
Prefazione di Svevo Calabrétto – UC.Pt
Di Carmilla Rossini, o Rosíni, poeta che per noi è stata magnifica scoperta e alcuni lustrini della quale, tempo addietro, abbiamo intravisti qui, inseriti nella trama di “Prognosi e Presagi”, troviamo sia lodevole intento pubblicarne adesso integrale questa Carta a Duda. Carta, per lettera in portoghese e spagnolo, della quale la Rossini ammise con noi l’esistenza seduti al tavolo di una pasticceria di Coimbra, smarrita di fronte a una porzione smisurata di pudim de leite (l’originale latte portoghese, simile alla conosciuta crème caramel n.d.r), così che obtorto collo, risulterà chiaro il perché tra poche righe, ci delegò tuttavia a tradurla in portoghese con la rotondità di stile retrodatato che ne imitasse l’originale italiano e a farne, per così dire, propaganda in una rivista italiana. A noi, dopo una lettura improvvisata a quel tavolo, la bizzarria che regola le associazioni di idee ci attirò senza mediazioni nell’idea di un quadro astratto : documento, ma astratto da ogni possibilità di classificazione in una cella letteraria, benché ci si manifestasse in chiaro che di semplice lettera non si trattasse. Tutto della Rossini è inedito in Italia e altrove, tranne certe cose a sue spese apparse e scomparse, come l’occhio nel lampo del Pascoli, che “sbarrato, atterrito, si aprì e si chiuse nel nero della notte“; al dunque : la Rossini non scrive per farsi pubblicare, non cerca editori anzi li ignora alla grande, noi diciamo da grande, e non le appartiene il sentimento di chi scrive con questo scopo, rifiuta il contatto che le ponga la questione e infine, come tale, la questione intende inutile ; si dis-pubblica la Rossini, a voler guardare in un isolamento alla Dickinson, e priva anche della voluttà di Pessoa che, chiediamo perdono per l’ovvietà, affidò ai suoi doppi il compito di apparire e scomparire, come sagome di demoni dal limbo di un teatro d’ombre. Al pari di Pessoa tuttavia, è un’impiegata. Qui, la lunga esternazione, per trovarle una designazione adatta, è incernierata al ritmo di una prosodia con elementi così poetici come brevi, con uno stile che la denota e rivela la sensibilità e l’arte con cui il mondo, lo spirito, la propria singolare esperienza, la poeta tra(s)muta in “philosoféerie” con severità, ostile all’indulgenza, anzi illuminata da un’umorismo che la allontana da sé e che potremmo dire obliquo, viola melanzana mai nero ; questa Carta a Duda (ognuno percepirà da sé fino e oltre che punto amata) ne è la testimonianza. Il testo, in cui si noterà l’uso beffardo delle tre, delle due virgole, del tutto simili a nostro avviso alle pause di un ottavo o sedicesimo del recitativo secco mozartiano e non soltanto, fu con tutta evidenza sentito dalla Rossini annunciato, prima del manoscritto (“solo la stilografica permette il condensarsi della vocazione in segno, io sono scritta dalla stilo”, ci disse) e rivela l’intenzione vocale di enunciato ; tentati di scrivere annunciazione resistiamo male alla lusinga e diremmo anzi, forse di più, che cogliamo di ogni riga, di ogni frase o parola l’intonazione, tanto da compiacerci nel suggerire ad ognuno che dovrebbe ascoltare la Rossini, la sua voce fantasma, come fosse la lingua che parlasse, piuttosto che instupidirsi alla ricerca del che-cosa-significa-che-cosa-vuol-dire-e-perché. Carmelo Bene, il noto genio (italiano?) del teatro, richiamò deleuzianamente al depensamento (e chi più di Deleuze suicidandosi si depensò). Un possibile paragrafo che chiudiamo senza aprirlo. La lettera ha un’estensione che travalica i confini epistolari, a voler guardare parrebbe possibile intenderla affine alla lettera a Marco della Yourcenar (Mémoires d’Hadrien n.d.r), non sembrasse un paragone tale da mandarla al confino della parodia. Dunque in questo contesto, per esigenze di spazio è sorta la costrizione, abbiamo acconsentito e siamo gli unici testimoni della fatica che acconsentire ci è costata, di proporla in monconi e si vedrà, si vedrà che di monco però non hanno nulla, che al contrario si tratta di stoloni, getti, germogli. Al lettore raccomandiamo il compito, se mai, di tornare da capo e tutto di seguito, una volta ne sia stata completata la messa in rete. Un’ultima nota : il breve riferimento buffonesco, zùm zùm zumzùm, alla sesta sinfonia di Mahler, detta per comodità di salotto la tragica, ci pare suoni come il tocco-di-campana di una nave fatale : presagio. Musicale del resto è tutto questo lavoro, personale fino al punto contrario : straniato. È ciò che ci è stato chiesto di riferire, e ci sembra già troppo. SC.
Carta a Duda. Prima parte
Duda,,, non so quale aggettivo senta il bisogno di eleggersi ad accompagnare il tuo nome, se cara o amata o adorata o altri termini della vulgata amorosa in coda al più inappropriato, il più sospetto, il possessivo,, mia, appropriabile al massimo a una lavatrice e a banalità da cui nemmeno io sono libera, e tutti in estrema sintesi inesatti,,, duditativi quindi. Rifiutando per metodo l’iperbole, che sarebbe imprecisa tanto per eccesso quanto per difetto, non arrivando a definire, non definisco. Sento di non dominare ancora il tuo meraviglioso portoghese, che mi aiuterebbe a non ascoltare il brusio dell’idioma di provenienza ; tuttavia ora, ho bisogno all’opposto di una lingua che mi sia madre, malgrado l’ombra che aleggia sul nome,,, e ti scrivo in italiano (proverai a perdonarmi ?) per questo e per alcuni altri motivi, tutti sottomessi alla pregiudiziale che conosco solo il metodo e la concertazione delle parole per dire lettera dopo lettera di ciò che accade e che accade a Carmilla e l’italiano è l’utilitaria su cui viaggio più sicura. È che sono sconcertata dallo spettacolo del giorno dopo giorno e da ciò che mi pare inevitabile definire evaporazione del mondo,, in particolare dell’unico che a noi pare passabile se possibile, l’Europa ; la brutalità più canaglia è la strategia di relazione standard, uno Sturm und Drang, ma di nuove camicie brune a candeggio nella perbòria di un folla di tiranni ; fa, da basso continuo di questo sbandamento il tam tam di bombardieri e cannoniere e suv murati dai rap. Nello scrivere io mi aggrappo alla sintassi per aggrapparmi a te come a quelle reti, se non sbaglio si chiamano tramagli che, almeno nei film, si gettavano dalla sponda di una nave per far arrampicare a bordo da una lancia il fiero marinar ; non so dire se siano ancora d’uso corrente e se io sia ormai in salvo sul ponte di fiducia che tu rappresenti per me. Stamane mi sono svegliata presto, con una bella espressione di Camilleri,, alle sette albe,, e vittima di un sogno crudele,, ci arrivo,, che mi ha tuffato in un’angoscia devastante oltre che nel gelo di quelle ore. Non volevo svegliarti, mi sono messa duecentosedici maglioni e calzettoni e scialli e, buttata sul divano, ho letto senza ritenerle, poche pagine di Pessoa,,, del Banqueiro anarchista che mi hai regalato, vabbè questo lo sai,,, mi sono di nuovo assopita ma, poco dopo, mi ha raggiunta nella corsa di un sonno in transito il sentimento che qualificava l’angoscia,,, adesso intingo il terzo croissant nel mio caffelatte fondente, certo che ne ho scongelati anche per te ma stamane mangiarne è una poussée de fièvre,,, il sentimento di una catastrofe al pronti via, della fine, sicché alla fine questa potrebbe anche essere una lettera con la quale mi voglio ricordare a te per ricordarmi di te benché, preciso soprattutto benché, ti veda ogni giorno,,, per provare nostalgia della tua apparizione come colonna del mio cielo (è un autocitazione, aspetta) e di più,,, c’è,,, c’è una parola tedesca,,, dirla parola è disvalorare il significante,,, che ti ho citato talvolta di sfuggita, la conosci benissimo, è Sehnsucht, Saudade, ne è l’incomparabile traducente ; l’italiano struggimento è un succedaneo anatomo-psicologico, e c’è che in italiano i termini che de-nominano i sentimenti sono spessissimo degli embryons desséchés, l’espressione geniale è di Erik Satie ; a dispetto della leggenda che siamo un popolo cuorammore trovo che siamo al contrario una mandria di camorristi a cavallo, cafoni a piedi, ma tutti raggiuneri compassionevoli per calcolo e famiglia, con portafogli ricchi di autocommiserazione come moneta di scambio (sai come dicono a Napoli, chiagne e fotte-chora e lixa ?) e alla deriva di una ratio perfusa nelle nostre cellule per osmosi millenaria dal nostro ragout cattolico, plurale, pagano,, e per fortuna qualcuno dice,, romanesco più che romano, ovverosia con il tratto distintivo del territorio di ognuno dei nostri dialetti, che proprio tali non sono, bensì varietà sorelle dell’italiano. Siamo un popolo, la sua percentuale di maggioranza, cattivo e crudele senza metodo ovvero con la capacità di un unico metodo,, dissimulare molto bene queste virtù sotto la pelliccia della viltà che ci rende guardinghi e astuti appunto nel fottere al bisogno. La parola amore, hmm forse solo Dante l’ha usata con cognizione, amor, ch’al cor gentil ratto s’apprende e secondo Tabucchi egli trovò disìo per dire saudade,, hmm, il resto è Sanremo,, in eurovision. Mi sono svegliata alle sette albe dunque, decapitando un sogno che me mi stava agghiacciando,,, vero anche che mi ero del tutto scalzata dal piumino, a gambe all’aria insomma,,, di noi due avvinghiate come due Didonesse sul ponte spazzato dalle acque di un barco, che nel sogno ci mostra il nome sulla fiancata, columnas do ceu (eccoti?),,, sopra di noi nel sogno il cielo è una coperta di piombo, perforata da uno sciame di meteoriti con impressa nella coda di fuoco la frase, avvinghiate a una sventura,,, a parte, sul ponte vedo dei marinai, cantano in coro la stessa frase di ay Carmela, la canzone dei repubblicani spagnoli, pero igual que combatimos rumba larumba larumba lá,,, molto rapide le immagini e il canto si liquefànno, ora mi vedo me, sono in cucina, vestita elegante, mi pare, ma sto friggendo in padella una cervella, tu mi guardi, non capisco come sei tu a osservare, con curiosità, che invece del grembiule ho il torace, la carcassa sventricolata delle costole, aperta sui fuochi di cucina, vedo il mio cuore che pompa, vene e sangue ; dal padellino gocce roventi d’olio mi schizzano sul cuore sfrigolando,,, sento una voce che dice, apolide. Quando fui in terapia non arrivai mai a smontare e rimontare la meccanica dei miei sogni. Non trovo nei fatti nessun significante più esatto e meno onirico di apolide per la mia condizione e conto ti piaccia, dudinha, di dirla nostra ; meta cui ognuno dovrebbe tendere : l’eliminazione dei confini in sé, als unzeitgemäßige Geräte, ordigni inattuali. Non che sia auspicabile, mi avverto, mentre osservo che lo stile in cui sto intingendo questa lettera sembra esule da un altro tempo e, non lo ammetto non lo escludo, un mio pericoloso e pericolante hic et nunca nel sentimentalismo. Guardo il Tago qui fuori, dalla vetrata da cui il fiume si concede ipnotico alla vista, ascolto i movimenti furtivi dei vicini che si stanno apparecchiando nelle casette qui intorno, è mattina più che presto, ho già sentito un motore avviarsi lontano e discreto e, come ogni mattina, la misteriosa ragazza della palazzina di fronte canticchia sul filo di chissà quale delle sue consuete musichine brasiliane, al solito pianissimo, con gusto di civiltà direi, nemmeno sapesse che, salvo la voce di un passero o il sibilo del vento o persino il richiamo di una nave solitaria, ogni rumore che rompa in quest’ore l’integrità del tempo in altalena tra buio e luce è perturbante; me la figuro, quella ragazza, a prepararsi il caffè – mi pare di volata perché per consuetudine la sento, la osservo talvolta, chiudere il portoncino di casa dopo nemmeno quaranta minuti – e mangiare un biscotto lavarsi truccarsi tutto al ritmo di quelle musiche o dei disinganni, io immagino, di una vita che la sfiora e trascina per i capelli, con precisione alle sei e mezza, tranne la domenica e un altro giorno della settimana a caso ; giorno di recupero riposo chissà, indovino che fa l’infermiera. Tu dormi ancora e io come tutti i giorni sono invece in pista come a fornir un’opra,, domandami se è l’edificazione di me,, anzi il chiarir dell’alba ; adoro il luogo, questo popolare Almada, questa specie di ex grande bairro obrero da cui vediamo però sorgere, oltre l’acqua, di Lisbona il mirabile Lego all’alba e il suo cosmo di lucine la notte. Adoro il popolo con il quale la fortuna ha deciso di confondermi – by the way ti ripeto che se fu amore a prima vista il mio per te che interpreti il buono e il bello anche addormentata, lo fu anche per la tua terra – terra che ha interiorizzato la cortesia, l’obrigado che accompagna ogni gesto ; non è necessario lo so, ma avrai osservato che io saluto sempre grata per il loro lavoro i controllori sui tram o i marinai che slegano e legano i battelli a Cacilhas, obrigada, obrigado. Sempre immagino le loro vite, se sono appagate o depresse dalla ripetizione di gesti senza variazioni, se guadagnano abbastanza da sbarcare il lunario con decenza (ho paura che così non sia) ; qualcuno, giovane e bello, avrà un amore che lo ama, altri, anziani, per quanto tempo ancora potranno agguantare al volo le pesanti cime di canapa e legarle alle bitte,,, mi domando e rispondo che socialismo è alla radice obrigação ? Oggi più che mai, nell’opulenza e addosso al successo indiscreto, sotto una bandiera che sventola, e dovunque si parli e si levino cori a patrie (palavra indecente) e nazioni, nemmeno queste fossero quarta o quinta parte della fenomenologia dello spirito,,, ciance e così poco spiritose per solito,,, lì si manifesta il pericolo, la precondizione per l’orrore, il patto tra bande rivali a rivaleggiare in carogneria,, la Gomorra,,, Il capitale denudato, la feccia. Detesto le bandiere dei carnefici, per quelle delle vittime ho dudas ma mi garbano di più. Seduti a una tavolo, una ragazzina sverzata e un padre reputato ascolta lei che parla mantre mangiucchia, lei con la bocca stretta un flan de nata e, nei secondi utili a passare oltre, come una stella la sua prima luce, la ragazzina emette un sorriso accecante.Tutti i giorni, qui, a Firenze, a Roma, wherever vediamo dilagare i turisti, dilagare per le strade masticando cicca all’aroma di indifferenza per tutto che non sia il pittoresco, e in loro mi è impossibile non osservare dei voraci carnivori,,, pittoresco e bacalho, whatever,,, dei sopraffattori. Sopraffare è la condizione necessaria e sufficiente per passare dal turismo al colonialismo, all’imperialismo e viceversa.. Nella mia memoria risuona la grancassa della sesta di Mahler, la sinfonia in marcia, zùm zùm zumzùm yaa ràrà zùm zumzùm ya rarààà à. Il giorno è ventoso e limpido e fuori la linea dell’orizzonte è netta, obrigada ; ma, nemmeno andando in barca, ho mai capito in questi pochi anni dove cominci l’atlantico e finisca il fiume, dove le acque amino confondersi e poi, come si sa, non sono sempre le stesse a scivolare sotto le nostre chiglie o sotto i nostri pancini nudi. Mi viene in mente che c’è un testo di Joyce, Exiles. Insieme rappresentiamo un esilio e l’esilio dovrebbe credo essere invece la clausola per non spaesarsi,, somme toute, on est déraciné seulment lorsqu’on a foi en ses racines. La fede è clausola mortale. Agora, du(vi)da deste falso soneto
Céline, vous savez, mon époux fut
Un grand médecin de toute façon,
Quand il en eut tiré tout son pus
De la vie il ne restait qu’un son,
Boule creuse et essoufflée
— Vous voyez ça, demoiselles.
Ça reste le bal mûr
La musique bien sûr
La danse, voilà des hirondelles.
Moi je veux la danser
Jusqu’à en crever.
C’est ce que Céline acheva…
Mourir, rappelez-vous mes belles,
Mourir est essentiel fatras.
Sicuro esistono isole di pensiero, isole di scienza, isole d’arte,,, arte,, il bello è altro,,, oggi come forse negli anni trenta,,, ma,,, l’arte,,, siamo purtroppo figliǝ (ogni tanto mi diverte usare la schwa ma per manifestare la ragazzaccia che ancora sono, non per professione di fede, già lo sai) della sua radicalizzazione romantica che, per troppa emozione, per eccesso di emozioni, fittizie proclama il diavolo nel doctor Faustus, determinò e non escludo contenesse il suo contrario, una anaffettività generazionale che esplose con le turpitudini del ventesimo secolo e oltre,, non se ne vede la fine, anzi ; nel 1914 persino Freud e Mann si trovarono a credere nella propaganda-fide della guerra ; l’hai ben letto Jünger, nelle tempeste d’acciaio, e non so se l’hai colto, che lì c’è l’orrore ma non l’orrore dell’orrore e la musica tedesca che estasiava i nazisti estasiava, a volte nello stesso istante, anche le loro vittime. Ognuno dal suo punto di ascolto. Quante canaglie in mistica adorazione nasconde oggi una sala dove si suonino i soliti Beethoven, Brahms Bach ? Mi pare che solo Céline ( tu mi dirai e la Arendt, certo che sì e allora ti aggiungo De la Boétie, roba da filosofi) abbia colto nel quotidiano, nel normale, non nell’eccezione o nella deroga la natura del raccapriccio ; per Cèline è evidente che la guerra è la puttana di tutte le cose e popoli che hanno inventato ikebana, estetica del domestico e settime sinfonie sono stati capaci di fare dell’omicidio, possibilmente efferato, una sonatina burocratica. Sempre di Satie è l’espressione. Ci sono colletti bianchi e colletti neri ma non è facile distinguerli al buio.
Osservavo un tempo ciò che si stampava, in Italia por supuesto, una nebulosa, o uno spirito santo, il cui nome indica di preciso la sua natura di nebbia, di indifferenziato, nella quale, glittering in the dark oscillano e saettano raggi celesti di opportunisti e non so chi, in prima linea tra i conquistatori (outra indecente palavra) di cime ineguali dico anche di come si stampa, dell’assenza di cura, di gusto salvo quello superficiale delle copertine, con frequenza nemmeno quello, e che occorrerebbero invece a rivedere, rileggere, comporre. Tranne quelli importanti, quelli di un passato ormai remoto per la ristampa dei quali mi auguro esistano, per lo meno al congiuntivo,,, e tramontato ormai l’uso dei flani,,, esistano dei file pdf per l’off-set, matrici corrette e ricorrette, superstiti dal tempo dei proti, dei redattori e correttori di bozze, spigolatori di refusi, congiunzioni mancate, frasi fantasma, in forse, orfane di virgole, sperdute tra lezioni discordi. Anche libri contengono l’errore e l’orrore del nostro tempo, delle vite che conduciamo, o, meglio, delle vite nello sprofondo dei cui gironi siamo condotti giù giù da virgilî ipertelevisivi o contigui di chat ; per l’ascesa alla luce, ma è il chiarore pletorico dei beams proiettati sulla scena di un paradiso d’idiozie, nella parte di Beatrice, babes in collants contentivi e cappello da cow boy. Ciò che più mi addolora, ora che siamo, che sono io,,, tu, cara,, no,,, al valico dei quarantanove anni reali e non percepiti… anzi percepiti assai poco, ma che lo stesso segnalano i cinquanta,, e poi e poi,, è la trasandatezza del pensiero che tocca il margine dove il linguaggio è annichilito,, nel lessico. Ricordi, l’anno passato a natale ascoltammo la registrazione del discorso alla radio inglese di Virginia Woolf nel 1937, on craftmanship, parlava delle parole, utensili full of memories, echoes, associations. Questa qualità delle parole, al netto delle loro ambiguità, è il segno senza equivoci della stoffa con cui si modella e cuce il pensare. I libri oggi sono l’evidenza di memoria, echi e associazioni trasandate,, sintomo,, ma ti dico, premonizione des Aufstiegs und Fall dell’ascesa e rovina della città di Mahagonny, ovvero sia del mondo nel quale siamo tuffate come topi nell’olio, noi e chissà chi altro nel nostro piccolo universo sferico. Sciatteria prima che disimpegno. Sono seduttivi a vedersi i libri, seduttive le loro copertine ma come scarpe in vetrina, troppe e in parata del troppo per essere buone ; poi con estrema rapidità,mai lucidate o lavate da chi le indossa, trascurate persino dai piedi che dovrebbero giovarsene, presto assumono un aspetto di cosa pensata e fabbricata e usata per essere gettata. Gettata come carne morta. Fin da bambina ho tenuto ad avere scarpe impeccabili, ne avevo tantissime, io piccina che ero, un paio invernale, uno estivo e un paio di sandali, mi ci accanivo di persona, di quelle estive a lucidare anche le suole di cuoio ; uno zio di mia madre, un attore di piccolo calibro in pensione e che aveva lavorato a lungo in argentina mi raccontava che lì delle scarpe doveva lucidarsi anche le suole perché dalla platea il pubblico avrebbe ritenuto un’offesa il vedere suole sporche o consumate. Prima di assestarmi nel mio assetto standard in Mary Jane, c’è stato un periodo in cui estate inverno portavo scarpe, da maschio secondo mia madre che tuttavia aveva acconsentito all’acquisto, con suola carro armato,,, io per un po’ intesi si dicesse carramato, non capivo di che carro si trattasse ma che lo si amasse sì,,, la gomma mi dava la convinzione di potere calcare il mondo senza sentirne i bozzi sotto i calcagni,in levità e silenzio. Lo stesso dal quale scaturisce la musica per come la si intende nei privé dove si pratica quella forma di coitus reservatus che è il nostro concertismo colto,, anche se in fondo anche i Lieder sono solo canzonette. È l’innaturalità ad attrarci, la connaturata inattualità, della “””vera””” musica, l’innaturalità del pantheon o di villa Borghese,,, perché creazioni ex nihilo,,, messi di stelle,, big bang. In un certo qual modo possiamo considerare innaturale la natura proprio perché arrivata ex nihilo, da qui le sue bellezze. E Gaudì, è la domanda. Al mio tempo a Milano, sai, o Enrico (anche i lombardi usano l’articolo e dicono l’Enrico), mio amico di non pochi anni più grande, fratello putativo e posso dirlo improvvisato tutore – colui che me trasse per le chiome dalla mia palude,,, ci tornerò perché tu ignori il prima e il perché esatto del mio arrivo in Portogallo e questo è uno dei motivi di questa esorbitante missiva,,, o Enrico, che era il direttore di scena alla Scala, je te dirai, mi raccomandava che in palcoscenico sempre suole di para, per non disturbare col frastuono dei tacchi, non infilarsi dei chiodi nei piedi e non scivolare nelle corse cui il mestiere obbligava. Memore di questo e aliena, io, agli stiletti del martirio, affermazione posticcia di un femminile A ad A identico, e benché i tuoi stilettos siano invece, alla luce di Pessoa, conferma di una delle tue identità,, há mais eus que eu mesmo,, se ci pensi una traduzione in italiano calzerebbe stretta, ci sono più me di me stesso, hmm, chissà in tedesco, mehr als einer in mir, o forse meglio in francese, il y a plus d’un moi qui habite en moi,,, io indosso, lo sai ma ora il periodo chiede una chiusa, io, indosso le mie Mary Jane rasoterra con voluttà. Posso dirlo che mi capita di piacermi nella mia connaturata rigidità architettonica, ma relativamente meno di quanto mi piaci tu, stella danzante, in assoluto,, è una domanda non un’affermazione. Se riuscirò a districarmi dagli incisi di questa lettera tornerò anche su questo. Con ciò, ti avviso che la necessità è di svelarti una me velata, scoprirne i vasi con tutte le pandore, metterla a nudo e molto oltre e al di sotto di camicia e mutande,, che parolaccia senza grazia di echi,, direi sottopelle, dato che sotto le lenzuola pursue thy conquest love. Obrigada,,, zùm zùm zumzùm yaa ràrà zùm zumzùm ya rarààà à
La seconda parte 17 febbraio p.v.


