Case di vetro – Louise Penny

Titolo: Case di vetro
Pagine: 548

Louise Penny, classe 1958, canadese, con la serie dedicata al commissario Armand Gamache della Sûreté del Québec, ha vinto quanto era umanamente possibile vincere in termini di premi letterari e, dopo aver letto Case di vetro, suo penultimo titolo, ci sentiamo di dire: premi ben meritati!

Armand Gamache è diventato da poco più di un anno capo della Sûreté del Québec, la carica più alta in assoluto nelle forze di polizia della provincia. Vive fra Montréal, sede degli uffici della Sûreté, e un piccolo villaggio vicino alla frontiera con gli Stati Uniti, Three Pines. Un luogo idilliaco dove, lo dice lui stesso, la gente capita solo per aver sbagliato strada. Un piccolo paese di poche anime scaturito dalla fantasia dell’autrice, un po’ come la Vigata di Camilleri.

“Three Pines è un paesaggio mentale. Si materializza ogni volta che scegliamo la tolleranza al posto dell’odio. La gentilezza la posto della cattiveria. La bontà al posto della prepotenza. Quando scegliamo di avere speranza anziché barricarci nel cinismo.” (P. 547, nota dell’autrice)

Ma poiché Case di vetro non è un romanzo d’amore, ma un corposo e ben costruito poliziesco con tanto di morto ammazzato e cartelli della droga che impazzano e spargono morte, non dobbiamo illuderci che tutto scorra liscio come l’olio nel villaggio incantato. Tant’è che nel lungo week-end di Halloween, quando gli abitanti di Three Pines e gli ospiti del B&B di Olivier e Gabri sono impegnati a travestirsi e festeggiare, prima appare sul grande prato al centro del villaggio una figura nera e inquietante e poi, nel ripostiglio di Saint Thomas, unica chiesa del luogo, viene trovata morta una delle villeggianti. Di più non possiamo dire, purtroppo, se non rischiando di rovinare le molte sorprese che questo libro riserva al lettore.

Louise Penny tesse le sua elaborata tela spostando l’azione fra il presente e gli avvenimenti pregressi. Dove il presente è il processo, in una Montréal estiva e torrida, contro l’assassino della villeggiante di Three Pines – non vi verrà presentato se non alla fine del libro – e dove incontriamo il commissario Gamache interrogato come responsabile dell’indagine dal Procuratore capo Zalmanowitz sotto l’occhio vigile della giudice Maureen Corriveau.

“Il procuratore capo, Monsieur Zalmanowitz, era un uomo coriaceo con l’energia di una pantera. Misurava il suo territorio a grandi passi con sporadiche incursioni nella zona della difesa, gli occhi sempre fissi al banco dei testimoni. Un predatore che fa la posta alla preda. E Gamache? Se ne stava placido e tranquillo, come nel salotto di casa. … Era un uomo paziente, uno di quelli che aspettano sia il nemico a mostrare l’ombra di una debolezza. Gamache non era un gallo né una pantera, era proprio un orso: un cosiddetto superpredatore. Quelli ai vertici della catena alimentare.” (P. 207)

Ma chi è veramente Gamache e, soprattutto, quale gioco sta giocando per riportare in auge la Sûreté del Quebéc svilita e indebolita dopo anni di gestione corrotta dai vertici fino alla base? E qual è il legame fra la donna uccisa nel ripostiglio della chiesa, l’inquietante figura apparsa sul prato del villaggio ad Halloween e i cartelli della droga che passano impunemente la frontiera fra Canada e Stati Uniti? E ancora, perché Gamache crede fermamente nelle parole di Gandhi: Esiste un tribunale più alto di quello delle leggi, ed è quello della coscienza. Il primo fra tutti i tribunali?

Molti i personaggi che incontriamo fra le pagine del libro. Madame Reine-Marie Gamache, mente acuta e perspicace, amatissima dal marito; Jean-Guy Beauvoir, genero e braccio destro di Gamache; la pittrice Clara Morrow i cui quadri sembrano a tutti stranamente incompiuti; Myrna Landers, psicologa in pensione che si è ritirata a Three Pines dove possiede una libreria; la folle poetessa Ruth con l’inseparabile anatra Rose; la fornaia Sarah e la sua aiutante Jacqueline; l’aiuto cuoco del bistrot Anton; i villeggianti, la parlamentare Lea Roux e suo marito Matheo Bissonette, Katie e Patrick Evans, nonché i capi delle diverse squadre agli ordini di Gamache.

Sarà bene prenderne nota e ricordarli tutti perché ciascuno ha un ruolo e caratteristiche molto precise nella trama del libro.

Infine dovremmo ricordarci che abitiamo tutti in Case di vetro perché i nostri atti, per quanto nascosti o camuffati, traspaiono e ci definiscono molto più di quanto noi immaginiamo e le nostre coscienze sono sovente ben visibili a chi ha occhi per guardare, nel bene come nel male.

E poi ancora una volta questo libro ci insegna che i villaggi, per quanto remoti e isolati dal resto del mondo, sono universi a tutti gli effetti, sia nella loro bellezza che nell’inquietudine o nell’orrore che possono generare:

“Le scene del crimine emanano una solennità che fa spesso a pugni con l’ambiente circostante; un terribile massacro avvenuto in un luogo idilliaco risulta per contrasto ancora più terribile.” (P. 428)

Louise Penny, senza mai dimenticare la trama gialla che sottende il racconto, ci conduce in un viaggio appassionante e profondo nel cuore della natura umana, in un passato che non riesce a passare o a essere dimenticato, e nella lotta quotidiana che ciascuno di noi è obbligato a sostenere con la propria coscienza vedendosi talvolta costretto a terribili sacrifici per raggiungere un bene più alto.

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