L’ElzeMìro – Fablìole-Erminio

In apertura Nieces di Zoey Frank

È notevole il numero e varie le qualità delle persone, tali almeno per convinzione, che affollano un condominio. Erminio per esempio. Dal labbretto superiore baffettino e che evoca chissà baci sfacciati, Erminio è un omino al contrario tranquillo, ma noto per il coraggio e sempre pronto ad aiutare e questo e quella, che per lui pari sono: e chi non sa come accapigliarsi con il televisore restio a sintonizzarsi col decoder, e chi bestemmia la marca del compiùte ribelle all’accensione o peggio talvolte allo spegnimento; c’è chi non sa prendere un appuntamento per una radiografia, sempre che sia possibile a breve, e chi non conosce un buon dentista e non troppo caro; tutta la panoplia degli affanni e delle seccature quotidiane trova in Erminio un pratico Amleto e una spalla adatta ai lai.
Ha come l’universo mondo Erminio anche i suoi difetti, il più rilevante di tutti quello di srotolare ogni volta con il suo interlocutore non i semplici quattro convenevoli, ma una storia della televisione mentre l’accomoda all’anziano del 4° piano e non nativo digitale, o vita e miracoli della valvola mentre mette mano al calcolatore del vicino del 16°, tipo incostante e furioso col mondo alfanumerico. Erminio, in sintesi è uno che parla parla parla, è posseduto da una sorta di coazione a parlare fino a sconfinare nella glossolalìa, nel grammelot intimo, nel chiacchiericcio confuso e confusivo. Parla anche di sé ma con giudizio sfumando, confondendo, deviando, aprendo e chiudendo parentesi sul suo amore disperato e passato.

Erminio serve lo Stato nel suo esercito e di questo in un corpo speciale di scalmanati votati alla morte o quasi in caso di guerra, pronti quindi ad assaltare, in dieci giunti dal mare o dal cielo, un fortilizio irto di fucili, mortai, rpg e canaglie armate. Erminio è un fedele, alle istituzioni nel caso generale, e all’amore della sua vita nello specifico. In alta uniforme e fermo a una fermata d’autobus, sempre la stessa e con un mazzolino di fiori in mano, qualcuno ha potuto vedere Erminio lì ad attendere la bella del suo cuore per un paio d’ore poi deluso ma renitente andarsene e ogni volta pronto a ricaricarsi come fa l’arco con la frecce o alle corte come in un film d’azione la pistola del prode gagliardo.

Erminio conobbe Teresita anni fa quando lei abitava nel condominio con la vecchia mamma malandata. Erminio non si risparmiava in aiuti alle due donne benché pel suo lavoro, anche in tempo di pace, fosse costretto ad assentarsi per periodi a volte non poco lunghi di addestramento, o addirittura di missione. Di pace così detta. A part ça Erminio non mancava di portare su la spesa alla mamma e alla ragazza, Teresita di nome, anzi di andare loro a fare la spesa. Non distoglieva lo sguardo quando la figlia, alla mamma enorme sul letto come una rana gonfia, cambiava il pannolone. Chiacchierava egli senza sosta durante l’operazione, come di consueto, e non si sa se per sgravare l’atmosfera di dramma e di odore; in ogni caso era lui a spalancare la finestra della stanza per cambiare aria mentre Teresita finiva di accomodare la mamma sulla sua carrozzina, al riparo dell’ampio soggiorno, ferma davanti al televisore che, per fortuna, in quell’appartamento non sbarellava mai per collassi alla sua rete di microchips. Teresita ringraziava con trasporto, gli era grata di quella dedizione non richiesta e con ambiguo affetto; però ci fu un giorno che smàckismack ella schioccò uno e due baci sulle guance di Erminio; guance aduse in azione alle ruvidezze invece della terra e dei rovi e dei bronchi scorticati di cemento armato. Fu un bacio doppio che lo confuse due volte e lo confermò nel sentimento che provava per Teresita, benché per ritrosia egli non osasse andare oltre l’allusione. Tutti i giorni Erminio accompagnava la giovane – più giovane di lui non si sa di quanti anni – alla fermata dell’autobus che lei prendeva per andare al suo lavoro in una compagnia assicurativa di opere d’arte; e ogni giorno verso sera l’aspettava puntuale al ritorno da quello stesso lavoro e ogni giorno dopo qualche indugio aveva preso a presentarsi, a quell’appuntamento di cui in sintesi solo lui aveva stabilito i modi e l’ora, con un regalino, una sciocchezza poco impegnativa: oggi un barattolo di sottaceti – prediletto da Teresita certo misto di verdure detto giardiniera – domani un che di cui lei avesse espresso il bisogno o la mancanza: per esempio un assortimento di calzini colorati pesanti – per stare in casa, ché Teresita non usava né pantofole, né ciabattine, né pianelle di lana e per carità nemmeno infradito di plastica thailandese –. Insomma delle somme Erminio riempiva Teresita di quelle attenzioni che disegnano i confini del corteggiamento o della coppia in gestazione tra animali della stessa specie.

In fine di ogni conto, come spesso succede, la mamma di Teresita morì. La giovane, affranta ma tutto sommato sollevata dall’evento, andò al funerale con un bel completo nero, nuovo di sartoria, che Erminio si era premurato regalarle insieme con delle scarpe nere – tacco 8 ma di grande eleganza – ; a dispetto delle sue rudi occupazioni marziali Erminio aveva il gusto di un dandy e una passione per l’abito lo quale, diceva spesso, Fa il monaco altro che se lo fa.

Chi pensasse a questo punto che Erminio potesse mettere in chiaro il suo amore al cuore finalmente libero di Teresita, così facilmente come avrebbe fatto al comando di un commando contro un covo di terroristi, ebbene chi lo pensa si sbaglia. Non che Teresita non fosse consapevole che le attenzioni di Erminio erano un palese flirtare con uno scopo altrettanto palese. Ma fu proprio a quel punto che Teresita sparì. Una bella mattina, passando come come spesso accadeva dall’appartamento di Teresita a bussare e chiedere se a caso avesse bisogno di qualcosa dato che lui era lì lì per uscire, ebbene Teresita non diede segni. Un vicino di porta, scomodato dal trambusto sempre meno discreto di Erminio, il tale inquilino ancora in pigiama, alla domanda dove fosse la signorina T., rispose sull’uscio, come fa il cacciator fischiando, che Teresita sì era svolata stamane mattina per destinazione ignota; che gli aveva lasciato le chiavi per l’amministratore, che sì portavasi appresso una valigia, anzi due; che no, nessun messaggio né indirizzo aveva lasciato per Erminio, né per forza né per caso; stop. Erminio rimase lì per lì nella condizione del pescatore che non sapesse che pesci pigliare e non solo, di chi andato al fiume a tal scopo si accorgesse però di non aver portato seco né ami né canna. Fulminato dalla notizia Erminio uscì dal condominio in preda a mille presentimenti quando in realtà uno solo avrebbe dovuto bastargli per capire che la situazione era chiara; cioè disperata; con l’atto radicale di sparire, Teresita veniva a significargli che il loro idillio immaginato al capezzale della madre inferma era terminato con una cesura sul mai più.

All’ora a lui nota e quella stessa sera Erminio si munì di un mazzolin di fiori e si appostò al ritrovo abituale alla fermata d’autobus. Ne passarono uno e un altro di autobus e un altro ancora, tutti saturi di passeggeri e tutti i passeggeri furono scaricati nel disordine del fine giornata di lavoro sul marciapiedi; dopo un intervallo ragionevole arrivò, si fermò, ripartì un altro ancora, ma quasi vuoto e nessuno scese; infine arrivò e non si fermò nemmeno un autobus vuoto al completo sulla fronte luminoso del quale spiccava l’annuncio, deposito. La luce del giorno volgeva alla sera in quella stagione ed Erminio sedette su una panchina lì appresso a riflettere sul da farsi, se mai da farsi ci fosse stato qualcosa.

Erminio sapeva dove Teresita lavorava. Così il mattino dopo si presentò all’agenzia di assicurazioni e con qualche imbarazzo chiese di essere rassicurato su Teresita: chissà avesse cambiato casa e indaffarata com’era prevedibile fosse e a pochi giorni dal funerale tra l’altro non aveva/avrebbe avuto la testa per avvisarlo di quella decisione drastica. Per convincere della sua necessità l’impiegata del ricevimento lui presentò l’autorevole suo tesserino militare. Questa intese che di mezzo ci fossero i servizi segreti e lo introdusse dal capo del personale. Tra capi vi intenderete, disse la ragazza che masticava cicca americana. Il, cioè la capo del personale non ebbe difficoltà a dilungarsi oltre i suoi limiti di capo del personale, Teresa, disse, Teresa si è licenziata ieri mattina… se non è in casa sua non sappiamo dove proprio sia… di liquidazione ha voluto un assegno in acconto subito… il saldo ci telefonerà per dove versarglielo… e anche il numero di telefono ce lo farà sapere perché ci ha detto che ha chiuso casa e cambiato il numero di portatile e… anche compagnia telefonica… la quale non saprei.

Per mesi Erminio si recò all’ufficio, dov’egli percepiva ancora il profumo di Teresita, ma senza risultato; seppe che dopo sei mesi lei si era fatta accreditare quel che le era dovuto a saldo della liquidazione ma in una banca di cui anche l’ufficio era cliente sì ma figurati, a Londra. E per mesi mattina e sera Erminio si recò alla fermata dell’autobus. Per meglio essere notato, casomai nel buio della sera, indossava sempre l’alta uniforme, scintillante d’oro e distintivi e con sempre un mazzolino di fiori pronto alla consegna. Per tanto tempo ancora Erminio insistette in quella missione disperata, finché una sera, dopo avere atteso invano una volta di più, si avviò verso casa; per strada incrociò una donna che passava di furia con la spesa e le offrì i fiori; ci fu dell’imbarazzo perché lì per lì la donna fraintese il gesto per atto di aggressione; ma Erminio era così cupo che alla fine la donna accettò per compassione. Poco dopo Erminio infilava le chiavi di casa nella serratura del suo appartamento, apriva, entrava e accendeva la luce dell’ingresso; come chi ha capito di avere perso lo statuto di essere umano per assumere quello di allegoria.

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In apertura Nieces di Zoey Frank

Pasquale D'Ascola

Pasquale Edgardo Giuseppe D'Ascola, già insegnante al Conservatorio di Milàno della materia teatrale che in sé pare segnali l’impermanente, alla sorda anagrafe lombarda ei fu, piccino, come di stringhe e cravatta in carcere, privato dell’apostrofo (e non di rado lo chiamano accento); col tempo di questa privazione egli ha fatto radice e desinenza della propria forzata quanto desiderata eteronimìa; avere troppe origini per adattarsi a una sola è un dato, un vezzo non si escluda un male, si assomiglia a chi alla fine, più che a Racine a un Déraciné, sradicato; l’aggettivo è dolente ma non abbastanza da impedire il ritrovarsi del soggetto a suo Bell’agio proprio ‘tra monti sorgenti dall’acque ed elevate al cielo cime ineguali’, là dove non nacque Venere ma Ei fu Manzoni. Macari a motivo di ciò o, alla Cioran, con la tentazione di esistere, egli scrive; per dirla alla lombarda l’è chel lì.

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