L’ElzeMìro – Favolette brechtiane-La ricca dama d’Efeso

da Petronio Arbitro

moebius                                                    Moebius – The Gardens of Aedena

C’era una volta a Èfeso una ricca dama. E due e tre c’erano pure il tiranno Creonte, Plàtous il capo dell’occhiuta polizia & Stundenbacker il legìsta, che del tiranno era il consigliere spirituale – benché lui ammettesse di essere poco spiritoso – e inventore della teoria fondante le sue Pandette, la delle Tante-onte-ante, perché amava i giochi di parole tanto da confondersi da sé. Di entrambi Creonte amava cantare le oculate terzine di éndecasillabi – o aforismi – , accompagnandosi con voluttà al mandolino, strumento di cui si vantava essere il sommo pontiere, carica questa tutta da chiarire. Quelli e il mandolino entrano un po’ di sguiscio nella storia sicché senz’altro indugio eccola qua.

La ricca dama, che di nome faceva Ofèdia, era ricca perché il marito, Dìdimo Argentìno, era un celebre avvocato, il più celebrato vincitore di cause, le perse persino. In confronto a lui i campioni di lotta alle olimpiadi sarebbero stati da considerare dilettanti – lo erano in effetti –, mentre considerevoli erano invece gli onorari di Dìdimo e sconsiderata la sua ricchezza; grazie non di rado  alle giuste dritte del legìsta Stundenbacker e agli occhi di Plàtous che spesso e con metodo  stavano chiusi e beati tra i divani e le mollezze culinarie di casa Argentìno.

Egli abitava fuori città in una villa sfarzosa, vastissima e ricca di ogni comodità inventata o ancora da inventare, costruita su una scogliera a picco sul mare e nel bel mezzo di un giardino che ad oriente seguiva e si confondeva con i rilievi più bassi men bassi della scogliera stessa sì da costituirne una difesa, il bastione di una trincea o meglio uno sbarramento antiuomo con opulenti rovi di more e lamponi e pungitopo in luogo di filo spinato e cavalli di Frisia; a sud e a nord invece una ben elevata muraglia difendeva la proprietà da ogni intrusione, a occidente il mare, e nessuna spiaggia per chilometri. Ma la meraviglia era che all’interno dell’immensa proprietà correva – allegro – un fiumicello che da una grotta a monte della scogliera scaturiva e da una balza si gettava poi in mare;  un arguto lavoro di ingegneria idraulica lo aveva trasformato in uno smagliante anello d’acqua intorno alla villa che, in questo modo e per quanto fossero poco profonde le acque del fiume, si trovava su un isola di fatto, simile si diceva in tutto a quella della maga Alcina. Due piccole flotte di barchette erano ormeggiate una nell’ansa naturale del fiumicello tra l’erba e le rocce,  segnata da due belle colonne dette per celia d’Ercole in marmo Griottes de Campan – calcare nodulare, con matrice argillosa e noduli di carbonato –; l’altra a uno snello approdo di eguale marmo. Peraltro e aver voglia di due passi, giù per soli duecento comodi gradini dalla villa si poteva scendere a una caletta privata dove stare a mollo o prendere il sole nudi come si usava a quel tempo. Soli o accompagnati, alla villa si arrivava soltanto in autovettura, anche pubblica ché, per non disturbare la tranquillità e il riposo di Dìdimo e Ofèdia, le autorità comunali ben pilotate da Stundenbacker & Plàtous avevano stabilito il capolinea dell’unico tram, circolare 7, molto lontano dalla villa tre le casette ormai rade e basse della periferia di Èfeso.

Ofèdia va detto non esercitava nessuna professione né mestiere; non possedeva una scuola di danza, benché fosse noto che muoversi si muoveva come una serpe, una scimmia o in alternativa come un gatto, al suono del mandolino che il marito, anche lui, toccava con qualche abilità; che scacciasse la noia dell’isola non era nemmeno titolare di una qualche piccola boutique, bigiotteria o negozietto di fiori e bric-à-brac e siccome l’avvocato, che non aveva fiducia alcuna nelle autovetture, non le aveva consentito di prendere il permesso di guidare, la dama faceva per lo più un vita ritirata, casa e giardino, da suora, non fosse che non era quello il tempo delle suore. Ofèdia amava però crogiolarsi al sole nuda noncurante, anzi compiaciuta degli sguardi del personale di servizio. Per sembrare bella e luccicante si rasava con frequenza e ungeva di unguenti profumati eccètera eccètera ma Dìdimo lieto ogni mattina, dopo le non rare notti in cui ai verbosi doveri coniugali si era sottratto per i piaceri che otteneva da un ragazzo di cucina, se ne andava prima in palestra poi bello sudato, E adesso doccione, proclamava e via poi di corsa in ufficio dove la segretaria gli doveva far trovare una ricca colazione. Poi esame collettivo delle cause con la corte dei suoi giovani di studio. Data l’attitudine degli efesioti alla lite e all’intrigo, persino al pestaggio e all’omicidio, tra cause civili e penali, non mancavano mai anzi abbondavano le controversie da raddrizzare a chiacchiera così da mantenere lustre alla giustizia la spada, la corona e la bilancia. In tal modo, tolti gli investimenti con cui riusciva a dimostrare di aver diritto a non pagare tasse, le paghe e i contributi al personale cui non faceva mancare niente tuttavia, in tal modo Dìdimo incassava.

Dalla villona poco lontano, appartata, nascosta in un vallone senza sfondo tra cespugli e rocce c’era un’area – compound – ben attrezzata con montanti, traverse e corde di nylon sempre pronte per non buttarne via di canapa ogni volta; un capestro fisso insomma con annesso forno crematorio da cui ogni tanto si spandeva un fil di  fumo e un odorino dorico, cioè brutale di arrosto. A Èfeso vigeva la pena di morte anche per le più piccole infrazioni, mentre per le più grandi, nell’intenzione di Plàtous & Stundenbacker, santi estensori e custodi delle leggi cittadine,  l’uso era di elevare il colpevole – ma se ricco ad Èfeso lo si chiamava responsabile – ad un incarico di alto profilo e piatta fronte; era inteso che con i derivati di vantaggi e prebende, ciò avrebbe evitato che colui fosse inzigato a delinquere oltremisura. Per gli altri, poveri più o meno, per tutti impiccagione democratica. Di là dall’uso, gli ordini di Creonte volevano che gli appesi restassero per giorni cinque alla vista dei curiosi in modo da scattarne fotoritratti o abbozzarne schizzi d’arte a carboncino da vendere al mercato, o da ammonirci i ragazzini. Una guardia avrebbe guardato il morto per non far venire ai famigliari l’uzzolo di portarselo a rendergli gli onori che la legge gli negava. Creonte era bell’è buono di natura filosofica, cioè per diletto santo e assassino per vocazione.  Ma questa è un’altra storia.

Dunque in quei giorni, difficile da dire quali ma quelli insomma, era successo che per un modesto esproprio, tre arance, tre libri e un taccuino per il figlioletto che li aspettava a gloria, per ragioni tutte sue, un uomo della stirpe di Ognun al mercato era stato colto da cento guardie catafratte e ammanettato da Plàtous di persona. Al modo antico sotto l’albero più grande nella piazza principale di Èfeso, – il duomo era in costruzione benché non ci fosse ancora una religione cui destinarne l’uso – , Creonte, Plàtous & Stundenbacker amministravano la giustizia; dopo breve processo alle intenzioni che allora per la legge valevano mille volte più delle azioni, il ladro fu condannato e, dopo i tormenti di prammatica – gli furono cavati tutti denti, risparmiati gli occhi ma la legge prescriveva che la morte promessa fosse data per premio al malaccorto – , fu impiccato.
L’infelice era lì da qualche ora a penzolare, guardato a vista da un soldato quando improvvisamente per emorragia cerebrale e cause scatenanti ancora oggi da accertare Argentìno Dìdimo morì. Grande fu il lutto in ufficio e in casa ma tant’è; Ofèdia, impartiti gli ordini in cucina per il banchetto funebre, chiamò una vettura pubblica e corse subito in città. Compiuti i tristi doveri di una vedova, bloccare il conto in banca del marito perché non ci mettessero mano Plàtous & Stundebacker, andare dal notaio per il testamento, fare domanda che a tempo debito le venisse girata la pensione del marito, fatto un salto dal parrucchiere e ordinato che il morto fosse lavato intanto e disinfettato dalle ancelle, a sei servi, tra cui il giovane di cucina, fu dato di preparare nella caletta una pira profumata, per la cremazione in riva al mare come Shelley; così era scritto nel testamento. Poi la casa cominciò a risuonare di ululati delle prefiche, ventidue, e del personale che per contratto era tenuto a manifestare al posto dei padroni qualsiasi sentimento, collera, stizza, dolore, o desiderio passasse loro per la testa. E così fu.

Era un po’ che il mortorio andava avanti quando per volontà di Zèfiro gentile, gli alti lài arrivarono alle orecchie del soldato di guardia all’impiccato. Colpito e incuriosito, avrebbe detto Stundebacker dal presentificarsi di quel caso, il soldato pensò che il suo appeso poteva ben stare solo qualche po’ e, per un tracciato noto alle capre e visibile però a malapena, prese ad attraversare il macchione che proteggeva la villa. Si dice così che tra le più belle una delle serve, Clito di nome, mentre era fuori per more e lamponi, fu colta tra i rovi dall’improvviso sbucare del soldato, perché belloccio anzi che no e con il corpo adatto alle più acerrime malizie, pensò la serva pare; fatto sta che senza scomporsi si bevve la bugia che il soldato volesse rendere le proprie condoglianze alla signora Ofèdia; lo accomodò in una barchetta e via negli appartamenti della padrona.

Fu un raro incontro. Al presentarsi di quel magnifico esemplare di ancora ignoto milite, la vedova ci mise poco meno di un sospiro a percepire quali e quanti desideri si stavano instaurando nel suo cuore. Cercò Ofèdia tuttavia di combatterli, ma la sua pancia, benché l’artigliasse con le ben dipinte unghie e la stringesse e la costringesse come si fa con serva perché non urli, la sua pancia ebbe il sopravvento e, quando il soldato si avvicinò a Ofèdia troppo e troppo e troppo, lei lasciò che lui prima le sciogliesse la cintura poi che con la lingua e tutto il resto entrasse per quelle brecce che difese a quel punto non erano più. – È curiosa questa voglia di entrare nei corpi altrui –. Lui le sospirava malizioso a un orecchio mille cose che le parvero graziose finché, trionfante sulla bellezza di Ofèdia, le sussurrò, Come ci si sente mia cara ad essere penetrate, e lei per tutta risposta contestò, Oh bè  penetrate …  la notte fu lunga abbastanza perché entrambi desiderassero riposare un pochino, le bocche d’entrambi appagate di salive e altro ancora. Poi, quando Aurora con le dita rosate arrivò a illuminargli la fronte e il crine, il soldato si ricordò del suo morto e disse, Devo andarmene o chissà cosa mi fa Creonte. Il realtà sapeva benissimo che lo avrebbero scorticato o in alternativa lapidato, prima, poi impiccato va sans dire. Ma disse, Vado e torno, senza dare a Ofèdia il tempo di riflettere sull’opportunità di quel vado e di quel torno. Ofèdia però, allucinazione o incanto, cominciò a sentir suonare per la casa l’aria di Didone abbandonata. Come un pilota fa alla barra del timone lei diede in un colpo ordine che a sera si accendesse la pira sotto il cadavere del marito precisando alla serva, la Clito, Ricorda mia cara che fatto qualcosa capo ha la cosa, stasera il padrone brillerà come una cometa e come tale passerà. E lui non soltanto.

Qui la storia è al bivio di due distinte versioni. Nell’una si afferma che alla scoperta che qualcuno, parenti e amici di sicuro avevano trafugato il cadavere del condannato, il soldato agghiacciato per la sorte che lo avrebbe atteso, tornasse da Ofèdia a querelarsi e che lei, per non perdere in una botta sola marito ed amante, avrebbe dato ordine che dalla pira il marito già pronto fosse levato e che si andasse al capestro vuoto per appenderlo; così con tanti saluti. Questa lezione conclude che la ricca dama e il soldato vissero felici e contenti nel loro happy ending.

L’altra lezione, questa, racconta invece che nessun parente accorse al capestro, che il soldato passò una giornata romantica e sospirosa di guardia e che a sera ardente se ne tornò da lei, da Ofèdia che, finora s’è sottinteso, nonostante lo sfaglio d’età tra lei e il soldato era di bellezza sfolgorante. Come del resto la Clito, la serva che il soldato, si sa che non si sa mai, nella sua memoria casomai aveva registrato bene. La vedova, poiché era di solida buona educazione, lo accolse sorridente, prese con piacere parte ai ricchi giochi cui lui la sottopose e che furono se possibile più generosi e arditi di quelli nella notte avanti. Poi, mentre lui spossato e svuotato da ogni cosa dormiva, lei con molta fermezza disse a Clito, Guarda, fatti aiutare dai cuochi, senza sveglialo riportalo al suo posto di guardia e mettigli in tasca questa mia lettera.  E così fu.
Con il quarto di luna  apparso a splendere sul mare il soldato tornò in sé. Dirla precisa fu un fruscio, l’agitarsi di un’ombra in bianco e nero costà vicino, forse un russare che gli fece aprire gli occhi; mise mano alla pistola, puntò sull’ombra e le intimò Alt chi va là farsi riconoscere fermo o sparo. Ma alla luce speciale di quella falce di luna calante, il soldato riconobbe subito e con gran gusto un volto niente male e assai gradito. Era la serva Clito.

Ma ma ma, domanderanno i piccoli lettori, ma Creonte, Plàtous & Stundebacker; ebbene loro è il regno della sciocchezza e della ferocia così che raccontarne ancora non si dà. Ma la lettera di Ofèdia, chiederanno ancora, cosa diceva; anche questa è un curiosità. Allora dunque per finire, eccola qua. Giusto un ètto di sonétto…

Ma io e té e poi ma noi
mi dici che mi vuoi,
ed io macché da mé stessa sciòlta
che cosa mai farò della rivòlta.

Sènto il mio cuore lontano
che fa un rumore strano
in pètto, come un tic tac,
è proprio quésto qui il patatràc

Di lócco órològio  azzoppato
che in petto tu mi hai fabbricato.
Ti pare che voglia soffrire?

Mio caro macché, struggimenti
padroni, patèmi, gli incantamenti
oh per carità. Non voglio capire.

Pasquale D'Ascola

Pasquale Edgardo Giuseppe D'Ascola, già insegnante al Conservatorio di Milàno della materia teatrale che in sé pare segnali l’impermanente, alla sorda anagrafe lombarda ei fu, piccino, come di stringhe e cravatta in carcere, privato dell’apostrofo (e non di rado lo chiamano accento); col tempo di questa privazione egli ha fatto radice e desinenza della propria forzata quanto desiderata eteronimìa; avere troppe origini per adattarsi a una sola è un dato, un vezzo non si escluda un male, si assomiglia a chi alla fine, più che a Racine a un Déraciné, sradicato; l’aggettivo è dolente ma non abbastanza da impedire il ritrovarsi del soggetto a suo Bell’agio proprio ‘tra monti sorgenti dall’acque ed elevate al cielo cime ineguali’, là dove non nacque Venere ma Ei fu Manzoni. Macari a motivo di ciò o, alla Cioran, con la tentazione di esistere, egli scrive; per dirla alla lombarda l’è chel lì.

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