L’ElzeMìro. Favolette brechtiane_Vella il pittore.

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C’era una volta e due e tre in un paese vicino e lontano il pittore Vella. Tra Vella e il pittore chi fosse il secondo a lui era evidente. Ogni domenica quando al risveglio andava alla lunetta dello specchio per radersi – lui ridacchiando diceva per fargliela in barba – si accorgeva con grande conforto che il pittore era là, chissà dietro allo specchio chissà alla sua superficie. Ubbìe diranno i piccoli lettori ma che importa; i fatti son fatti per essere presi per veri da taluni e per scioccherìe di poeti da altri:  si intende dalla maggioranza che sempre è intesa avere ragione della realtà. Vabbè. Allora Vella faceva il pittore e nel paese e in altri siti, dicevano i più, e ne avevano alcuni molta altri poca stima, ma proprio perché quel in altri siti non era millantato credito ma verità: un quadro di Vella pittore era spesso ordinato da collezionisti, mercanti, ammiratori  da luoghi assaissimo remoti, e da conti duchi e persino da qualche altezza reale, che, a quel tempo, erano d’uso comune. Buongiorno vella vella buongiorno salutiamo mastro vella, lo omaggiavano così  i suoi estimatori paesani, convinti con ciò di fargli cosa gradita. A tutti coloro Vella non rispondeva o rispondeva scuotendosi con un gesto che a tutti coloro pareva di modestia, la modestia del grande artista. Altri lo ignoravano invece, per invidia s’è detto, o per ragioni che chiunque viva in un paese o poco più che tale sa; la gente non ama mischiarsi con chi non conosce né riconosce o non intende pari; come il più delle volte non ha che il niente da dire, si riserva il diritto di maledire. Con ciò non si vuole dipingere la snobberia dell’aristocratico che non guarda sotto di sé, per esempio sotto le sue suole, ma quella del pezzente che non guarda sopra di sé, per esempio sopra la visiera del suo berretto.  Vella non sapeva né voleva dare torto. Trovava naturale essere ignorato da questi e frainteso da quelli e sembrava se la godesse; era sicuro di non essere visto e ciò lo confortava; lo confortava che molti si accorgessero che non potevano accorgersi di lui, Lui lui si fa presto a dire lui e sbagliarsi di grosso; di chi dipingeva le cose mirabili di cui sopra se ne impipava: le opere proprie, il pittore sapeva di essere loro e non lui, Vella.

Cambiando di poco il discorso, il pittore era un pittore straordinario, le richieste a quei tempi erano un indizio sicuro non di successo ma di gradimento, già si è detto, di un pubblico che andava da un oceano all’altro e, a un livello meno emotivo, le sue pitture erano riconosciute, non tanto dalla critica che rientrava piuttosto nella razza degli inquisitori di partito, dei detrattori, quanto dall’acume di certi mercanti quello sì, per essere tra le più mirabili che un essere umano o supposto tale, potesse vedere e avere visto in vita sua. Le campiture, il tratto, il disegno, la prospettiva quando fosse e non solo quella prospettica, i colori, ah i colori erano forti e allo stesso tempo teneri, le immagini di una bellezza così sfolgorante che persino i trizzillosi preti del locale ginnasio gesuita non riuscivano a trovarci niente da ridire. Cioè non sapevano che dire; benché ancora oggi sia nota la loro vocazione a spiegare tutto in termini di simboli, dolendosene alquanto dalla pittura di Vella tuttavia non riuscivano a cavare nulla che fosse assimilabile ai temi loro cari: amore di dio, aldilà, eternità, cólpe (tra gli agognati còlpi), castighi, trallalà e altre abituali amenità. Insomma dinnanzi alle così perfette opere del Vella – acquisito col tempo l’articolo determinativo – la voce comune era di non avere voce per altro dire che, Oh bella com’è bella.

Vella dipingeva con totale adesione alla rappresentazione che allestiva sulla tela di ogni cosa quotidiana o estemporanea – più che vista stravista – pere e mele su un tavolo, un pesce fritto nel piatto, giocatori di morra, un vascello alla deriva, la neve intorno a un vulcano. Il suo occhio sul mondo – prediligeva il paesaggio  – che, amava dire Vella, È un è così come la musica… non c’è niente da capirci e se mai da carpirci. Vella richiedeva un osservatore ammirato, ma circospetto e molto acuto, di buon orecchio si sarebbe potuto dire, uno che tra un vedere e uno svedére, con qualche sconcerto si accorgesse non esserci confine, o solo uno sfumato cantabile, tra soggetto dipinto e soggetto pittore; tale da lasciargli la sensazione che per incanto l’opera gli svaporasse sotto gli occhi in un complesso – pattern – che altrimenti di sarebbe detto astratto. Poiché del Vella ci è rimasto poco – tra poco sapremo il perché – tranne alcuni rari quadretti sperduti tra Siberia e Cornovaglia e un quadro prodigioso dal titolo strano, la grande falce, dove non si vede né falce né grandezza ma una linea rossa di un rosso intransigente e sottile che attraversa la tela immensa per il lungo – metri 6×4 – con sotto una distesa di verdi d’ogni tonalità e sopra di azzurri e bianchi, del paro modulati, per noi moderni è impossibile farci un’idea esaustiva di come Vella riuscisse tanto bene nella sua arte; tranne in teoria e attraverso i racconti, questo per esempio, di un fatto che accadde e che non fu (più) possibile non fare accadere.

Vella viveva in una casetta appena fuori dal paese. Casetta, una bella casa con un bel giardino intorno, abbastanza grande da riuscire a stemperare i rumori che provenivano dall’adiacente strada comunale dove ogni genere di persone passavano su ogni genere di veicolo costruito per essere rumoroso più che adatto a passare ed essere dimenticato. Vella non amava i rumori, le voci grosse, le donne che strillavano, i convivi, le pubbliche relazioni, i regolamenti comunali che non regolavano nulla di ragionevole. Passava le giornate dipingendo di continuo, con calma e ponderazione e deponendo ora o dopo i pennelli solo per sorseggiare un caffè, di cui era ghiotto, mangiare un’arancia, un biscotto, un pezzetto di cacio, nell’indifferenza al fuori a vantaggio del dentro. Con ciò si sentiva strano, è vero, cioè sentiva, sapeva che era la sua opera a prevalere su di lui, in altre parole che lui c’era e non c’era. L’avere una moglie e una figlia  faceva sì che qualche domenica la faccia nello specchio da barba non apparisse. Non proprio, non stiamo parlando di magia, la faccia appariva ma ai suoi occhi era così irriconoscibile da quella di cui era sicuro, da fargli dire, Che vieni a significarmi fetente levati dal mio specchio. Quando ciò accadeva Vella cadeva in profondo smarrimento; dopo i lavacri del mattino si schiantava sul seggiolino del bagno ad asciugarsi per bene tra le dita dei piedi e a levarsi il rimasuglio dei calzini di lana grigia inverno ed estate da sotto le unghie dei piedi suddetti.

La voce degli invidiosi nel paese aveva autorità presso tutte le autorità che reggevano tutto con quello spirito che regge alla meglio ogni baraccone e traducibile con il motto, sappiamo benissimo di sbagliare ma è il nostro metodo ragazzi. Vella aveva più volte rifiutato di dipingere il ritratto alla figlia del duca, padre padrone e magante del paese. La duchessina Mafalda, questo il suo nome, nome che chissà evocava l’inganno agli occhi di Vella, possedeva nell’opinione comune tre virtù, bellezza rara,  stupidità sovrana e l’attitudine della carogna che, non di rado, della sciocchezza è compagna fedelissima proprio perché lo stupido dura fatica a distinguere e dunque a distinguersi senza sopraffare. Mafalda passava le giornate a palazzo catturata dalle diete che le assicuravano serenità e da un certa sua ginnastica di cui con voce infantile e nasale – un difetto nel perimetro della sua bellezza – non faceva che ripetere gli ordini a partire dal cinque: cìn-que, sèi, sè-tte, ò-tto, nò-ve, diè-ci. Mafalda desiderava quel ritratto non perché consapevole di quanto Vella l’avrebbe potuta rendere magnifica, di sontuosa bellezza, vittoriosa sull’eternità del caduco nella sua tenuta ginnica, nonnò solo lo voleva perché volere era l’unico verbo di cui dominava la declinazione. Ma Vella di suo declinò il non voglio schernendosi, cosa vera, che il ritratto non lo interessava per quanto bello fosse il soggetto da ritrarre; e disse al duca che sarebbe rimasto meravigliato egli stesso, dall’altezza sua ducale, di quanto poco potesse coincidere l’immagine dipinta con quella che ognuno si dipinge di sé e degli altri. Non possedere quel ritratto rendeva Mafalda più furiosa del duca padre, cui pure interessava un proprio ritratto e non ne voleva di altri perché un ritratto del Vella, riprodotto poi in centuplici copie gli avrebbe fruttato il passaporto a certi circoli, a certe cariche onorifiche e disonorevoli cui massime teneva. Da nominato sarebbe passato a eletto, eletto a vita per la vita e per la morte.

Com’è come non è, il duca, amicissimo del locale colonnello dei gesuiti, circa la circostanza volle sentirne il parere. Colui era specializzato al massimo, almeno quanto e forse più del Don Basilio di Rossini, nel creare calunnie, quelle aurette assai gentili che invisibili e sottili permettono di ordire la trama salda del ricatto. Bon farla breve, il gesuita cucì la storia adatta a due o tre palandrane di sua fiducia, così che struscia struscia ogni sabato sera in paese, le tre la cucissero a cento e via così: cioè che (il) Vella non volesse ritrarre né il duca né soprattuto sua figlia perché in realtà invitato una volta a palazzo si era intrattenuto con lei per prenderle certe misure che a una figlia di duca non s’hanno a prendere, che lei lo aveva respinto indignata, strillando – e qui la narrazione si faceva vivida e ricca di colori – ma che poi sopraffatta dalla vergogna e dalla spossatezza, È vigoroso e forte il Vella nonostante l’età sapete ah ah ah, era o si era, aveva e non aveva perduto i sentimenti e se non fosse arrivato in quella il duca, Volesse dire che se non fosse arrivato in quella il duca istisso, quello se l’avesse aggroppata, si domandavano e si rispondevano i molti creduli facenti flanella in ognuno dei tre saloni di barbiere del paese, leccandosi, anche quelli che non li avevano, tutti i baffi. L’accusa insomma era di avere manomesso, tentato di manomettere, mettere le mani sulla figlia del duca padre. Ahi obbrobrio, i gesuiti in preghiera sognavano la scena di notte nel chiuso delle loro brandine. Vella accolse come tutti la voce, se ne indignò, si difese e non si difese, cercava di spiegare che lui ne sapeva poco anzi niente, che casomai si sarebbe dovuto chiedere ma non a lui, lui chi poi, non al pittore ma all’ometto che lo sostituiva: ma quello il più delle volte è assente e lui non ha niente a che fare con quello, non ne sa e non ne vuole sapere;  A cercare ben bene non mi si trova, io stesso parlo e non mi sento, la mia opera è d’io – di apostrofo io – Già – farfugliava e s’ingarbugliava – Già mi infastidisce non poco quando quello oscura la mia faccia nello specchio… figurati infastidire una duchessa.

Vella fu chiamato dal duca a palazzo e gli fu promesso, Per voi maestro massime ci dispiacciamo dell’incomodo ma è cosa presta sfatare le leggende… dipingeteci un quadro… anzi due e saremo noi stessi a fare in modo che la leggenda non arrivi a inopportune orecchie… sapete la giustizia com’è… fosse divina perdonerebbe ma quella del re mai… e poi e poi e poi un quadro val bene 5000 lire (somma che si può calcolare eguale più o meno a 50000 euro). Il ricatto era palese e l’offerta generosa di compenso non compensava l’evidenza del misfatto.

Vella chinò il capo e dipinse così la figlia del duca. La fece spogliare, cosa che la divertì, e la dipinse a pelo e poi, nuda e dipinta come risultò, la incartò e legò in una tela e la consegnò al duca che non ne fu contento affatto. Ahi se non ne fu contento, egli montò come un mare in furia, filò dal colonnello dei gesuiti, sbroccò, anzi ruppe una brocca che stava lì sul tavolo delle devozioni; il colonnello suggerì non esservi altra via che radunare i magistrati sempre competenti di qualcosa. Questi spiccarono mandato di comparizione e mobilitarono la polizia municipale; il duca radunò la sua privatissima milizia e insieme le due falangi marciarono alla volta della casetta del pittore. Ma Vella, compiuto il beau geste, era ormai lontano. Chiusa per così dire baracca e burattini, era sparito; pare con moglie e figlia, ma non è dato sicuro. Sicuro è che il duca con i suoi e la polizia ne circondarono il giardino, spararono un pochino e quindi irruppero nella casa di Vella ormai vuota di persone; così un po’ per rabbia un po’ per gioco quei birbi prima sfondarono tavoli, armadi e materasse, rubarono con discrezione, poi tagliarono tele e ruppero cornici poi, al grido del duca da strozzarsi, Alle fiamme alle fiamme, senza dimenticare il ferro misero tutto a fuoco.

E di Vella, domanderanno i piccoli lettori, di Vella nessuno seppe più niente, anche se il duca si sa che mandò a cercarlo giro giro per il mondo quant’è tondo. Non trovandolo i suoi birri se la rifacevano sui quadri e, se non tacevano, se gridavano e si lamentavano, sui proprietari. Dopo un po’ però la cosa finì. Dei quadri s’è detto scamparono quel grande enorme e pochi altri nascosti qui e lì.

 

immagine di Kazimir Severinovič Malevič – Busto femminile

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Pasquale D'Ascola

Pasquale Edgardo Giuseppe D'Ascola, già insegnante al Conservatorio di Milàno della materia teatrale che in sé pare segnali l’impermanente, alla sorda anagrafe lombarda ei fu, piccino, come di stringhe e cravatta in carcere, privato dell’apostrofo (e non di rado lo chiamano accento); col tempo di questa privazione egli ha fatto radice e desinenza della propria forzata quanto desiderata eteronimìa; avere troppe origini per adattarsi a una sola è un dato, un vezzo non si escluda un male, si assomiglia a chi alla fine, più che a Racine a un Déraciné, sradicato; l’aggettivo è dolente ma non abbastanza da impedire il ritrovarsi del soggetto a suo Bell’agio proprio ‘tra monti sorgenti dall’acque ed elevate al cielo cime ineguali’, là dove non nacque Venere ma Ei fu Manzoni. Macari a motivo di ciò o, alla Cioran, con la tentazione di esistere, egli scrive; per dirla alla lombarda l’è chel lì.

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