A tu per tu con… Francesco Rusconi Clerici

Francesco Rusconi Clerici è autore del saggio “Barche del Lago Maggiore” (Tararà Editore) , profondo conoscitore del lago che da sempre percorre in barca o a nuoto e studioso competente di tutto quanto sta sotto il pelo dell’acqua, flora e fauna ittica. E’ nato e tuttora abita nella splendida villa di famiglia a Pallanza, dimora storica con un vasto giardino digradante verso il lago e che virtualmente arriva fino alla cima del Mottarone, ricco di piante autoctone e esotiche perfettamente ambientate che spesso ospita eventi privati o legati ad associazioni locali. Ha un amore sconfinato per il lago, ce ne spiega le origini.

Amo il lago perché sono nato a settanta metri dall’acqua, i primi suoni che ho ascoltato sono il rumore delle onde che si infrangevano contro il muraglione al passaggio dei battelli e le rondini in stormi compatti che garrivano nel cielo. L’acqua è fondamentale per me, ho iniziato ad andare in barca a cinque anni. Da ragazzo andavo a pescare nelle acque davanti al muraglione della villa che erano ricche di pesci durante le lunghissime vacanze estive. Da adulto l’attività professionale mi concedeva meno tempo, solo negli ultimi anni ho sentito il desiderio di trascorrere più tempo a Pallanza e di “mettere a posto il lago”.

Cosa significa?

Il lago è frammentato tra due nazioni, due regioni e un cantone, nessuno lo prende a cuore veramente. In passato è stato un concentratore di cultura, di commerci e relazioni personali. L’acqua collegava, oggi invece è diventata una muraglia che divide, si è perso il senso di comunità e la gente delle opposte sponde non si conosce e non comunica. I vari Sindaci non si incontrano e non fanno niente per ricostituire la comunità.  I battelli vanno a zig zag attraverso il lago, nel 1821 i primi battelli per andare da Sesto Calende a Magadino impiegavano poco più di due ore, oggi il tempo di percorrenza è raddoppiato.

Cosa propone?

In “Barche del Lago Maggiore” ho cercato di collegare tutto quanto si trova intorno al lago. Oltre che sulle imbarcazioni che nel corso dei secoli hanno solcato il lago, ho fatto ricerche sugli artigiani e mastri d’ascia e vorrei realizzare una mostra itinerante intorno alle rive con le foto delle imbarcazioni. Ho intenzione di coinvolgere i Prefetti e proporre un “Contratto di lago”, simile a quelli che esistono per i fiumi, che regoli gli ambiti comuni turistici, economici e ambientali e tenga conto dei barche del lago maggiorecorridoi di connessione della fauna. Sarebbe finanziato dalla Comunità Europea e consentirebbe di comunicare e di scambiare dati e informazioni.

Quali sono i problemi del lago?

Tantissimi, a cominciare dall’aspetto ambientale. Nel lago non ci sono più pesci. Sotto il mio muraglione, dove prima ce n’erano centinaia, ora passano solo cavedani solitari. Nel Golfo Borromeo non ci sono più piante acquatiche. Nessuno lo sapeva spiegare, nemmeno il CNR che è la massima autorità per questo tipo di studi. Ho monitorato io stesso insieme a un gruppo di volontari lo stato della flora dell’intero lago percorrendo i 170 chilometri delle sponde a nuoto in diciannove tappe. Le piante acquatiche ricominciano a Oggebio, ad Ascona sono rigogliosissime e vi nuotano carpe e lucci. A Sesto Calende c’è un bosco di piante acquatiche, con tinche da almeno tre chili. Il golfo Borromeo è un punto molto critico, ma nessuno se ne interessa. Grazie a un finanziamento ottenuto dal CNR è stata analizzava la flora andando in profondità con un piccolo batiscafo, rispetto alle ventisei varietà rilevate da uno studio eseguito dalla Svizzera agli inizi del Novecento ne abbiamo trovate meno della metà e con una densità ridottissima. Da questo lavoro è nata un’altra idea, vorrei scrivere un testo che illustri le piante acquatiche con fotografie, oggi ci sono solo tomi generici consultabili nelle biblioteche. Il volume d’acqua dei laghi rappresenta il 10% delle riserve idriche italiane, bisogna quindi sempre monitorarne la salute. Sono convinto che il Toce abbia da sempre portato nel lago materiali di rifiuto, a cominciare dall’epoca dei Romaini che lavoravano il ferro nell’Ossola. Penso che ci siano depositi sul fondo che avvelenano le piante, oppure potrebbero esserci dei batteri velenosi per le piante. L’aspetto ambientale è competenza della Provincia, ma finora non ho trovato interlocutori interessati al problema.

Tra le sue imprese, lei è andato a Milano in barca …

Si, insieme ad alcuni amici abbiamo già compiuto alcune volte questo percorso, lo abbiamo battezzato “Via col marmo” perché ripercorriamo la via d’acqua dei marmi usati per la costruzione di importanti monumenti milanesi coniugando il viaggio con la cultura e la gastronomia. La prima volta siamo partiti dalle cave di Candoglia, dove si estrae il marmo usato per il Duomo di Milano. La seconda volta abbiamo usato come riferimento l’arco della Pace, il suo marmo proviene da una cava di Crevoladossola. In val Vigezzo abbiamo trovato il manoscritto dell’ingegner Giroldi che aveva disegnato il percorso del marmo fin a Milano segnando ogni tombinatura, ponticello, curvatura ad arco stretto e abbiamo letto che le colonne alte 18 metri erano state caricate a Pallanzeno su un barcone anfibio con le ruote.

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