MARTHE, storia di una prostituta

Titolo: MARTHE, storia di una prostituta
Data di pubbl.: 2026
Traduttore: Filippo D'Angelo
Pagine: 171
Prezzo: 17,00 EURO

“Entrò prima lui, e lei, prostrata, lasciò chiudersi dietro di sé lo stipite pesante, Si risvegliò l’indomani ubriaca d’ignominia, ed ebbe un solo scopo, un solo pensiero, fuggire da quella casa immonda, andarsene lontano per dimenticare mali indimenticabili.”

Il racconto di questa mia nuova lettura, inizia citando un altro autore, Émile Zola, perché dopo poche pagine di “MARTHE, storia di una prostituta”, mi sembrava di leggere “L’Assommoir” di Zola, e allora mi sono fermato, e sono andato a leggermi la biografia di Joris-Karl Huysmans. Fatto questo, spero che Prehistorica editore abbia già in programma altre opere di Huysmans, (oltre al già pubblicato “Vite di coppia) che ci permetta di conoscere altri suoi romanzi, ed approfondire il suo percorso artistico, grazie anche alla traduzione di Filippo D’Angelo.

La storia breve e intensa di Marthe, una ragazza presto orfana di entrambe i genitori e abbandonata al suo destino, ambientata nel XXIX secolo a Parigi, emana ad ogni capitolo sentimenti fortissimi, che appassionano il lettore e lo coinvolgono a tal punto dal desiderare di intervenire in qualche modo, per modificare il corso degli eventi. E se ciò non è possibile ti rendi disponibile, anche e solo, a piangere o ubriacarti con lei. La vita di Marthe è un continuo sali e scendi, un altalena di eventi, un susseguirsi di illusioni e disillusioni, e lei non perde mai quel piglio, quella determinazione, quella forza femminile, che la condurranno ad un finale a mio parere eccezionale.

“Che cosa fare? Cosa diventare? Si ritrovò in una miseria tanto più opprimente che il ricordo del benessere gustato con il suo primo uomo le tornava di continuo alla memoria. Si cimentò in altre professioni, ma i bassi compensi che ottenne la dissuasero dal tentare ulteriori sforzi. Una bella sera, la fame la trascinò nel fango delle priapee; vi si distese sopra e non se ne risollevò.”

Ma veniamo subito agli uomini, perché è chiaro che la protagonista è una donna, ma… Che ci fanno gli uomini in questa storia? Che figura, ci fanno? Beh, la peggiore, non c’è dubbio. Una figura di una tristezza incalcolabile. Gli uomini sono paradossalmente “sempre pronti”, disponibili. Uomini(?), Marthe ne trova sempre e ovunque, non solo quando è “… ufficialmente a servizio in una mescita d’amore”, ma più spesso nel quotidiano, in una “casa aperta”, in un luogo qualunque senza un marchio evidente, più sordido delle stesse case chiuse. Vanno e vengono, l’autore a volte li nomina, li identifica (Leo – Ginginet), a volte no, ma ricchi, sfacciati, sporchi e volgari, rivestiti di maschere trasparenti, si comportano allo stesso modo, e blaterano frasi inascoltabili.

“Senti, non ne posso più. Ti ho tirata fuori dalla stanzaccia in cui te ne stavi sdraiata come un cadavere, ti ho fatta cancellare dai registri della prefettura, ti ho portata qui, mangi e bevi a volontà, fumi, è tutto nella vita, cos’altro vuoi? Hai il più bel destino che una donna possa desiderare…”

Ci sono altri due personaggi nel romanzo di cui vale la pena parlare: uno viene chiaramente nominato dall’autore, l’altro un po’ meno, ma è chiaramente identificabile e a mio parere si gioca con Marthe l’oscar per il miglior personaggio.

Il primo è l’alcolismo, un personaggio che prende il possesso di corpo e anima di molti teatranti di questa tragedia parigina. Inizialmente carica, da forza, come tante droghe credo, sembra rendere invincibili, ma poi…

Poi ti ritrovi nelle braccia del secondo personaggio, della solitudine, quella brutta, che non ti scegli che non desideri per riposarti, rinfrancarti, riflettere e ripartire ancora più carico, no. Ti ritrovi senza niente e nessuno, ma soprattutto senza te stesso/a. Non sai dove sbattere la testa. Disperato.

Questo è il romanzo della solitudine, ma non è un romanzo triste, è un romanzo che fa riflettere, interroga, provoca, se c’è bisogno ancora di essere spronati ad aprire gli occhi. Tutti siamo soli.

Buona lettura, e buone riflessioni.

“Era stata per Marthe una nuova estasi, un’attrazione per il vuoto su cui ci si sporge, quella vita incandescente con le sue capriole e le sue giravolte…”

Claudio Della Pietà

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