L’ElzeMìro – Legumi legàmi e litòti ( a stomaco vuoto)

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Adoro i piselli li trovo così maschili… disse così un giorno alla sua compagna di scuola e amica per rivalsa Giada Solidèa, nome levigato come la pietra cui alludeva e che per l’appunto, non la pietra ma la Giada non avrebbe subito né mai subì l’onta dell’acne, quasi il suo sistema endocrino non avesse registrato il transito, dall’angelicata all’età ingrata e pustolosa, e poi a quell’altra non meno ingrata ma che l’illusione popolare chiama maturità. A dispetto della pubescenza e dei brufoli l’amica, viva e vivente ancora, la celiamo sotto un nome di vampira, Carmìlla, al contrario di Giada, aveva già maturato invece una voce placentare, di contralto per capirci, e che molto procedeva e procedette e s’intonò nel tempo da un dire a un fare seduttivo assai e seducente; chiamate e richiami del desiderio. Giada, non avendo sceverato dalla dichiarazione di Carmilla sui legumi il doppio senso e a dire il vero, nemmeno il senso proprio alla metafora, a quel detto s’accordò punto; in sintesi le sfuggì che cosa il maschile c’entrasse coi piselli, ch’ella conosceva solo a cascatella di perle verdi e sgranate in cucina, per lo più dai loro plasticati involucri, reparto surgelati; della maschiezza la funzione propria, nei particolari l’era ancora ignota, benché studiasse (oh sì modello prima della classe, classico il liceo, un futuro a Heidelberg) di regine e fuchi ed ermafroditi, figli di Ermes e di Afrodite.
Spezzare con artata mossa l’emozione e consumarla nell’acido del sorriso o nel calcestruzzo dell’inciampo critico, questo è l’arte.
Resa dallo specchietto da borsetta della madre, la visione di quelle palpebre di rosa assassino, a prima vista e poi, osservando bene, di quelle labbra altere come una Fiordiligi sullo scoglio, senza sorriso, sornione nello schiudersi però al primo fingerpicking sull’arcano architettonico di valve o di  fiori, aves-del-paraìso, orchidee o semplici antirrìni o bocche-di-leone, a Carmilla, china e perplessa sul cristallo, non parve lì per lì annuncio d’Arcadia; e il richiamare il vero, con l’allusione a riscontro persino di un’aria, celebre assai, del Mozart, si capisce sia di chi narra; Carmilla invece, e per qualche parte della vita sua, non amerà che le lagne accorte all’emozione di inappagate canterine. Lei, al guardarla, quella sua anatomia l’avrebbe piuttosto avvicinata alle fantasie di certi mostri interstellari dalle orrende bocche di rovina; sì che non ancora nascosta nel pudore della peluria adulta, Carmilla si spinse a fantasticare di sua valva ogni possibile prolasso d’affilati denti, di orrende spirotrómbe o emissione di letale bava, così da provar di tanto, inquietudine, sconcerto, timor panico ma, in breve, sotto il setoso vello incipiente, le prime inattese curiosità, secondando insospettabili voluttà, voluttà che mai poi lei avrebbe trascurato, e la dolcezza fluida delle rugiade secrete le fecero dimenticare bellamente la realtà d’immagine, a vantaggio esclusivo dell’immaginazione; anche il bidet serale divenne fonte d’intrattenimento; questo, benché di tempo in tempo sangue buttasse quell’occhiuta bocca, e occorresse tamponarne ma la biologia. Appurata l’origine del sangue, nella scalata con certa malavoglia agli studi superiori, senza greco tuttavia, poco latino ma stravaganze algebriche passate da un orecchio e uscite a fil di voce pel miracolo del sei-al-sette, spronata però dal padre che la desiderava addottorata, alla morte di colui, le date vanno e vengono e vi ritorneremo, Carmilla si trovò così, iscritta alla facoltà ma di filosofia; orfana parziale tuttavia e indigente, e con la madre vedova ch’ebbe però l’ingegno, per sopravvivere, di riprendere il lavoro di ragazza, cui il matrimonio l’aveva sottratta, l’estetista parrucchiera. Poiché i soldi non bastavano mai e due mani si lavano meglio d’una sola, Carmilla si adattò, male, a bottega nel salone della madre, dove la jeune fille peraltro, chissà se ispirata dai profumi o dall’audace portamento in genere notato in parrucchiere e imparruccate clientele, non si lasciava sfuggire l’istante o l’occasione adatta a esercitare l’arte di pizzicar le corde di sé stessa, rivelazione s’è capito, precoce si e no ma vieppiù eccitante. Lavorando su shatùsh e balayage Carmilla si pagò gli studi.
Benché questa non sia èpica di operosi mammi e babbe né per carità parodia di piccole scrivane fiorentine, su questa storia penderà tuttavia, in senso letterale, un babbo appunto. Al seguito del fallimento di una certa sua impresa di trasporti, capitò che l’uomo, né giovane né anziano e del quale solo con tardiva agnizione Carmilla riuscirà a giustificare l’uscita dalla scena senza che, nel suo giudizio faticato, vi fosse mai davvero entrato, capitò che l’uomo lei ritrovasse, e quando ormai l’era sfuggito, appeso a un vecchio gancio infisso nel trave di colmo del solaio di casa. Uno stabile antico del centro storico; potremmo dire il nome della cittadina ma, vivi e viventi ancora se ne potrebbero adombrare, accusando analogie fastidiose e motivi… orsù la chiameremo Ombrìa. Ora d’altra parte, occorre subito stornare il lettore dal correre sforzato avanti, col pensiero che Carmilla avrebbe preso a perseguire da quel dì, ossia che per quella causa perseguirà nelle prossime puntate in ogni uomo, in ogni amore, come fantasma il babbo. Dunque per allontanare il vizio di anticipare avvicinando quanto, lontano, è bene aspettare di sapere per certo, diremmo qui quel che è sicuro; Carmilla restò scossa dall’idea paterna e dal  gesto conseguente, con differenti intonazioni dopo e all’istante; gl’è che nel caso l’uomo non aveva usato l’accorgimento di stare all’uso antico di giustizieri e giustiziati e mascherarsi in qualche modo il viso e il capo con cagoule, mefisto, passamontagna o cosa, pensando prima a chi ti troverebbe; sarebbe cortesia d’ogni suicida non attirare postuma attenzione con un’immagine di sé sconcia e cruenta, ma indurre alla compassione che la distanza esercita nel marmo. Più morto di così si muore, rispose a un poliziotto ingenuo il medico legale; per asfissia, ovvero malamente fu dell’autopsia la conclusione. Impressionò Carmilla innanzitutto il volto, volto che del vivo lei riteneva affascinante, ingentilito sempre il tratto ossuto da una barbetta tra il voluto e il trascurato e d’un soave rosso, come soavi i capegli di Carmilla; da cui il nostro soprannome. Poi, tra tute bianche e divise blu nel buio del solaio, ci fu da staccarlo il babbo, deposizione scompigliata e fósca, da Goya e insieme da El Greco, staccarlo dal gancio, dalla robusta corda, fatale ormeggio della sua, e della propria vita, fu il sentimento di Carmilla che in quel periodo leggeva Schopenhauer e Camus; se impiccarsi fosse il gesto trascurato di chi, al vederne l’apparato, lasci il banchetto non per disgusto o tedio ma al contrario di chi si arrenda alla sazietà fu la domanda senza risposta alcuna; l’errore è del resto nel giudizio che confonde non nel compimento del mistero. Carmilla mai seppe dirsi come ebbe la pietà d’assistere alle manovre dei soccorritori, ai rilievi della polizia, alle domande, sempre un po’ da sbirri appiccicose. Tutto le passò in apparenza sopra, come da piccina al mare quando sulla battigia, a pelo d’acqua stesa, lasciava con gusto che l’imbrigliasse, la sommergesse lieve l’onda prima di ritirarsi da dove era partita. L’onda che non è mai la stessa tuttavia. In questo aiuta la filosofia.

 

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BARTURO 10

in apertura Butcher Lesson, 2015 di Xiao Guo Hui (b. 1969)
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Pasquale D'Ascola

Pasquale Edgardo Giuseppe D'Ascola, già insegnante al Conservatorio di Milàno della materia teatrale che in sé pare segnali l’impermanente, alla sorda anagrafe lombarda ei fu, piccino, come di stringhe e cravatta in carcere, privato dell’apostrofo (e non di rado lo chiamano accento); col tempo di questa privazione egli ha fatto radice e desinenza della propria forzata quanto desiderata eteronimìa; avere troppe origini per adattarsi a una sola è un dato, un vezzo non si escluda un male, si assomiglia a chi alla fine, più che a Racine a un Déraciné, sradicato; l’aggettivo è dolente ma non abbastanza da impedire il ritrovarsi del soggetto a suo Bell’agio proprio ‘tra monti sorgenti dall’acque ed elevate al cielo cime ineguali’, là dove non nacque Venere ma Ei fu Manzoni. Macari a motivo di ciò o, alla Cioran, con la tentazione di esistere, egli scrive; per dirla alla lombarda l’è chel lì.

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