Al Festivaletteratura un evento fuori programma per ricordare Carlo Maria Martini

“L’ospite che, da quando abbiamo pensato alla manifestazione, avremmo sempre voluto avere -ha rivelato Luca Nicolini, del comitato organizzatore- e che mai abbiamo potuto avere perchè gli anni dell’inizio della sua malattia hanno coinciso con quelli dell’avvio del nostro lavoro”. 
C’erano S.E. Mons. Roberto Busti, vescovo di Mantova, Stefano Levi della Torre e don Giovanni Nicolini, oggi davanti alla platea di Festivaletteratura, per rendere omaggio al principe della Chiesa appena scomparso. Dall’enorme affetto che Milano ha mostrato davanti al feretro del suo pastore ha tratto le mosse  il professor della Torre in avvio del suo ricordo: “E’ stato qualcosa di inaspettato, di eccezionale che dice quale segno ha lasciato Martini, durante il suo lavoro tra gli anni ’80 e il 2000, nei milanesi tutti, laici e credenti”. Della Torre ha voluto sottolineare in particolare l’omaggio che il mondo ebraico ha voluto dedicare al cardinale perchè “Martini fu la persona che assunse gli aspetti di eccezionale novità del Concilio Vaticano II con vera intenzione ecumenica”. A fare da perno nella sua visione l’interpretazione della dichiarazione “Nostra Aetate” che “segnò una svolta nella cristologia -ha detto della Torre. Dopo 2000 anni di de-ebraizzazione tornava l’idea di un Cristo ebreo. Si apriva la strada l’accettazione di un’idea di incarnazione che prendeva in esame anche il contenuto storico dell’incarnazione. Martini era per una Chiesa inclusiva e non escludente”. E ancora: “L’atteggiamento del cardinale rispetto ai testi e alla Bibbia era quello di tornare all’origine dell’ispirazione cristiana che è nei testi ebraici. Era una per una Chiesa di fermento e non di impero, per una Chiesa che preferisce ragionare su ciò che essa deve fare piuttosto che indicare agli altri che cosa fare”.  
Punto nodale nel favorire il dialogo fu poi senz’altro “l’istituzione della cattedra dei non credenti –ha spiegato il professore- cui il cardinale mi chiese di partecipare per due volte, una in qualità di laico, una in qualità di ebreo. Anche per questo gli ero molto legato.”
Invece il ricordo di un collaboratore, di un amico, è stato quello di mons. Busti: ”Ho vissuto 22 anni di sacerdozio con lui –ha spiegato il vescovo di Mantova- occupandomi di comunicazione. Non voleva mai che gli eventi, i raduni avessero un effetto megafono. Anche la comunicazione voleva diventasse una via alla comprensione della parola di Dio”. 
E ancora: ”Da dove è nata  questa parentela con la gente che ho visto davanti al suo feretro? –si è chiesto il prelato. “Credo dalla vita che ha vissuto con la sua gente e che ha cambiato il suo stesso modo di vivere. Io ogni tanto gli chiedevo se avesse nostalgia dell’insegnamento. No –mi rispondeva- perché insieme alla gente ho conosciuto una nuova dimensione della vita. Le persone, l’attività di pastore, mi hanno donato davvero tanto”. 
A più riprese nel confronto è emerso dunque il rapporto d’elezione che ha legato alla metropoli lombarda il principe della Chiesa di cui ora tutti ricordano la gentilezza e la timidezza. “Non dimenticherò la sua prima provocazione a Milano – ha detto Busti- quel programma pastorale sull’attività contemplativa, negli anni ’80, durante l’ultimo boom econoomico. Il richiamo alla dimensione spirituale nella città del fare e del benessere, dove Martini arrivò un giorno di febbraio, con una sola valigia, avvolto in un mantello nero e recando in mano la Bibbia. Sembrava pensasse: non dovete guardare me ma questo libro…”
Sugli ultimi anni di vita del Cardinale, invece, sul periodo della malattia che ci ha rivelato “la sua paternità dolce” ha voluto soffermarsi don Giovanni Nicolini. “Il grande segreto di Martini era il suo rapporto privilegiato con la parola di Dio che entra nella storia per proporre l’evangelo all’uomo. Nel suo ultimo periodo –pure- la malattia lo ha riportato ad essere un semplice cristiano, offrendogli la possibilità di essere come tutti noi in cammino. E’ stato forse un passaggio banalizzato dai media, quello della malattia, che pure ha permesso a noi di condividere insieme a lui un nuovo sentimento di dolcezza”.
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