L’ElzeMìro – Fablìole-Margherita

NIEces per Fabliole

 

1. Dove Margherita si presente da sé

Ho imparato che le donne con un porro peloso qui o là sul labbro o sul naso, sono malvagie. Usò la parola malvagie, stando pronta alla fuga coi piedi a terra ma in sella alla bici, non sapendo bene se la donna seduta sulla panchina, la cui faccia rispondeva a quella descrizione, si sarebbe indispettita o no; e più che per l’osservazione, per non avere capito o frainteso il termine malvagio, pronunciato da Margherita ad arte con la i in bella evidenza tra la g e la e: malvag-i-e; fosse come fosse la donna si alzò dalla panchina e se ne andò convinta con qualche scarsa ragione che quella bimba, scalmanata per la corsa in bici appena conclusa, e che era più alta di qualunque bimba nel quartiere e che ingannava per via del disegno evidente del petto in maturazione sotto la maglietta, facesse parte di una banda di ragazzini incoercibili, ragazzi della via Pál – A Pál utcai fiúk – aggiornati, come succede che accada, alla ferocia odierna. Così Margherita che aveva al suo arco vari stratagemmi per impadronirsi a suo gusto delle panchine all’ombra, potè appoggiarci, alla panchina, la bicicletta, e sdraiarcisi, sulla panchina, a prendere fiato lunga lunga quant’era, i capelli folti, rossicci e ricciuti spampanati come una aureola sul legno verde della panchina. Margherita era la preoccupazione dei suoi babbino-e-mammina-cari. Non che andasse male a scuola, anzi, silurava ogni compagno di classe con le sue soluzioni accecanti ai problemi che la maestra di matematica, tale Rat, si divertiva a proporre per il solo gusto, accertato dalla severità di un inchiesta aperta dal più stupido dei  suoi colleghi su istigazione della non meno stupida dirigente scolastica o preside – c’è chi dice che la scioccheria sia condizione univoca per essere nominati dirigenti scolastici – di vedere la disperazione e non solo nei volti di tutti gli altri bimbi, due almeno dei quali discalculici moderati, tranne che in Margherita che allora peraltro, siamo al principio della quarta classe, aveva scoperto il rossetto. Questo del rossetto era il cruccio appunto dei babbini-cari e dei bambini maschi che vi vedevano una minaccia. Quando le altre bimbe, prive di qualsiasi sensibilità per il colore, si pastrugnavano di un rosa-mutanda o di un verde cadavere le unghie, lei, Margherita con i soldi settimanali dei sunnominati, aveva scoperto sì la possibilità di comprarsi certi libri dai titoli incomprensibili pei babbini-cari –  e per ignoranza ammessi in casa: Genealogia della morale, Malte Laurids Brigge, Tractatus logico-philophicus, Lolita – ma di comprarsi anche un bellissimo rossetto ambra 181-Intense de l’Oréal_Paris. Occorre dire che trovava che una bocca parlante andasse fatta risaltare di preciso come nei film risaltava quella della sua diva preferita Penelope Cruz; a parte Kate Blanchett. Nei loro film, che era costretta a guardare di notte dal computer in quanto proibiti in casa, la/le guardava parlare; guardava con rapimento il formularsi, o meglio il realizzarsi delle parole sulle labbra dipinte e anche se non capiva lo spagnolo e non troppo l’inglese ancora preferiva ascoltarla/le nei loro idiomi; dei sottotitoli le importava poco e la vicenda le pareva quasi sempre un facile per quanto avvincente cubo di Rubik; adorava invece vedere il movimento delle labbra che creavano quella inesistenza, quella sorta di sortilegio – un filosofo a spasso con l’orologio in mano l’avrebbe detto metafisico – che sono le parole dette; che poi sono tutte le parole in quanto le scritte sono solo trascritte ma in modo rudimentale; di questo era sicura Margherita: infatti, nello svolgere suoi temi in classe o a casa, temi proposti con inenarrabile pochezza, Margherita aveva preso a inventare e usare una tastiera di segni alieni alla grammatica ma che, nella sue intenzioni, volevano indicare e la pronuncia e la velocità e l’intonazione, ovvero il senso dinamico delle parole stesse e della loro combinazione, detta sintassi. Questo le aveva subito procurato l’astio della seconda maestra, quella intesa di italiano che, priva di argomenti meno infarinati di il poeta voleva dire o dite con parole vostre, acquisiti all’università – perbacco – durò subito fatica ad accettare che una bambina di dieci anni – quasi undici – non solo ribaltasse i termini di qualsiasi questione proposta per tema con argomentazioni estranee alla cultura, per dir così, media, cioè bassa, della classe, ma che infarcisse il proprio componimento con una segnaletica ostica: doppie virgole,, maggiore >o minore di < , frecce→, pause lunghe , per dire  i più semplici. Margherita accompagnava i suoi lavori con un benevolente prontuario, un decalogo per decifrare le sue indicazioni extra-testuali. La maestra Rat durò del bello e del buono per far entrare nella zucca vuota della collega che Margherita era come un gatto: aveva ragione lei, inutile cercare di coercirla… È un genio logico matematico di sicuro… lasciala in pace con i poemetti sulla pace nel mondo… vedi che legge Rilke… La questione rimase in sospeso anche perché la maestra di italiano di quel cognome tedesco ignorava la biografia e la bibliografia; sottoposta al giudizio della preside o dirigente scolastica, alla questione non si trovò soluzione ma Margherita fu lasciata in pace alle sue equazioni, alle sue letture, alla sua semantica, al suo rossetto ambra 181-intense. Spesso durante la ricreazione lei si ricalcava le labbra già dipinte e si divertiva a spaventare i compagni pronunciando con ostentata esasperazione le parole più difficili del suo non poco vasto lessico, Asìntoti, sternocleidomastoideo, enantiodromico, abreazione, matriciale… I bambini la guardavano come si guarda un matto, incerti tra il disagio e la paura; i più impressionabili le gridavano, Sei una strega. Questo i maschi. Le sue coetanee le invidiavano il petto nascente e soprattutto l’inarrivabile rossetto 181.

2. Dove Margherita fa la conoscenza con la strega del condominio e ne trae gran vantaggio

Le streghe non è detto che abitino in casette di marzapane e pan di Spagna, anche di giorno immerse nelle tenebre di qualche foresta o nera o di altri colori, cucinando pozioni dalle oscure destinazioni e dai non meno oscuri, tenebrosi ingredienti in un calderone negro, appeso sul  fuoco nel camino; non è detto che attirino bambini un poco ingenui in quei loro golosi rifugi immaginati e che riescano e infilarli nel forno del pane per poi mangiarseli; non è detto nemmeno che le streghe abbiano occhi e palpebre coperti di fitta lanugine o, in alternativa, musi da gatto pelosi e fitti di antenne e una coda nascosta sotto la gabbana e occhi gialli o verdi dall’enorme iride notturna. Le streghe, chiunque ne abbia un po’ di pratica o almeno di memoria, sa che ad esse gli occhi, a prescindere dalla tinta, servono soprattutto per guardare dentro, nel fondo di ogni cosa di qualunque natura sia. La strega qui in questa storiella abitava al piano 18 del condominio dove anche Margherita abitava con i babbini-cari, ma al 5. Finalmente, quando già da tempo si era trasferita lì nel condo con i succitati, Margherita la incontrò e senza esitazioni o paure del suo cuoricino, tuttavia di bambina, ne capì al volo la natura. Capì che era una strega per il semplice fatto che in nessun modo assomigliava a mammina-cara, né peraltro a babbino-caro né a nessuna delle femmine dell’uomo – Margherita chiamava così quelle che altri chiamano mamma o la signora o la tipa –  abitanti nel condo o di fuori. L’unica femmina di sua conoscenza e che lei chiamava però donna e che aveva sospettato potesse essere almeno una mezza strega, una streghina, era la maestra Rat di matematica. Benché costei l’avesse introdotta prima del tempo a una magia, quella delle equazioni e da qualche tempo del calcolo differenziale dove di certo un po’ di stregoneria c’era, a Margherita il dubbio se fosse del tutto o in parte strega le era rimasto e del resto intuiva che si poteva andare molto più oltre. Intanto osservò che la strega del palazzo arrivava nel palazzo al mattino quando lei usciva per andare a scuola e sempre vestita di scuro; ma più del colore, indizio certo di stregoneria, era la foggia fuori moda dei suoi abiti: i bragoni largoni al polpaccio, le scarpe con la suola vibram, dette cantierine e con il nodo alle stringhe centrato alla perfezione sulla mascherina, le calze pesanti dai disegni scompagnati e vivaci che mai aveva visto indossate da anima viva; portava occhiali tondi enormi e scuri anche con la pioggia; le mancava un mantello ma indossava uno strano copricapo, ibrido di scialle e cappuccio che talvolta, osservò Margherita spiandola, con un gesto felino lasciava ricadere sulle spalle scoprendo una testa – una sola – di capelli così biondi da sembrare bianchi, rasati cortissimi sul collo e alle tempie e stirati per il resto con il gel e con la riga di lato come usavano i bambini in tempi così andati da essere malandati; anche per questo non avrebbe saputo situarla in un preciso tempo personale. Attirata però dal fascino che sentiva spandersi da quella inusuale signora insieme con l’aroma di un profumo intensissimo e inebriante – avrebbe scritto così un autore minore della prima metà del ventesimo secolo – Margherita decise un pomeriggio di entrare con lei in ascensore, senza il minimo timore, e di arrivare con lei fino alla porta del suo, della donna, appartamento. In quel chiuso oblungo e per tutto il tempo della risalita Margherita, che si sapeva alta per la sua età, ebbe modo di calcolare quanto più alta fosse la donna: in tutto centottanta centimetri, almeno, non di meno, forse di più. Alla porta del suo appartamento, levati gli occhiali dal viso lattescente, le labbra tinte di un rosa quasi bianco – fosse Dior valutò Margherita – e osservandola per via della statura dall’alto in basso con i suoi occhi color acqua, con uno schiocco della bocca, lo stesso che si usa per farsi intendere dai cavalli, quella donna…hmm la strega… fece intendere a Margherita di passare la soglia e Margherita la passò. La porta si richiuse alla sue spalle con un click delicato e la luce di quell’ultimo diciottesimo piano quasi la abbagliò, del resto era primavera l’epoca dei fatti.
Da quel giorno in avanti, ingannati i babbini-cari dando loro ad intendere che avesse preso a frequentare una bambina di un’altra scuola, tale Letizia – nome di fantasia – Margherita prese invece a passare tutti i pomeriggi dopo la scuola nell’appartamento della donna Strega. C’è da precisare che questa non vi abitava; arrivava al mattino, s’è detto, e tutte le sere a buio spariva via dal condominio e si allontanava con l’autobus che portava fuori città, dove con esattezza non si sa. Che cosa succedesse invece in quell’appartamento lo si può immaginare, ma a fatica, dagli eventi successivi.

3. Dove Margherita vince

C’è che Margherita diventava ogni giorno più brava e insopportabile a scuola. Mentre gli altri bambini arrancavano dietro a ideuzze e concetti inconsistenti, persino la maestra di matematica Rat ogni tanto restava stordita dai nuovi prodigi di quella sua allieva prodigio. La maestra di italiano non sapeva che farsene di una bambina così e per levarsela dai piedi propose che fosse stabilita con procedura d’urgenza una commissione di professori al fine di valutare se passare Margherita dalla quinta elementare a una qualche annata di liceo. Così abbassa le ali, ghignò soddisfatta la maestra, certa che quello stratagemma si sarebbe tramutato in trappola – vedremo come – per Margherite saccenti. Invece fu la commissione d’esame ad abbassarle: le ali, le orecchie e le arie perché nessuno capì di preciso i discorsi di Margherita circa qualsiasi argomento; ma se ne sbalordì. Fu attuato allora da parte di un insegnante del gruppo, il di ginnastica figurati, e genero in segreto della maestra – ecco la trappola – il tentativo estremo di far saltare il banco d’esame perché Margherita dichiarò di non avere tempo per la ginnastica e di non averla mai praticata. Fu impertinente del resto, Lascio le mutande sudate e calzini fetidi a chi ha tempo da perdere… tuttavia, richiesta di eseguire non si sa bene che palleggi a canestro, chiese allora una matita e un foglietto, vi scribacchiò due conti poi, per tutta risposta e senza avere mai toccato una palla si appostò in un angolo preciso del campo da basket, scagliò la palla sul pavimento, senza tecnica ma con la determinazione di un campione di biliardo… la palla rimbalzò con violenza, volò in alto e ricadde esatta nella rete. Non fu possibile trovare nessun altro cavillo e c’è da dire che la commissione aveva avuto subito in uggia quell’insegnante di ginnastica, tutto felpa, barba e fischietto. Il presidente delle commissione propose che la fanciulla, se lo avesse gradito, avrebbe potuto senz’altro passare all’Università. Margherita gradì ma ci stette poco. Fu subito richiesta di pareri e opinioni in quasi tutte le materie del sapere conosciute. E questi pareri ed opinioni e risposte che esprimeva le venivano pagate cifre incredibili e senza esitazioni e col sorriso fino alle orecchie da parte di funzionari e dirigenti di alto rango delle più illustri tra le aziende nel mondo. Margherita divenne in breve molto ricca ma continuò a salire al diciottesimo piano tutti i pomeriggi finché la Strega, inaspettatamente, un mattino non arrivò; né quel giorno né in tutti gli altri giorni appresso; né mai più. Fu Margherita a prendere il suo posto nell’appartamento. Sta lì adesso, ma anche lei dove abiti, dove vada tutte le sere con l’autobus e da dove ritorni al condominio, piano 18, non si sa. Di giorno sta lì e attende. Ah… i babbini cari, come tutti fanno, intanto sono morti.

 

Schermata 2017-05-09 alle 10.56.35

In apertura Nieces di Zoey Frank

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Pasquale D'Ascola

Pasquale Edgardo Giuseppe D'Ascola, già insegnante al Conservatorio di Milàno della materia teatrale che in sé pare segnali l’impermanente, alla sorda anagrafe lombarda ei fu, piccino, come di stringhe e cravatta in carcere, privato dell’apostrofo (e non di rado lo chiamano accento); col tempo di questa privazione egli ha fatto radice e desinenza della propria forzata quanto desiderata eteronimìa; avere troppe origini per adattarsi a una sola è un dato, un vezzo non si escluda un male, si assomiglia a chi alla fine, più che a Racine a un Déraciné, sradicato; l’aggettivo è dolente ma non abbastanza da impedire il ritrovarsi del soggetto a suo Bell’agio proprio ‘tra monti sorgenti dall’acque ed elevate al cielo cime ineguali’, là dove non nacque Venere ma Ei fu Manzoni. Macari a motivo di ciò o, alla Cioran, con la tentazione di esistere, egli scrive; per dirla alla lombarda l’è chel lì.

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