L’ElzeMìro – Dopomezzanotte-Zucchini

Un imponente travestito, verrà chiamato Amneris per restituirne il complesso dell’immagine di bistro, ciglia finte, sandali da schiava con lacci dorati sui bei piedi affilati dal sole, e anelli d’ogni tipo e bracciali, niente bigiotteria, larghi pantaloni di canapa su postura recitata di principessa in vacanza culturale, come la mosca un vaso di miele attira una decina di sguardi deformanti del restante pubblico di avventori, ristorati da una brezza, dalle birre, dai gelati sotto i grandi ombrelloni bianchi nel dehors del chiosco nel giardino fuori dalla fortezza di Ravenna, la rocca. Agita con compostezza un bel ventaglio orientale mentre in un romagnolo flautato fa il suo ordine alla ragazza, poco più di una bimba con funzioni di cameriera. Per contrasto una coppia di anziani inappuntabili a un tavolino appartato, ha appena finito di ordinare e accanto, a breve distanza, un uomo di impeccabile compostezza, biondo ovvero ex biondo, di età imprecisa, montatura di occhiali tutto vetro detta glasant, camicia di un fulgore da corsia ; si scoprirà che è un medico in pensione. Davanti a sé sul tavolino ha un’enorme coppa con i resti di un gelato e con calma distilla piccole cucchiaiate da un altro pomposissimo gelato. Si guarda intorno senza guardare. Nel ritratto è compreso un mezzo sorriso. Principia a parlare e da subito è difficile capire se tra sé o lì vicino, ai due anziani

… Di essere protagonisti può rivelarsi anzi è senz’altro una mania… La maggioranza di noi tuttavia sembrerebbe accontentarsi dell’illusione di esserlo e perseguirla in fabbrica… a scuola… in famiglia non di rado… luoghi dove si aggira il fantasma del potere… guardate là quel… mi permetto di chiamarla Amneris ma mi credano se c’è ombra è solo di ombretto sdegnoso non di sdegno… ebbene al massimo… di noi tutti si potrebbe dire che siamo interpreti… oh sì… sì rappresentiamo e sosteniamo un ruolo sbozzato dal consueto fatale… anche nella scrittura dell’opera o dalla sceneggiatura… dal libretto… ci sono ruoli sbozzati i comprimari… figurine vassalle dei protagonisti… prendete appunto amneris nell’aida…

Il dottore, chiamiamolo così per tagliar corto, non ha preso a parlare a caso gettando le parole come esca a mosca il pescatore, ma, è stato chiaro a circa metà del suo dire, rivolgendosi senza timidezze alla coppia di anziani, in vacanza quasi di sicuro. C’è disposizione all’ascolto. E il dottore prosegue

… È vero che dalla carta dove riposa il loro embrione disseccato… per la bravura sola dell’attore che dà corpo alla nebbia chiamata personaggio… queste figurine… avvengono… on stage o… certo… forse di più davanti alla macchina da presa il cui destino è di rendere possibile una proiezione… un sogno non un corpo… in quel concentrato di tempo che è l’azione fantastica… lo stesso nel sogno…

Il dottore come lo chiamiamo prosegue senza aspettarsi una replica di assenso o dissenso

… Sull’essere umano generico e in generale… l’attore ha dunque il vantaggio di potere essere o l’amneris o l’aida… immaginate attribuendo ai nomi un’evocazione… un distillato di parole… il canto forse complica le cose o le amplifica non voglio stare qui a far lezioni… insomma dire per esistere… essere lì in quell’ora e poi più… in un virtuale che nondimeno è perentorio nel tempo che crea… gli spettatori la maggior parte credetemi… in termini teatrali al massimo è comparsa della propria esistenza… a prescindere dal dove e dal quando e che di proprio non ha nulla… nessuno palco stage set… se non nello stordimento appunto dell’illusione…

Si nota nel dottore l’uso proprio che fa del cucchiaino, i bocconi misurati, i gomiti a piombo lungo il busto eretto senza sforzo, per antica abitudine, ma di monaco più che di impettito ufficiale della riserva di qualche riserva

… Sono un chiacchierone vi chiedo scusa per aver invaso la vostra pace privata… anche voi siete qui per il festival immagino…

Il dottore, che ha già mostrato qualche dimestichezza con l’opera lirica, pone una domanda ovvia a persone che non hanno l’apparenza di indigeni ma di visitatori, s’è detto, felici per la serata di ieri e forse per quella di oggi. Ora per voce della donna la coppia replica con un sì e una precisazione circa lo spettacolo della sera avanti, Fanciulla del West

… Quell’amneris come la chiama lei… l’avrà vista ieri sera dopo fanciulla ha tenuto scena coi suoi fischi e i vattene vattene… l’ha vista… una scatenata contra il povero regista… un tedesco dal nome… ma noi crediamo che l’azione era ben concertata e musicale e musicale la concertazione e le voci… giuste come si dice… ciò che era sconcertante era la scena che sembrava fatta per biancaneve e i sette nani… chissà la scenografa che cosa aveva in mente quando ha disegnato tavolini di sessanta centimetri con seggioline da asilo… mah… ci han detto ieri sera che è l’idolo attuale dalle direzioni artistiche e invece il regista nessuno lo conosce… il potere nasce si sa… certo è stato un bel match per lui non riuscire a far sedere nemmeno per un attimo i suoi cantanti da nessuna parte che su un tavolino di sessanta centimetri… lei sembra un intenditore… ‘stasera la vediamo per rigoletto forse…

Ride. Ridono in tre mentre la ragazzina in funzione di cameriera serve alla coppia di anziani un piatto di prosciutto crudo, stracchino e zucchine trifolate e una sontuosa pasta con le vongole. Il dottore replica e prosegue

… No per carità… un amatore sì… intendermi non mi intendo nemmeno con me stesso… ma quel personaggio, quell’amneris mi ha suscitato un’associazione molto remota… con un mio paziente… sono costretto a rivelarmi per il ruolo che mi è stato assegnato nel mondo o che io ho imposto al mondo… la questione è aperta… ero medico nella mia vita anteriore… voglio dire in pensione… neurochirurgo ma ha poca importanza qui e adesso… il mio paziente mi incuriosì a suo tempo come… ah sì ieri sera… mi ha svegliato le sinapsi quell’amneris… non saprei proprio dire con quale logica l’associo al mio paziente… mi era capitato di doverlo operare per un ernia lombare malefica che lo avrebbe fatto soffrire non fosse stato che il mio paziente… chiamiamolo zucchini visto che lei li sta mangiando… mi piace dare soprannomi si è capito… zucchini benché camminasse a fatica e con sforzo benché fosse stato facile strappargli un urlo alla manovra di lasegue… non sto a dire ché è di nessun interesse… ebbene sembrava che zucchini non fosse lì a subire… poi mi fu evidente che il poveretto aveva un qualche disturbo della personalità… che non mostrava o che non aveva… una collega cui credetti a un certo punto di poterlo indirizzare mi ventilò l’ipotesi che fosse o un bipolare o un autistico… ma insomma zucchini si distingueva per l’immobilità facciale e la quasi assenza di reazioni… un burattino in attesa di essere manovrato o un cantante che aspetti l’attacco del maestro… vuoto… concentratissimo a osservare tutto ma fuori registro mai direttamente… mi parlava di sé… del suo male mirando di qualche grado di lato verso il muro alle mie spalle o verso una finestra dello studio… con calma sempre straniato… entrammo poco a poco e non so perché in confidenza tra una visita e l’altra… era ricco… a un certo punto me lo disse… e poteva permettersi tutte le visite private che avesse desiderato prima dell’intervento ma soprattuto dopo… mi assunse al ruolo di suo medico di fiducia non a parole… fu evidente nella prassi… spese una fortuna in visite private… del resto mi raccontò di essere l’erede di una fortuna… quel che mi preme farvi osservare è che zucchini mi parlava sì ma come se leggesse un bedecker… dal suo discorso non so come meglio dire… era assente un io narrante né vedente né ascoltante… sgranava i verbi nella forma riflessiva… si è visto è stato detto è sembrato… niente ho visto detto mi è sembrato… poi lo operai e andò tutto a meraviglia zucchini recuperò bene… tuttavia… non ho mai capito ma volle continuare a vedermi… per raccontarmi disse… forse per aver confuso il prefisso neuro con il mio ruolo di meccanico in realtà…

La ragazzina con funzioni di cameriera, arrivata per portare via le due coppe vuote di gelato interrompe il medico che a sorpresa ne ordina un’altra di differente composizione. La coppia ha approfittato di quell’intermezzo per ordinare altro vino frizzante e, specificano, una piadina in due. Il medico riprende il suo discorso

… Ditemi se parlo troppo per favore…

Ottiene un diniego non si sa se per cortesia, civiltà o eccessiva buona creanza. Fatto sta

… Dunque mi capita adesso di trovare malcerte… certe elucubrazioni… ma insomma zucchini prese a raccontarmi dei suoi sogni come se quel neuro davanti a chirurgo mi segnalasse come uno che asportava mali neururgici… sogni… di uno soltanto nella fattispecie… un sogno che però ricorreva… ecco qui sta il bello… nel raccontarne zucchini passò all’io al me o sé che dicano gli analisti… insomma in quel sogno lui era diventato io vedevo facevo dicevo… e questo mi sembrò impressionante… e più impressionante il fatto che seduta dopo seduta… voglio dire da una visita all’altra… lui… come dire… del sogno zucchini continuava a cambiare particolari o ad aggiungerne e soprattutto a variarne il finale… di modo che il sogno… il racconto del sogno si presentava come una serie televisiva… ditemi se non è bizzarro…

La coppia per voce dell’uomo chiede a quel punto che si racconti il sogno e il medico di buon grado precisa

… Allora certo il sogno… era questo… che lui si trovava in mezzo a una fila di prigionieri… in un lager… ovvero lui sapeva che nel sogno era un lager… dei prigionieri e lui tra costoro tra alte mura sotto una tettoia venivano spintonati da guardie cattive senza uno scopo né una direzione e ogni tanto uno dei prigionieri cascava come un pero e nel sogno zucchini era terrorizzato così che pensava alla fuga… e lì il sogno si interrompeva perché lui mi disse che nel sonno era come se si svegliasse a ragionare sulle possibili vie di fuga o per modificare il sogno… addirittura sentiva sé stesso parlare a sé stesso per architettare una fuga… che metteva in atto nel ripetersi del sogno e dalla quale tornava in quello successivo per poi scappare di nuovo e questa volta venire inseguito con cani e mitragliatrici… insomma ogni volta che lo stesso sogno si presentava alla sua memoria… ogni volta zucchini stretto e messo alle strette in quella fila di prigionieri la faceva franca in un modo diverso…

Arriva la camerierina con il terzo gelato e con la piadina divisa a metà

… Ora io sono convinto che i sogni non vogliono dire di preciso niente… sono sì in qualche modo un disegno squinternato della realtà… non rappresentano… nell’evidenza li fabbrichiamo attingendo a fonti mnemoniche disparate il cui esame… anche un’analisi secondo me… a mente serena è impossibile con gli strumenti che al sogno sono alieni… la logica diurna per esempio… causa ed effetto processo storico e logica e tempo sono e restano fuori dal regno del sogno…

… Ah – interviene l’anziano terminando di sgranocchiare la sua mezza piadina – di queste cose per sentito dire sa… noi ci occupiamo di pittura… più di preciso di grafica… abbiamo una stamperia d’arte qui a urbino…

Non si può sapere se questo intervento si sia reso necessario per esasperazione o disinteresse finale per la vicenda del povero Zucchini. Fatto sta che il medico continua come se avesse ricevuto un incentivo o una benedizione

… Questo è interessante zucchini mi parlava molto d’arte… da esperto… conosceva i quadri custoditi in molti musei… del mondo… conoscere… sapeva in che sala erano esposti… su che parete appesi ed era in grado di descriverli e commentarli come uno storico dell’arte non avrebbe fatto e tutto a memoria… i Brueghel di Vienna i mah… io non ricordo di Villa Borghese il… non fui mai in grado si contraddirlo sia chiaro… amo la pittura ma non sono capace… lui zucchini per quelle narrazioni tornava all’impersonale ma ricordo che asseriva che un’opera d’arte non rappresenta altro che l’altrove che è il quadro stesso… forse non sono in grado di riportare il suo punto di vista… che sì forse erano esistite ninfee e meninas… citava spesso… era un ossessivo… quel quadro di velasquez… ma che le ninfee e le meninas esistevano solo lì in quel loro reale… insomma che l’arte non riproduce ma produce una realtà discosta dal quotidiano… qualcosa del genere

Amneris è impegnato/a in una telefonata da un pezzo, il ventaglio le vola paziente in mano. Si interrompe ogni tanto per sorseggiare un caffè ghiacciato, Amneris non il ventaglio e ogni tanto, se alza la voce, si capisce che sta parlando della Fanciulla della sera avanti, singole parole più che frasi che è inutile riportare. Una buona metà dei commensali si è alzata, si è aggiustata i pantaloni in vita, le magliette sudate, si è allontanata senza nascondere uno sguardo di di simulata assenza su Amneris

… Vabbè… in una variante del finale zucchini scampava con uno stratagemma servile… ora non ricordo bene però… come circuire una guardia qualcosa… scampava insomma al forno crematorio in cui lo avevano afferrato in quattro per infilarcelo vivo… orribile sì ma lui sgambettava si dibatteva saltava una pila di cadaveri stecchiti e subito dopo questa paura si trovava a correre a perdifiato in un notte nera sulla terra nera in una foresta nera e non ne vedeva la fine… in definitiva nel sogno zucchini trovava e metteva in atto sempre un nuovo escape plan… ecco a questo punto… non… non c’è punto mi resi conto che queste narrazioni avrebbero potuto durare all’infinito…

Il dottore ha terminato con evidente soddisfazione anche la terza coppa di gelato, posa il cucchiaino sul piatto di servizio

… Bene… dopo il racconto di questa happy ending… senza preavviso zucchini scomparve… non tornò più…

Il medico tace e guarda, guarda un po’ come nella canzone di McCartney il fool on the hill i cui eyes in his head see the world spinning round. Amneris ha smesso di telefonare, ha risposto il telefono nella borsetta, si è alzata/o e si sta ancora allontanando : non è più che una comparsa sullo sfondo di pietra della fortezza, la rocca. La coppia di anziani saluta educatamente e dice, A stasera dottore. Il medico annuisce, ringrazia per la pazienza, stringe le mani, la coppia e il medico si separano. La scena resta vuota

L’immagine di apertura è di Nigel van Wieck – Coat-check girl

Pasquale D'Ascola

Pasquale Edgardo Giuseppe D'Ascola, già insegnante al Conservatorio di Milàno della materia teatrale che in sé pare segnali l’impermanente, alla sorda anagrafe lombarda ei fu, piccino, come di stringhe e cravatta in carcere, privato dell’apostrofo (e non di rado lo chiamano accento); col tempo di questa privazione egli ha fatto radice e desinenza della propria forzata quanto desiderata eteronimìa; avere troppe origini per adattarsi a una sola è un dato, un vezzo non si escluda un male, si assomiglia a chi alla fine, più che a Racine a un Déraciné, sradicato; l’aggettivo è dolente ma non abbastanza da impedire il ritrovarsi del soggetto a suo Bell’agio proprio ‘tra monti sorgenti dall’acque ed elevate al cielo cime ineguali’, là dove non nacque Venere ma Ei fu Manzoni. Macari a motivo di ciò o, alla Cioran, con la tentazione di esistere, egli scrive; per dirla alla lombarda l’è chel lì.

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