of that ending; mai possedute pantofole ed eccole lì ora ad attenderne i di lui piedoni (misura 46, UK 11,5) e a custodirli di giorno nello sbrigare gli affari domestici, quando non sarebbe in Facoltà. La continuità, fino alla compenetrazione dei corpi vagheggiata dal giovanilismo dell’ideale e dal motto ecumenico una caro, una carne (religion è sobretòtt cocìna), trova la sua smentita dalla loro evidente, inevitabile, sin lapalissiana contiguità; l’amore d’altronde è un caminetto che brucia troppo e in fretta ( Puccini, La Bohème, a1/s1). Quanto Phil si era trovato un ingombro immobiliare prima di incontrare Sciùa, prima della cura dimagrante e di tutte le cure che gli avevano dedicato per rimetterlo in grado di piacersi senza la necessità di accettarsi, ebbene ora ch’el dado è tratto, la demarcazione tra un corpo ancora lontano dalla scadenza e il suo che le si approssimava a larghe bracciate, parrebbe a Philphil come il siluro in regolare avvicinamento al naviglio in superficie. Le attenzioni che Ph dedicasse al sesso, inteso vulva e vagina di Sciùa, per affetto più che per desiderio, o per voluttà più che per capacità, la coglierebbero spesso, come dire, tra il no e il sì, nel mah; e, accertato che anzianità e vecchiaia sono forme della stessa invalidità, da aspettarsi quindi ad ogni momento un epilogo come nella pellicola Carne tremula (1997) di Almodóvar, lei che infine si nega, all’invalido appunto, e che gli dice in faccia, Lasciami… ce l’ho in fiamme… ho scopato tutta la notte. (Con un bel custode di asilo nello specifico). Si potrebbe dedurre che Sciùa, trovandosi nel suo ambiente, policlinico di maschi in larga parte coetanei e gloriosi delle loro smanie, alla fine ne troverebbe uno con il quale dividere ogni tipo d’infiammante diletto. Si potrebbe supporre che Phil, il vegetariano uso a sciòlàr di casa vespe e altri animaletti per non ucciderli, approfitterebbe di una passeggiata ammare con Sciùa per tirarle una revolverata magari alle spalle magari a bruciapelo, ma la colpirebbe di striscio con danni che lei, ovvìa, curerebbe da sé; però soltanto nei romanzi americani o improvvisati, aggettivi che a volte significano la stessa cosa, i civili posseggono un’arma e la sanno usare; Sciùa del resto appartiene a un modo di pensare il diritto come eventualità dei bianchi ed eredità dei potenti, la fuga come soluzione dei vinti istituzionali e di chi nasca al di sotto di un certo parallelo; dunque lei sparirebbe, altra ipotesi convincente, inghiottita dall’Africa e da qualche comunità di medici o anarchici o ecumenici. Intanto però Lapisalzuli uscirebbe e si potrebbe indovinare che contro gli si scaglierebbe non tanto la critica, non quella ufficiale, ma un furioso contrabbando di invettive tra il pubblico e lui, nella trasmissioni culturali che l’oggi ha mutato pian pianino in corride, dove ognuno è matador di tutti, e per tutti toro; dove il presunto fattore d’incomprensibilità è ritenuto tra i più idonei all’assassinio metafisico, al macello per procura; e nei sedicenti social, Sempre a dar lezioni eh il professorino… ma vai a lavorare. Ben presto così, il fiasco delle vendite, minori in assoluto del solito, si annuncerebbe. Oppure si potrebbe indovinare che durante una passeggiata sconsolata in riva, Signore signore riparatevi qui, direbbe a Phil, invitandolo del suo antro nell’umbóne una specie minore di Calibàno, che vive i suoi giorni mendicando in città e riparandosi di notte nella caverna della scogliera dove via via trascina ogni genere di comodità, che la corrente del consumo abbia rifiutate; lì al coperto da una delle ennesime libecciate, se di libeccio si può parlare nell’atlantico, La terra signor mio… direbbe sfarinando una manciata di sabbia tra le dita il Calibàno… la terra è fatta di stringhe e bottoni… calze e calzoni… cappotti imputriditi a milioni… è un cimitero. A questa osservazione non priva di discernimento, Ph si allontanerebbe senza di più ascoltare, La terra Signor mio non vi allontanate state qui al riparo… mentre Phil sparirebbe per la lunga spiaggia col fare di una guida turistica che avesse smarrito la sua comitiva. Potrebbe accadere persino che a quest’unhappy ending e nemmeno tanto fatale quanto lo è l’oceano nell’imbrigliare e legare tra loro i sentimenti, di Philògamo Mancuso, detto Ph o Phil, seguirebbe un matrimonio inaspettato con Fàtima. Potrebbe; ma forse questa, forse è un avverbio pieno di prospettive, forse questa commediola, a contraddire o soddisfare un non rifiutato bisogno di tragedia, è senza fine. Amen

BARTURO 10

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Pasquale D'Ascola

Pasquale Edgardo Giuseppe D'Ascola, già insegnante al Conservatorio di Milàno della materia teatrale che in sé pare segnali l’impermanente, alla sorda anagrafe lombarda ei fu, piccino, come di stringhe e cravatta in carcere, privato dell’apostrofo (e non di rado lo chiamano accento); col tempo di questa privazione egli ha fatto radice e desinenza della propria forzata quanto desiderata eteronimìa; avere troppe origini per adattarsi a una sola è un dato, un vezzo non si escluda un male, si assomiglia a chi alla fine, più che a Racine a un Déraciné, sradicato; l’aggettivo è dolente ma non abbastanza da impedire il ritrovarsi del soggetto a suo Bell’agio proprio ‘tra monti sorgenti dall’acque ed elevate al cielo cime ineguali’, là dove non nacque Venere ma Ei fu Manzoni. Macari a motivo di ciò o, alla Cioran, con la tentazione di esistere, egli scrive; per dirla alla lombarda l’è chel lì.

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