
Mi presento, mi spiace, ma sono necessario. E, con tutto il rispetto dovuto, quanto lo spirito della narrazione di cui in Mann“L’eletto”, incipit. Se lo spirito della narrazione ebbe in quel caso un garante di enorme prestigio, qui occorre che il lettore si adatti a perdonare la mia autoreferenza e mi elegga simile a quello per quanto modesto. Da molto prima che andassi in pensione è mio diletto ricercare, scovare, rendere noti fatti, o detti o atti perduti, curiosi e trascurati dalla memoria collettiva e dai gironi del turismo pizza e cappuccino. Ne scrivo in esclusiva per una testata di curiosità toscane in rete (non mi piegherò mai a scrivere on-line dato il perfetto trisillabo corrispettivo in italiano). Di rado beninteso, ma è successo che qualche emittente locale mi abbia invitato per un’intervista o a raccontare in breve qualche avvenimento particolare. Dio ne guardi, non mi presento qui come autorità letteraria, da scrittore, nemmeno locale. Scrivo come, in trattoria, tra una pappardella al ragù di cinghiale e una torta alle noci, racconterei qualche amenità a dei viaggiatori smarriti tra queste mie plaghe chete della Toscana centrale. Scrittore no dunque, non mi perito di dirlo. Ora che mi sono presentato per sottrazione mi permetto di aggiungere un algebrico più al calcolo. Sono stato archivista capo, benché un vice mai vi sia stato, e rettore, da règere cioè tenere in piedi, in pratica fare da cariàtide per la sala archeologica del comune di Rigàgnico, sala che fu la pieve di Rigàgnico fino al terremoto del 1453 che la compromise in modo grave. Sconsacrata e poi restaurata negli anni settanta dello scorso secolo e adibita a sala museale dal comune. Comune di circa sedicimila abitanti e quindi un po’ più popoloso del mio, che ne conta un dodicimila scarsi, sito sul colle di fronte ma meno alto, metri trecentodieci, di questo mio bello di Montemantìle, metri cinquecentottantadue. Più che un colle, il nostro dove viviamo, è però una distesa ondulata, tra maggiori e minori quote, come una tovaglia, appunto mantìle, buttata su una tavola ma non ancora ben apparecchiata.La sala museale è a suo modo ricca, qui intorno degli etruschi, e di popolazioni anteriori o coeve, le vestigia non mancano. Vicino, otto chilometri, in una zona con qualche risorsa geotermica è visitabile un complesso con resti che evocano più che mostrare una villa romana. I passeggeri sono rari, gli italiani men che pochi e, non so perché, anche fuori stagione molti i belgi ; immancabili i tedeschi , i quali hanno comprato e comprano – non che manchino i ruderi nel nostro paese e i poderi in abbandono – ristrutturano, rivendono o vi si sistemano ; qui a cinque minuti l’intero borgo fortificato di Bacìo è una piccola colonia germanica ; bella operazione urbanistica, tutta all’insegna del recupero architettonico e a noi va bene perché affollano i tedeschi i nostri negozìni e il podere di Baccio, il coltivatore diretto, nonché la nostra piccolissima Coop. Il lavoro non manca mai perché non si tratta di turisti ma di borghesi semiresidenti, genti che vanno e vengono tutto l’anno, irti i loro tetti di parabole per internet veloce. Preciso infatti che senza, qui sarebbe un’avventura connettersi alla rete. Io pure ho accroccato sul tetto un padellino della Alisè-Torino.
A completare il mio ritratto di pedante ( avrà notato il lettore l’uso tignoso degli accenti dove di solito son dati per assodati) da “psèudolo” professorale, come mi chiama la figlia di mia sorella, la mia nipote che è cattedratica davvero, linguista di peso e vera cruscante, voglio dire se al lettore mancasse una pennellata di colore a questo grigio nebbia, devo aggiungere che sono, qui in questo Montemantìle, l’unico che, come si dice, non va in chiesa, e che non ci va per due ottime ragioni, la prima è che or sono non pochi anni, da quando alla fine è stato possibile, ho chiesto e ottenuto dalla curia di Siena lo sbattezzo. Ho plastificato l’originale e porto con me sempre copia del documento con cui mi comunicarono l’avvenuta derubricazione dell’atto che mi fu imposto dai miei senza considerazione ; mi capitasse un incidente non voglio che prima dell’ambulanza arrivi un prete. La seconda è che per me la fede certo è un mistero ma come lo è l’ora legale, una balordaggine, una forsennatezza (chiamare le ore con un nome diverso non cambia la rotta del pianeta, o allora si chiami Diana il tocco e Angelica la Mezzanotte, così per variare, via, demenza) e si badi non sono di quegli snob che sostituiscono una superstizione all’altra. Dunque, sul trono della solitaria nube occhiuta non ho posto né i grandi architetti dell’universo né gli olimpici del neopaganesimo. Lo stesso si dica pei culti orientali, sufisti, buddisti, sincretisti. Mi è simpatico, lo ammetto, l’ateismo animista dei giapponesi. Ma simpatia, tutto qui. La notte scivolo sotto il mio coltrone come in un sudario, il sonno è un esercitazione che all’ognuno con non poca ironia impone la morte. La immagino come Saramago nel suo romanzo una meravigliosa signora, in viola, un tipo da “una frase un rigo appena” ovvero una sciarpa, una giacca, che come una diva volesse presenziare in veste di porta-sfortuna alla prima di una rivale. Questo mio genio senza talenti, privilegio, stigma, tuttavia mi ha reso sempre sopportabile, e massime di recente, il parroco di Montemantìle ; dovrei dire ex, in quanto è stato sospeso a divinis, ovverosia sollevato dall’esercizio del culto e a ruota colpito da scomunica, una censura dicono intesa a redimere, però consistente al punto da escludere della chiesa, dai sacramenti e dalle funzioni religiose. Questa la coda del racconto. Come si arrivò a tanto è invece il motivo che rende interessante questa che sta per ottenere i contorni di una vicenda.
Prima però è indispensabile che io spenda qualche riga per illustrare questo prete come personaggio. Non giovane ovvio, non vecchio, un fuscello di ossa, dalla pelle non chiara, direi trasparente come carta giapponese, occhi grigi di ghiaccio sporco e candidi i capelli, labbra sottili e tanto pallide che quelle di un morto differirebbero di poco, coltissimo ma di temperamento litigioso, gentile ma, per dirla tutta tra me e lui buongiorno e buonasera. Qui arrivò non so da che paese del padovano dopo essere stato colpito da una prima sospensione, per essersi candidato e sconfitto a delle comunali in una lista locale che più di sinistra non si poteva. Io non so niente, riferisco dicerie e poiché l’uomo è vivente evito di farne il nome, anzi gliene dò uno di fantasia come nei giornali, quindi Don Bolle, per la statura e l’incedere elegante di un danzatore, poco da prete. Comunque di Montemantìle bazzicava la parrocchia, il calcetto, il bar, e durante quel periodo di allontanamento si era abituato a far ballare i fedeli, seminando la pratica di mettersi in discussione, di mettere in discussione il rito, la religione, la chiesa e oh cielo, lo stato. Con arti da gesuita, mi dicono, poi io non so affatto come e che cosa facesse ma mi sono immaginato che fosse uno di quegli adepti di una istituzione che intendono ribaltarla da dentro – tattica cara temporibus illis ai rivoluzionari comunisti – invece di mollarne gli ormeggi e alla quale anzi sperano di ritornare casomai ne siano stati licenziati. Sotto le armi un giovane tenente del mio battaglione carri era così fatto, a noi semplici pagava merende e colazioni di tasca sua, era simpatico, un siciliano non molto più anziano di noi, ci aiutava in quei compiti che caratterizzavano il quotidiano di una caserma, per esempio scaricare e poi ricaricare un camion con lo stesso carico, lui si levava giacca e fazzoletto e ci aiutava, era un ingegnere e sapeva come farle certe manovre, poi con i piedi sotto il tavolo e un litro di vino e pane e salame per tutti, a Pordenone si sa dove si va a parare, ci spiegava cose sul capitale, sul come equalmente il capitalismo eccetera eccetera, non saprei ripetere. Teneva in tasca i “Manoscritti economico filosofici”di Marx, ce li leggeva a passettini e commentava. Se gli chiedevi, cerco di trascrivere – ca cetto cassòno comunista anarco comunista – rispondeva. Passò poco tempo da civile Don Bolle e appena morì il parroco anziano, fu lui a sostituirlo a Montemantìle. Era un ribaltatore: sempre pronto ad aiutare e a tuonare nelle prediche contro i mali del nostro tempo, mali sotto gli occhi di tutti, tranne di quelli che li interpretano come meraviglie o giuste rivendicazioni. Fumi ma, pare, in un’occasione arrivò ad accompagnare una donna all’ospedale perché non abortisse in malo modo ma ope legis. Posso dire quanto fosse evidente come da una parte aiutasse i peggio che umili, i disperati, i “terrabruciata”; dall’altra aveva un vezzo tutto suo nel rendersi antipatico agli altri, alla gente che sta bene e se lo tiene stretto senza simpatia e compassione. Poi la messa, e qui concludo, mica la officiava a regola, di questo mi sincerai in un paio di occasioni dopo che i racconti di altri mi resero la curiosità di cui difettavo. Don Bolle non seguiva la liturgia, durante le prediche percorreva a grandi passi le navate della nostra piccola chiesa principale, in preda alle rabbie per questo o quel fatto che lo avessero costernato. Un operaio, ricordo male, era morto schiacciato da un trattore e il padrone, mah, si era comportato male assai con la vedova. Don Bolle, fui presente, all’eucarestia mollò la patèna e il calice sulla mensa, e pìsside con le ostie alla mano, discese i due gradini dell’altare e la posò in terra. Poi, gridando qualcosa del tipo volete la vostra assoluzione prendetevela, oggi la comunione è a self service aggiunse : “ah già ma qui tutti buoni a credere”. E via per la sagrestia. Con ciò fu sospeso per la seconda volta, poi, dopo un annetto, primavera del 2024, riammesso, ma il bello doveva ancora arrivare. E arrivò in un notte buia e tempestosa.
Mi rallegro ora scrivendo che “era una notte buia e tempestosa”. È stato già scritto, tutti che hanno superato una certa età ricordano il bracco buffo, lo Snoopy dei cartoni e con vezzi letterari che non andavano mai oltre quella frase, era una notte buia e tempestosa. Ma non è vero, non era un notte buia e tempestosa, fu chiara di neve e placida come in una pubblicità del panettone. Inaspettata, dato che ormai a dicembre possono sbocciare i fiori di primavera, via, proprio il giorno ventiquattro arrivò la neve. Il cielo di giorno da giorni era stato di un azzurro malevolo, prosciugato come fosse inteso a screpolare la terra nemmeno fosse agosto. Di notte le stelle, per niente pallide sembravano frammenti di pirite in una massa di ossidiana. Un fulgore assassino. Di colpo la mattina del ventitré s’era levato un vento furioso che in capo a qualche ora aveva raddensato sulla nostra zona una massa di nuvole grevi e tali che il sole fece fatica a bucarle e non ci riuscì. Arrivate le nubi qui si fermarono, la temperatura si abbassò si può dire di colpo e il giorno dopo prese a nevicare. Nevicò, nevicò, nevicò calmo e placido fino a tarda sera, con qualche pausa forse a mezzogiorno, e poco prima della mezzanotte nevicava fitto. Io ero rintanato in casa con il camino acceso a sentirmi babbo natale, un bicchiere di vino sul tavolino e un bel film alla televisione : “L’invasione degli ultracorpi”, un fantascienza d’annata, una delizia per me che di fantascienza sono cultore. Non rilevai lì per lì che le campane dei dintorni suonavano, ma non le nostre, finché di colpo don, don, don, queste prendono a rintoccare, ma cupe. Mi dico che sembrano a morto. Sarà morto qualcuno, che rogna la notte di Natale non gli ha portato buono. Mi irrito perché le campane durano la loro fatica e mi obbligano ad aumentare il volume del televisore, smetteranno dai. Ma no non smettono, vanno avanti a oltranza. Ormai è mezzanotte e don, don, don. Non c’è verso. Ecco che sento voci sotto casa, un rincorrersi come in tumulto, pare di sentire un tumulto. Donne che si chiamano, Rinaaa, Oh Elviira, il don t’ha sentito. Sono curioso. Fermo gli ultracorpi e dai mi dico, sciarpa, cappello e cappotto ( sì sono ancora uno che indossa il cappotto, uno bello di casentino verde) scarponi e via si va a vedere. Mi dico. Seguo i rumori e le imperterrite campane della chiesa. Arrivo in piazza. Una folla sul sagrato e don don don. Il tempio rinserrato. Alla porta centrale appiccicato un cartello, scritto a mano, sul quale invece della messa si canta che non si può dire messa e suonare le campane se non a morto perché : “perché in Ucraina si uccide, perché a Gaza si uccide e in Sudan e in Congo e a uccidere sono le peggiori persone del mondo e nessuno che le uccida, pacem in terris a che prezzo?”. Questo in sintesi. Passò poco tempo e Don Bolle fu scomunicato, aspettate, latae sententiae. Di preciso non so che vuol dire ma per farla facile, su due piedi. Don Bolle lavora in un panificio adesso, si guadagna è il caso di dirlo il pane, tutte le notti. Anche di questa vigilia.
Finis


