L’ElzeMìro – Favolette brechtiane_La signora Giovanna e i suoi gatti

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C’era un a volta, o per meglio dire ci fu un tempo in cui il banato di Belgravia si chiamava così. Tempo felice e libero in cui soprattutto l’aria era totalmente libera di andarsene dove le pareva ed eguale libertà godevano, come è nella loro natura, gli uccelli più vari, dalle cornacchie alle cince ai balestrucci ai falchi pellegrini o gheppi o nibbi che fossero. Il banato era famoso quanto era esteso per i suoi campi di grano, per i suoi prati di lavanda e di alte erbe odorose, utili a fabbricare unguenti e profumi tra i più deliziosi; per le distese seminate ad avena e grano saraceno; per i suoi fornai abilissimi nel trasformare quei grani in pani di squisita fattura; e per tutti i piccoli animali e che strisciano e che corrono minuscoli tra l’erba alta e invisibili a tutti tranne che, appunto, ai falchi. Anche qualche aquila di tanto in tanto scendeva giù dalle vette dei Tati boscosi, dove si narrava abitassero gli dèi. Questa per lo meno era la credenza connaturata con i nativi del banato, i Belgravii, le cui credenze affondavano nella notte e soprattutto nelle molte belle giornate dei tempi. Il banato si può dire, e gli abitanti ne erano certi, fosse uno spicchio, di più una porzione abbondante di Olimpo ma  ai piani bassi. Però.

Ai suoi confini orientali si stendevano steppe grigie e incolte, abitate per lo più da cavalli selvaggi  e iene che si cibavano dei suddetti cavalli una volta morti, serpi maligne e topi anche lì ma più grossi e famelici delle umili arvicole abitanti il banato. Il bano si chiamava così da sé e il perché non se l’era mai riuscito a spiegare. Dopo molti ripensamenti aveva deciso che non era il caso di indagare ed aveva accettato per sé e per i suoi figli a venire il termine di bano, che sta a dire in buon sostanza capitano amministratore. Fare non faceva niente infatti se non stare attento che la semina fosse corretta e al tempo giusto e il raccolto abbondante; se c’era siccità amministrava le acque copiose di quelle terre, in modo che dove fossero mancate per qualche accidente, non ne mancassero, e così via dicendo. Attento che tutti  insomma nel paese avessero il loro e che a nessuno difettasse troppo né di questo né di quello. Le terre a occidente commerciavano con Belgravia, i mercanti e i contadini e gli artigiani ne guadagnavano e tutti di qua e di là dai confini ne erano felici. La morte quando sopraggiungeva era per ognuno il termine di ogni fatica e nessuno a Belgravia pretendeva di vivere più del tempo possibile, ma questa è un altra storia piccoli lettori. La storia terribile è che al confine orientale, oltre il quale  nessuno aveva né interessi né curiosità per cui andare di là, nelle steppe, non c’era né dogana né doganiere, e a nessuno era mai venuto in mente di edificare o fortezze, o muri o valli, né niente di niente per poter frenare, fermare, impedire, nel caso, un qualche caso. Ma.

Un bel giorno, tra i tanti che si levavano sul Belgravia, dal  villaggio di Grunditza, presso la frontiera, il capo dei pompieri, che per caso si trovava sulla torre di esercitazioni a controllare che tutto fosse a posto per le prossime previste, fu toccato da un sentimento di minaccia, da qualcosa di strano che alterava la cartolina dell’orizzonte a est. La sua linea infatti, sottile e piatta per solito, quel giorno era disturbata da una nebbia o da una specie di nuvolaglia in gorgoglio che correva tutto lungo la sua lunghezza da nord a sud. Non proprio di preciso ma insomma abbastanza. Il capo dei pompieri scese dalla torre, andò dal meteorologo del paese. Questi assicurò che non erano previste piogge né polveroni, come talvolta ne capitavano, e dunque c’era da concludere che quella nuvolaglia era per lo  meno anomala: qualcosa che arriva ancora da più lontano che dai deserti meridionali dei Gobbi, deserti  che un giorno perderanno una b. Una sola.

Passa un giorno passa l’altro la foschia all’orizzonte non si scostava anzi, a osservarla bene, al sindaco, al magistrato delle acque, che lì scorrevano in molteplici rivi, al meteorologo e infine di nuovo al capo dei pompieri parve che si gonfiasse e allargasse e insomma si avvicinasse, come rotolando. Il meteorologo, fatte le sue osservazioni i suoi calcoli, dedusse che avrebbe potuto trattarsi di una tempesta di vento ma, concluse, così imponente come mai ne aveva osservate. Calcolò la velocità approssimativa che in kilometri all’ora, misura allora ignota, faceva circa cinquanta, o settanta, o addirittura ohiohi dissero i calcoli: duecento. Assai presta per una tempesta, strana, maligna, una bora maligna. E intanto fu chiaro che si avvicinava. Il capo dei pompieri decretò la solita previdenza, tappare bene gli spifferi, tenere le porte chiuse col paletto, preparare gli scialli per coprirsi la testa e la faccia, qualora uno avesse voluto uscire; i pompieri srotolarono e agganciarono i canapi a vento ai loro occhielli infissi in ogni muro di ogni edificio. Per chi sa queste cose tra i piccoli lettori, si temeva una bora come oggi solo a Trieste la temono. Ma allora Trieste non era ancora stata costruita. Intanto, attendendo che quella bora arrivasse a soffiare sul villaggio, la vita procedeva come di consueto, ognuno al proprio lavoro, ognuno contento tanto della pioggia – aveva piovuto una pioggia fina proveniente da nord nell’intanto – quanto delle nuvole che appannavano sì o no il sole. Tutto bene si dice quando non si sa cosa dire di storto e nemmeno esaltare il contrario.

La signora Giovanna che aveva 40 gatti a vivere con sé, tutte le mattine preparava loro una ricca colazione. Ma quella mattina – quale domanderete, quella, la risposta – i gatti non si levarono come un solo uomo  dalla consuete copertine e lettini e braccioli di poltrone, per andare a mangiare; i più anzi presero strisciando pancia a terra la direzione di ogni angolo scuro e riparato della casa, sotto il letto della signora Giovanna, che viveva da sola, sotto il cassettone, sotto l’armadio per tutte le stagioni, sotto sotto per dirla tutta. E, all’improvviso, la signora Giovanna e tutti nel villaggio  si diedero conto che nessun uccello né volava, né cantava sui rami, anzi che era come fossero scomparsi. Anzi, massima tra le curiosità un’aquila imponente, piombando giù dalle altezze in cui di solito veleggiano le aquile,  sfrecciando bassa sfiorò i tetti di Grunditza e per quel poco che durò il passaggio a volo radente, cacciò dei berci che, fu a tutti evidente, volevano avvisare. Tutti si tapparono in casa, chiusero anche le persiane e attesero. Il meteorologo fu contento per non aver cannato la previsione: la tempesta eccola qua.

Le prime casette di Grunditza furono investite da un’onda  furiosa, per poco non si sollevarono dalle fondamenta, ma i tetti furono in gran parte strappati e le sedie e i tavoli dentro i salotti e le cucine furono afferrati per aria e presero a volare con la tempesta come fossero scheletri di cavalli o di altre bestie dal galoppo frenetico. Nel vento, qualcuno un po’ curioso registrò la presenza di rotoli di rovi spinosi, e  fascine di alberi strappati da chissà dove, da boschi lontanissimi, di cose umane come coperte e pentolini e cappelli dalle fogge inusuali, mai viste a Belgravia. In poche parole, se qualcuno avesse avuto modo di vedere l’evento a distanza, non fosse che di sicurezza, avrebbe avuto l’impressione che la tempesta trascinasse con sé non solo i simboli, i segni, ma la presenza stessa dell’umanità sulla terra. Grunditza fu, è il caso di dirlo, spazzata via. Poco per volta dopo i tetti furono i mattoni a volar via e i travi e gli infissi delle finestre, ogni cosa. Anche i rari uccellini nelle gabbiette e qualche criceto; i cani schizzarono dove loro sembrò migliore il riparo, i gatti, per primi quelli quelli della signora Giovanna, al rumore, al rombo del vento da lontano ebbero l’accortezza di  schizzare con lei in cantina. Per la verità quasi tutti i gatti di Grunditza scapparono in cantina, chi l’aveva a disposizione, altri saltarono in un fosso, nonostante l’acqua e si lasciarono portare dalla corrente come poterono, altri ancora, prima  che infuriasse e dopo mentre infuriava la tempesta, si ripararono negli anfratti di ogni cosa o casa. Altri, come volle il vento, morirono.

Finalmente la tempesta cessò o così parve al capo dei pompieri e ad altri pochi scampati che si erano rifugiati in questa o in quella cantina, in questo o quel magazzino sotterraneo. Uscirono allo scoperto per rendersi conto che di scoperto c’era tutto, le case, la stazione dei pompieri, il comune, la scuoletta dei bambini, via tutto, tutto raso al suolo. Grunditza come l’avevano costruita e fotografata nel tempo con gli occhi della memoria non c’era più. Ne presero atto, e presero atto che intorno la campagna, fino dove arrivava la vista, si era fatta della stessa materia di cui sono fatti gli incubi: una steppa costellata dei cadaveri di topi e iene strascinate via dal vento e sbattute a spezzarsi la schiena contro alberi e qualsiasi altro ostacolo contro il quale la furia di quella bora funesta li avesse scaraventati. Il paesaggio, non solo Grunditza, non c’era più. Il sindaco diede il consiglio di abbandonare quel posto, cosa volevi ricostruire se persino il bosco di querce lì vicino, bosco che forniva da decenni la legna da costruzioni, se persino quel bosco sembrava una gengiva cui avessero sradicato tutti i denti. Non c’era che andarsene. Ognuno prese ciò che era rimasto o che era riuscito a raccattare, dopo, nella quiete silenziosa e senza che un solo cinguettio si potesse sentire. Ognuno si mise in moto com’era, e su indicazione del meteorologo prese la via del sud in una colonna, dapprima abbastanza gagliarda, poi, man mano che la fame si fece sentire e la sete e la stanchezza e il dolore, sempre più mesta. Fortuna che bere si poteva bere ai ruscelli anche se erano ingombri di ogni cosa al mondo. Dietro alla colonna lentissima, la signora Giovanna a bordo di un suo carretto avanzava senza osare superarla. A bordo i suoi gatti. I cavalli si erano salvati. Non si sa come o solo perché la loro stalla era al riparo di un montarozzo boscoso ai confini del villaggio. Il vento lo aveva scavalcato come un cavallo di razza avrebbe fatto di un ostacolo. Belgravia oggi è da tanto che non esiste più. Né gli déi abitano più i monti Tati.  Della signora Giovanna  e del suo carretto si persero le tracce.

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Pasquale D'Ascola

Pasquale Edgardo Giuseppe D'Ascola, già insegnante al Conservatorio di Milàno della materia teatrale che in sé pare segnali l’impermanente, alla sorda anagrafe lombarda ei fu, piccino, come di stringhe e cravatta in carcere, privato dell’apostrofo (e non di rado lo chiamano accento); col tempo di questa privazione egli ha fatto radice e desinenza della propria forzata quanto desiderata eteronimìa; avere troppe origini per adattarsi a una sola è un dato, un vezzo non si escluda un male, si assomiglia a chi alla fine, più che a Racine a un Déraciné, sradicato; l’aggettivo è dolente ma non abbastanza da impedire il ritrovarsi del soggetto a suo Bell’agio proprio ‘tra monti sorgenti dall’acque ed elevate al cielo cime ineguali’, là dove non nacque Venere ma Ei fu Manzoni. Macari a motivo di ciò o, alla Cioran, con la tentazione di esistere, egli scrive; per dirla alla lombarda l’è chel lì.

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