L’ElzeMìro-Il gusto del fisioterapista 6

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                                                                                Charles Sheeler (1883–1965) Classic Landscape, 1931

 

E così il mio fisioterapista Alabama raccoglie la sfida che sfida non è. Vedere qui appresso, Lector, un’altra povesia , xéle quatro quartine par servirte. L’Elzemiro non vorrebbe farsi poi troppo judex della lirica e se lirica c’è o non c’è; ma ormai si afferri che ha deciso di lasciar fare Alabama; in fondo gli fa il piacere di riempirgli lo spazio di chiacchiere magari più divertenti di quelle che lui l’Elzemiro riesce a mettere insieme; qualcuno boccuccia non apprezzerà ma, detto de core, queste rimette (visto che il capitano Àlab usa persino la rima) sso’ strane; niente filosofia in calze autoreggenti, niente quattro bajocchi di saggezza pop, o paté d’animelle che parlano di sé di sé di sé, ma dde che; nemmanco se sa’ de che parla ‘sto Alabbama. Orbita, per dire, in assenza di personalità, da attore, l’attore che è soltanto uno degli altri che può trasognare; l’attore è(sono) li pupi sua. Ooh all’Elzemiro non piace il popoeta, perché poeti sono quei  che se la contano su, analogo dei pittori di gerani a Bellagio, delle chiromanti, dei novax, gente che spreme, che si esprime; in questo è d’accordo l’Elz con il fisioterapista, ripetiamo con lui che l’espressione è schizofrenia o, lo diceva Cioran, epilessia (forse gli piacque la parola), e dunque chissene frega degli esprimionisti. L’arte non c’entra con colui che parla come se avesse un pieno dentro la sacca d’aria di un nome, Otello, Amleto, Violetta (pure Silvana) Adina, Dulcamara. La rivelazione è Figaro che nome non ha ma voce, Voce dal sen fuggita/poi richiamar non vale;/ non si trattien lo strale/quando dall’arco uscì. Quell’altri, già così, col nome, perdono la corsa con la poesia che è tartaruga di certo e arriva arriva ben prima di quel coglione rivestito di bronzo (faccia di bronzo en forme de cul) di quell’Achille, tendìneo e tutto strepiti e furia. Dunque le conte du conteur Alabamà continue.

November song-canzonetta over a calypso tune del Belafonte

Dig deep a ditch
dig deep a ditch.
Dillo a Novembre digli ch’è autunno
digli pure che un altro anno passa
e digli ancora che il burro ingrassa,
corra, tempo di un’ora è inverno…

Digli che sì da qualche parte un orso
è ingabbiato, ferito forato da un ago
sversa bile dal pancreas (quasi non ha polso)
muggisce a pena, lo tortura uno Iago…

Una merda, dal volto dicono umano,
il volto soltanto, il resto puzza
da rabbrividire, ma poi non è  strano
che sgranocchi a suo agio una pizza…

In faccia alla mole della morte
non sa, che muterà presto la sorte.
È Novembre. L’orso, poche ore,
trafitto, non c’è che dire, muore.
Dig deep a ditch.
Dig deep a Ditch.

stallo.   back to baires personaggi e interpreti tutti vivi più deniz.   allora first previsto di filare a sentire my personal whistle blower my source.   kim lo chiamo.  figlio di un orfanotrofio di stato bulgaro.  una trottola sinti dagli occhi bianchi come lacrime.   poi prima filato dalla badessa dei coccodrilli a canasta.  guardi le dico che c’è stato un attacco a casa mia.  lei è l’unico caso importante di cui mi occupo.  nessuno sa dove abito le dico.  potevano passare in ufficio ma no.  saliti e rettificato pancho.   doppia intimidazione avvertimento di stampo mafioso.  e guardi che non mi abbiamo ammazzato felis.   felis chi domanda l’imbesuita per bambini.   ( il figlio è al cps stamattina) il gatto felis è sotto i ferri.  se muore sono cazzi.  lo tenga per detto.  ma scusi io che c’entro replica come un twitter e non sa che lascio tracce vocali caso mai qualcuno che ascolta lei ascolti me e sappia dunque che se il gatto muore.  muore chi me l’ha ammazzato e con dolore.  conosco solo la vendetta  come antidoto e profilassi alla carogneria.  gli animali non si toccano.  gli animali non si toccano.  gli animali non si toccano.  nemmeno le vipere.   a meno che.  questo non lo dico ma penso che dietro l’assalto ci possa essere chiunque.   spesso è così.   che dia per perso il marito che non ho intenzione di farmi massacrare me la prossima volta.   perché ci sarà se non mollo.   non ho la legge dalla mia e non posso invocarla.   lo sbirro in proprio può prenderle ma darle solo quando non si potrà mai sapere.  perderei il lavoro peraltro mentre ho da cambiare tutti gli elettrodomestici di casa.  la lavapiatti soprattutto. la lavatrice. i fornelli. mi infastidisce il frigo con la guarnizione in briciole e un bozzo nella portiera.  mica lamentarsi.  il bozzo l’ho fatto io in uno scazzo piramidale.  raccontare è superfluo.   rarissimi ma se quando rompo qualcosa.  con un pugno abbozzai il cofano alla seat di uno stronzo condòmino una volta.  mi strillava che avrei dovuto levarmi subito dal carraio mentre sotto l’acqua stavo scaricando una carrettata di ikea.   un attimo dissi e me ne vado macché ti devi levare che devo andare in box capito.  sbrang.  uno che mi scambia per il fattorino mi da del tu e dice in box andrebbe ficcato in terra con la testa dipinta di miele.  lui deve essermi grato che non gliel’ho spaccata del resto lo so che non devo.   che in mano mia il pugno è un’arma.  così cofano sbrang.  pagata una cifra di riparazioni.  ma l’in box uh la paura del dott e se mi incrocia in portineria scappa e riprendere l’ascensore anche se ne è appena uscito.  dunque la coccodrilla canasta.  taccio.  temporeggio.  poi  le racconto abbastanza da farle paura negli occhini di spillo dell’assalto a casamia.  dettagli guignol.  mica per niente ma per farle capire che se mi voleva intrappolare in un cul de sac da furbetta e incularmi ero al corrente del che si era tirata giù la cerniera e adesso stavo in guardia e di più.   ha staccato un assegno a compensazione.   felis ce l’avrebbe fatta.    trascinandosi un po’ ma insomma ha ripreso a far tutto dopo 15 gg in clinica dal veterinario.  una sassata di spesa.   parentesi tonda una dottoressa giovane e splendida.   una cortellesi.  l’attrice sì.  una di quelle donne di cui se sei furbo ascolti all’orecchio la voce che ti sussurra  c’era una volta il tipo che eri e adesso non c’è più quindi.  quindi.  e poi santo cielo avevo deniz a casa.  un ritrovamento.  i ritrovamenti a 52 anni sono trovate dell’istinto di conservazione e conversazione.  deniz fa che mi auguri una vecchiaia senza pannolone né kukident.   crogiolarsi al sole in inverno.   viaggi in norvegia d’estate.   il giappone.   i ciliegi.   ci penso sì.  ci ho pensato in aereo guardandola dormire nella poltrona accanto.  finirebbe che dovrei chiederle se ci pensa anche lei.   chiederle la mano non senza il resto.   appoggio la sua idea di svagarsi da orientale nei negozi occidentali.  mi chiede se l’accompagno.  la sera sì decido di essere carino.  non si sa mai…

buona.  utilizzo lo stallo.  ogni indagine ha tempi morti da utilizzare.   per frugare bene tra le carte del notaio.  l’assalto alla mia fortezza è una traccia.   il segnale è arrivato.  il prossimo diciamo che potrebbe essere qualcosa di grosso tipo farmi saltare l’auto.  pancho sta benone e ha ripreso a ingozzarsi di pasta.   baires  puzza sempre di cucina.  lui non si fa da mangiare porta su dal take away cinese.  mangia solo cinese.  e pizza.   uno schifo il take away.  la pizza dell’autogrill qui sotto è un’ascella cotta al vapore.   non dico che il sapore sia di deodorante ma si avvicina.  meglio spartani come me.  sono affezionato a una sola cosa in cucina.  mi preparo minestrine senza dado.  metto tutti gli avanzi in una caldera d’acqua e lascio andare ore stile coreano.  ci sono stato una volta nell’oriente misterioso ed è incredibile che cosa si riesce a ottenere da quale sia massa di avanzi.   vabbè il notaio non me la fa credere.  lo studio è immacolato.  non un pelo in un posto diverso dall’abituale.  fatture riscontri conti preventivi uno specchio svedese a meno 270.  ma alla fine zac.  forse una carta ha un odore non pertinente.  tra le immacolate concezioni ho trovato sparse le trecce morbide fatture in inglese a una ditta di Dyarbakir.   per ns consulenza vs etc. sempre la stessa causale innocente ma cifre diverse.   quasi colpevoli.   a Diyarbakir hanno bisogno di un notaio di baires per muoversi.  sì possibile.   uno italiano che spiani la strada all’ignaro nella ragnatela del diritto locale.   ma spianarla a che cosa ecco la question without any answer.     e in banca delle belle balle.   non solo rimesse a ma rimesse da.   timeo danaos et dona ferentes.   timeo banqueiros.

maa di fica ne mangi ancora alabà o stai a guardare.  è la domanda che mi fa il mio informatore mentre davvero addenta un fico d’india.  novembre mah.   pensa che non è spinosa dai mangia mi dice.   e tutti si sbrodolano di risate nel bar tavola calda di pugliesi dove staziona.   allegre  bocche ripiene di fritti misti.   fuori dal carcere di omissis edificio modello fabbriche palestre persino un ristorante tutto di detenuti.  qui  gente così.  camionisti 250 grammi di pasta solo di antipasto.  addentano di tutto.  belve da cibo cibo cibo.  stile colosseo.  e notti fa per intenderci bene di figa ne ho mangiata da spanciarmi.  e come miagolava deniz.   forse mi piace perché è felina.  chic.  nemmeno fosse la prima volta.  dico con me.  al tempo di scienzepò laggiù nel monolocale che le pagava il suo facoltoso padre perché avesse le sue comodità da figlia del capitale.   ogni comodità.   me o chiunque incluso.  nutrirsi sì capisco.   teorizzare l’alimentazione va là.   per esempio carvalho il mio maestro di indagine un ossesso glielo dissi anche.  che ti importa di metterti in discussione coi baccalà.   se ti piace magna e tasi diceva mia nonna.   mica maria tognetta ma magna e tasi.   y si no te piasi igual magna e tasi.  capisco le cose gradevoli.   le uova sode e  le birre di maigret.  sono assodate.  ma stare a tavola per ore a deliziarsi di croccantezze e sapidità.  ma dde che.  per carità l’apologia del risottino con l’ortica dei nostri prati, del burro delle nostre vacche della cipolla del nostro orto.  tutto questo buco intorno al vuoto.  come morire.   una fogna ci attende.   per detto nemmeno  alla fine.   dunque.   pane e pomodoro pane e sardine pane e frittata.  amen e arrivederci.  stare a tavola a smerlettare è accanimento terapeutico.

allora con kim la prendo larga.  panoramica sulla fattura una per tutte ché non si sa mai chiedo se ha mai sentito parlare di questa ditta turca di mobili anche qui.   c’è una ragione.   sì che ne ha sentito ha dei tir che viaggiano poi spiego .  così ma da quando faccio il mobiliere mi chiede.   stringo la focale e chiedo se ha sentito che qualcuno mi cerca.   sì e no.  allora che sì.  che mi sappia dire.  vado in dettaglio chi è entrato in casa mia.  500 euro subito il resto se la notizia vale e presto.   kim non è uno che viene via per niente.  veste costoso  ma ha un suo buon gusto.  effacé quasi vuole sembrare qualcuno.  il suo vero lavoro è il trafficante di tir eccola.   ricambi e documenti e tutto che serve per farli partire in un modo e arrivare in un altro.  modifiche oculate all’orologio.   bulgaria moldavia macedonia. ucraina bielorussia qualche turchia.  forse traffica solo in tir davvero.  perché è stato camionista vero kim.     sa tutto di camion e camionette.  contrabbando dai tempi della repubblica popolare poi carburanti ricambi e pannolini e proiettili dalla bulgaria alla serbia durante le guerre jugoslave.  tutte le notti.  furgoni carichi di benzina nascosta in ogni modo.  poi i tir.   una volta qualcuno che gli voleva male mollò il freno di un bestione mentre lui cambiava una ruota.  sgusciò via in tempo ma ha una mano schiacciata la destra e così gli hanno levato qualsiasi patente.    però adesso è stanziale qui sotto il ciel che l’è bel quand l’è bel e ha persino un ufficio.   qui il bar tavola calda dei pugliesi.   con la rispettabilità  copre l’istinto di ascoltare per sopravvivere.   e per non farsi fottere.

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Pasquale D'Ascola

Pasquale Edgardo Giuseppe D'Ascola, già insegnante al Conservatorio di Milàno della materia teatrale che in sé pare segnali l’impermanente, alla sorda anagrafe lombarda ei fu, piccino, come di stringhe e cravatta in carcere, privato dell’apostrofo (e non di rado lo chiamano accento); col tempo di questa privazione egli ha fatto radice e desinenza della propria forzata quanto desiderata eteronimìa; avere troppe origini per adattarsi a una sola è un dato, un vezzo non si escluda un male, si assomiglia a chi alla fine, più che a Racine a un Déraciné, sradicato; l’aggettivo è dolente ma non abbastanza da impedire il ritrovarsi del soggetto a suo Bell’agio proprio ‘tra monti sorgenti dall’acque ed elevate al cielo cime ineguali’, là dove non nacque Venere ma Ei fu Manzoni. Macari a motivo di ciò o, alla Cioran, con la tentazione di esistere, egli scrive; per dirla alla lombarda l’è chel lì.

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