A tu per tu con… Alessandro Robecchi

alessandro robecchiDove sei stanotte è uno di quei libri che non si vorrebbe mai finire di leggere perché riesce a divertire e, allo stesso tempo, regala una sofisticata catarsi comica al cospetto di criminali ottusi e persone insoddisfatte. Pur mantenendo la sua anima di giallo, infatti, il libro di Alessandro Robecchi svela la rocambolesca paradossalità di eventi che a Milano, come in qualunque altra metropoli, possono sempre accadere. Quale migliore occasione per parlarne allora di un testacoda Milano-Ragusa nell’ambito di “A tutto volume”?

L’inizio è fulminante, la scena del compleanno col festeggiato in absentia è uno dei sogni irrealizzati di molti cui lei dà finalmente corpo. È solo un espediente letterario oppure è la diapositiva di un certo tipo di ambiente bene e la sua capacità di acuire la solitudine proprio quando si è in compagnia?

Ho sempre pensato che la mondanità sia una forma di solitudine, in più Monterossi (il protagonista del libro, ndr) è un uomo diviso perché è famoso, benestante e ammirato ma per una cosa che lui odia. È come se vivesse una doppia solitudine. Il fatto che abbia organizzato una festa manifestamente controvoglia serve proprio a descrivere quell’ambiente milanese di cui il libro racconta molte cose e poi è anche funzionale a dar forma a un personaggio che  definirei come “un infelice di successo”. Del suo successo, peraltro.

Al di là della storia in sé, ho trovato particolare, il lavoro che ha fatto sulla scrittura e sui personaggi. A un certo punto lei scrive: “Non sono gli stupidi che mancano a questa storia”.

È vero. Penso che spesso le vicende umane scaturiscano da ciò che uno fa o pensa in un determinato momento, magari sotto pressione. Monterossi non è né un poliziotto né un carabiniere o un inquirente ma un cittadino, a suo modo normale, a cui capitano cose assurde e che si trova ad agire in situazioni d’emergenza. Non tutti sono dei geni al mondo, anzi direi che c’è un assoluta presenza di cretini che domina sovrana. Proprio per questo credo che in molte storie di cronaca che leggiamo sui giornali, con delinquenti e poliziotti veri, non siano affatto i cretini a mancare. Un delinquente quasi mai è un genio, diciamo la verità.

L’idea di divertito paradosso dell’ordinarietà dell’evento straordinario, tipico ad esempio dei gialli di Dürrenmatt, si riflette in un altro elemento insolito che quello del narratore interattivo.

Incasso e ringrazio intanto per il paragone con un monumento come Dürrenmatt. Io credo che non si legga un libro per ordine del dottore. Un libro deve certamente dire delle cose, sempre che ci riesca, per carità, però deve anche essere un’operazione di complicità e di divertimento con e per il lettore. L’entrata in scena dell’autore che dà una gomitata al lettore ha la stessa funzione di quando si racconta una storia e ogni tanto si dice: “Oh, ci stiamo divertendo, eh!” oppure “Oh, hai capito tutto della storia, no?” Nel mio caso l’intervento è minimo perché lo trattengo molto e lo mimetizzo tra le righe. È un modo di parlare con il lettore per una volta accantonando la storia e guardandolo in faccia. Non è certo una cosa di cui bisogna abusare, altrimenti diventerebbe un vezzo. Direi comunque che fa parte del mio modo di scrivere.

In articolo pubblicato su internet, parlando del suo libro, lei dice che “in una città come Milano convivono mondi paralleli” che vanno mischiati così come l’intreccio del racconto.dove sei stanotte

Se c’è una sostanza, diciamo così, politica nel libro è che Milano, come tutte le grandi città, non ha una sola anima. Si preferisce quasi sempre descriverne il lato glamour, il luccichio delle vetrine, la moda o il design ma non è solo questo. Certo è una parte piuttosto visibile, ma minoritaria. Milano ha grossi problemi d’integrazione con le comunità straniere che non hanno nulla a che vedere con i clandestini affamati e disperati che purtroppo vediamo oggi sui giornali, ma sono persone integrate che lavorano, aumentano il PIL, pagano le tasse, cucinano i loro cibi e ascoltano le loro musiche. Credo che per una Milano migliore, un paese migliore e, arriverei a dire, anche un mondo migliore più ci si mischia e più si starà meglio. Si imparerebbero più cose. Per scrivere il libro ho realmente studiato la comunità peruviana, sono stato a mangiare e a parlare con loro guadagnandone molto da un punto di vista umano.

Molti hanno sottolineato come il vero protagonista del libro sia Milano… e l’Expo. Come sta influendo sulla vita della città, scandali a parte?

Scandali a parte, l’Expo è un meraviglioso ristorante gigante sulla tangenziale a un’ora da Milano. Quindi non c’entra assolutamente nulla con la città. Ancora una volta si è voluto aggiungere un tassello a quella Milano luccicante, brillante e glamour che così tanto ci piace mostrare su giornali e programmi televisivi ma che tra qualche mese chiuderà. Mio figlio dice che è come Gardaland solo senza le giostre. Spero che rientrino almeno dei costi. Gli faccio i miei migliori auguri anche se Milano è sopravvissuta a ben peggio e sono convinto che ce la farà.

Il giallo è sempre un buon pretesto per raccontare altro, lei dice. Crede che oggi sia il mezzo letterario migliore per raccontare la realtà?

Secondo me il mezzo migliore è sempre quello in cui uno riesce a esprimersi meglio. Per scrivere Like a rolling stone o fare un bel film si usano mezzi diversi ma il risultato è ugualmente notevole. Il mezzo migliore è quello che riesce. Il giallo ha certamente tra le sue caratteristiche una marcia in più nel raccontare la società ma per un motivo banale: dice cose senza la pretesa intellettuale di essere esaustivo. Io non voglio spiegare Milano, voglio raccontare una storia e vorrei che nel leggerla ci si divertisse seguendo la trama. Tengo particolarmente all’intreccio giallo e quando mi dicono che è solo un pretesto, rispondo che, sì, è vero ma deve comunque funzionare. Da lettore di gialli mi arrabbio moltissimo quando una trama non gira.

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