A tu per tu con…Sveva Casati Modignani

sveva casati modiglianiL’abbiamo incontrata giusto qualche mese fa, in occasione del suo ultimo romanzo “Dieci e Lode”. E non appena sbocciano le prime tracce di primavera, eccola di nuovo: precisa, raggiante, delicata. Con un titolo inedito che però, questa volta, è un’autobiografia. La terza di una serie di capitoli che, ci ha raccontato, non seguono un flusso cronologico ma tematico.

Scrivo la mia autobiografia a rate, ogni volta approfondisco un’età diversa ed è per questo che ogni capitolo è diverso da quello precedente“.

Perché questo titolo, “Un battito d’ali”?

“Il libro comincia con una farfalla e si chiude con un pettirosso, percorre tutto il libro. […] Noi donne tutte quante cerchiamo di volare, e ci riusciamo, se non c’è qualcuno che ci tappa le ali”.

Ed è con questa affermazione che l’anima schietta, ma sempre rispettosa, di Sveva Casati Modignani emerge, richiamando e confermando le numerose occasioni che, nei suoi testi, le hanno dato modo di esprimere il suo punto di vista su una politica che oggi chiama “delle illusioni” o “delle bugie”, a dispetto di quella “dei professionisti” vissuta fino agli anni Ottanta.

Parliamo di donne, sicure ma ancora poco rispettate; di maschilismo, allora molto più pesante di oggi, ma che comunque continua a sopravvivere; parliamo anche di lavoro, di come fino a qualche decennio fa la scuola la facesse l’esperienza, e ci racconta della sua di esperienza, come giornalista di un quotidiano, che ha scoperto di essere stata assunta senza comunicazioni formali, ma vedendo il suo primo articolo pubblicato.

Parliamo di padri. In “Un battito d’ali” la figura del padre è fondamentale, Sveva parla a suo padre e racconta a lui e di lui per mezzo dei suoi ricordi.

Ho avuto la fortuna di avere un padre sempre presente, anche se non chiedeva mi guardava in faccia e capiva. Silenzioso, ma quale padre non è silenzioso? Non sono le parole che contano, ma i fatti, il modulo comportamentale. Io i padri di oggi non li conosco, ma penso e spero che siano rimasti figure che agiscono, invece di parlare molto e solo di se stessi. Il mio papà mi ha insegnato il rispetto per la donna, l’ha insegnato a mio fratello. In casa mia mamma era rispettata.

Mi ha insegnato che se vuoi qualcosa, se hai un obiettivo, prima o poi lo raggiungi. Perché c’è la volontà, l’intenzione.

A ottobre ci aveva raccontato che quando scrive un romanzo i suoi personaggi prendono vita, la sera li saluta, e prima di andare a dormire si immagina cosa farà accadere nelle loro vite il giorno seguente. Come cambia per lei scrivere un’autobiografia, rispetto ad un romanzo?

Con un romanzo prima c’è l’idea: quando è tutto formato nella mia testa, allora lì posso iniziare a scrivere. Inserisco sempre un po’ di realtà e un po’ di finzione.

Scrivere di ricordi, invece, è forse più immediato perché sono cose successe davvero. Però non c’è quella scintilla, quel non so che, che c’è nel romanzo.. L’autobiografia è anche fatica, è scavarsi dentro. Ci sono anche storie che mi hanno anche fatta soffrire.

Però fa bene scrivere, è terapeutico.un battito d'ali

È più terapeutico scrivere o leggere?

La scrittura è terapeutica, su questo non c’è dubbio. Poi però ci sono libri che ti aiutano a recuperare un momento di serenità quando sei giù. Tante lettrici mi dicono che erano giù e i miei libri hanno fatto loro compagnia.

Sai, ci sono i libri per dormire, la sera quando vai a letto devi leggere libri che ti piacciono, ma che ti accompagnino dolcemente verso il sonno. Ci sono i libri invece per i brividi, per pensare, per riflettere.

Quale libro sta leggendo?

Un romanzo rosa. A dire la verità non mi ricordo il titolo. Ma quando vado a letto mi diverto leggendolo. Parla di due innamorati da vent’anni che non si sono mai confessati. È un romanzo francese, sono tutti svalvolati! La figura maschile è molto simpatica in questo libro.

La sua creatività è sempre esistita, anche prima di iniziare a scrivere?

Son sempre stata così. Io mi inventavo le storie da bambina: quando avevo finito di leggere le fiabe, rigorosamente senza un’immagine, – ho cominciato a leggere a sei anni – le rileggevo e poi finiva che le sapevo a memoria, e allora lì mi dovevo inventare qualcosa. E mi inventavo delle storie meravigliose.

Ed è così che si è allenata Sveva Casati Modignani, inventando racconti magici, in grado di stupire una bimba di sei anni, nonché autrice stessa, non ancora consapevole che un giorno quelle storie avrebbero incantato migliaia di donne,affezionate ai suoi personaggi, ma soprattutto a lei.

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