Punto di fuga

Titolo: Punto di fuga
Autore: Elizabeth Brundage
Data di pubbl.: 2022
Casa Editrice: Bollati Boringhieri
Genere: romanzo giallo
Traduttore: Manuela Faimali
Pagine: 359
Prezzo: € 18,00

Secondo Gordon Parks la fotografia è l’arte di mostrare gli esseri umani per quello che sono: creature imprigionate dentro se stesse. Per scrivere questo libro la Brundage, come racconta nella nota finale, si è documentata a lungo e i risultati si vedono. 

Ambientato ai nostri tempi negli Stati Uniti fra New York, Albany e gli Hamptons, il libro ruota intorno a tre personaggi principali: Rye, Magda e Julian. A loro si aggiungono la poetessa Simone, moglie di Rye, e il giovane Theo figlio di Magda. Ciascuno racconta la storia torbida e complessa della propria esistenza con una voce individuale e riconoscibile lasciando al lettore l’onere del giudizio su scelte personali, comportamenti, ideologie, atti mancati, invidie. L’autrice li fa parlare a turno, in una sapiente alternanza, del passato e del presente. Così apprendiamo che si sono conosciuti diversi anni prima durante il prestigioso ed esclusivo Brodsky Workshop di fotografia e come già allora il rapporto fra il ricco, alternativo e un po’ snob Rye e il suo coinquilino Julian, di buona ma modesta famiglia, fosse viziato dalla strisciante invidia di quest’ultimo e dalla profonda diversità di carattere fra i due. Diversità anche nelle scelte su cosa fotografare: persone per Rye, paesaggi urbani desolati per Julian:

“Le persone non m’interessano…Le persone s’intromettono, cambiano la storia. … Non mi sono mai andate a genio. … Nelle mie foto la storia è in quello che non vedi.” (Pag. 86)

E Magda? Figlia di emigrati polacchi, orfana di padre, bellissima, cocciuta e fragile, Magda è il terzo incomodo, la donna contesa fra Rye e Julian, l’odiata rivale di Simone, già all’epoca fidanzata ufficiale di Rye e presto sua moglie. Bravissima fotografa tenuta in scarsa considerazione dai colleghi maschi, ma apprezzata da Brodsky, la seguiamo nel suo personale racconto fatto di frasi brevi e graffianti; l’ascoltiamo descrivere la forte attrazione per Rye, i loro momenti insieme, la foto che lui le scatta – una foto conturbante: lei nuda, seduta davanti a una finestra in casa della madre assente – una foto che tornerà più volte nella narrazione come una prova o una dichiarazione d’amore o soltanto un tormento di gelosia per Simone. Alla fine Rye sposa Simone e Magda, rassegnata ad averlo perso per sempre, accetterà di sposare Julian, avrà un figlio, Theo e gli dedicherà ogni giorno della sua giovane vita mettendo da parte una promettente carriera di fotografa. 

E Theo cresce. Bambino grassoccio e poco incline agli sport, sboccerà nell’adolescenza fino a diventare un bel ragazzo legatissimo alla madre e con scarsi rapporti con il padre Julian, fino al momento di andare al college nella città di Albany. Ma è felice Theo? Avrebbe voluto ascoltare la rivelazione che sua madre d’improvviso ha deciso di condividere con lui? Sua madre, che lui ha visto piangere troppe volte, bere troppe volte, rimangiarsi la parola data in tante circostanze.

“La vita era una specie di enorme operazione sotto copertura in cui non potevi dire la verità perché se lo facevi, se ammettevi che stava andando tutto a puttane, alla fine ti toccava farci i conti.”

Lentamente Theo precipita nella spirale della droga, risucchiato in un girone infernale composto da derelitti e accattoni, in compagnia della inquietante True, una ragazza sola al mondo e disperata. 

Si salverà? Ai lettori scoprirlo, come scopriranno molte altre verità nascoste e intrecciate alle vite di protagonisti e comprimari, come la presunta morte di Rye, la vita di sua moglie Simone in eterna attesa del marito, famosissimo fotografo, sempre in giro per il mondo e quando presente, presente solo con il corpo e mai davvero con la mente.

Elizabeth Brundage, che avevamo conosciuto qualche anno fa con il formidabile L’apparenza delle cose, ci incanta ancora una volta con un romanzo sfumato di giallo e ricco di presenze umane in lotta con se stesse, persone alle quali il successo e l’esperienza, lungi dal conferire sicurezza, hanno infragilito l’anima e confuso i pensieri. Ed è emblematico che abbia scelto dei fotografi come protagonisti: ladri, in fondo, di irripetibili istanti; soli di fronte alle immagini che catturano, la macchina fotografica come unico schermo fra i loro occhi e il mondo. Una solitudine simile a una lunga strada deserta:

“…che rappresentava il richiamo che avverte l’uomo quando si avvicina alla fine di qualcosa, quell’inevitabile punto di fuga dove niente sopravvive.” (Pag. 290)

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Francesca Battistella

Francesca Battistella (Napoli, 1955) si è laureata in Antropologia Culturale nel 1979 alla Federico II di Napoli e ha conseguito un Master nella stessa materia presso la Auckland University, Nuova Zelanda, nel 1982. Ha lavorato come Lettrice d’Italiano e Storia Contemporanea nella stessa università nel 1983 e nel 1984. Tornata in Italia è stata traduttrice dal francese e dall’inglese per l’Istituto di Studi Filosofici di Napoli e in seguito per dieci anni segretaria di alta direzione, promoter, editor e organizzatrice di eventi presso la società INNOVARE, gruppo Banco di Napoli. Dal 2008 vive e lavora a Lugano, Svizzera. Negli anni ha pubblicato il romanzo storico Gli esuli (2004), un giallo Il parco delle meraviglie (2006), un noir Re di bastoni, in piedi, una trilogia gialla ambientata sul lago d’Orta che comprende La stretta del lupo (2012), Il messaggero dell’alba (2014), La bellezza non ti salverà (2016) e ancora un noir La verità dell’acqua (2019). Gli ultimi cinque libri per la casa editrice Scrittura&Scritture. Scrive recensioni per Gli amanti dei libri, la rivista Airone (Cairo editore) e Luoghi di libri.

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