L’ElzeMìro – Animali in disordine alfabetico – Asini

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                                                                                                         Carlos Mensa-Tribute to De Chirico

Nella fantasia popolare, ripete una seconda volta il narratore e aggiunge oh oh quanto spesso bipolare, in bilico tra ti ammazzo o ti scopo (ma si dice far l’amore ah ah), vi è un animale lugubre più del Chiù, femmina ho detto dice, donna sì e no, domina – forse solo uno scrittore l’ha ben immaginata, il lusitano, – domitilla sgambettante sur un bel par di gambe, anatomia perfetta e c’è da starne certi anche per il resto gran bel personale, portamento da duchessa, una Guermantes fiammante nel vestito, le scarpe nuove rosse, sfuggita da là dove il destino, femmina anche quella o non sarebbe ferocissima tra le più feroci bestie, la voleva per sempre sistemata, in un loft di solitudine totale a scrivere lettere d’addio, ma uh bizzarria, del destinatario; la signora scappa e si innamora la signora, di un musicista non è un caso, la musica a volte prolunga l’esistenza trasferendola in altrove; adunque scrive il lusitano… la morte tornò a letto e si abbracciò all’uomo… e …senza ben capire quel che le stava succedendo… lei… che non dormiva mai… sentì che il sonno le faceva calare dolcemente le palpebre… il giorno seguente non morì nessuno. Ah la memoria del narratore è un memoriale; ed egli narra narra che sì sì è l’amore sì, è da vedere, esige, fa ballare la giga alla figa, dipende, ma la musica inarrestabile par proprio, poi sempre a memoria prosegue il narratore che … dio disse produca la terra animali viventi secondo la loro specie e così fu e vide che ciò era buono… poi dio disse però… facciamo l’uomo. Lasciando perdere a immagine di chi perché da guadagnarci non ce n’è a scrutare tra le mutande di un linguaggio trappolone secondo di come girano le ruote all’interprete locale ma così fu… ed abbia l’uomo dominio sui pesci del mare… sugli uccelli del cielo e sul bestiame e su tutta la terra e su tutti i rettili che strisciano sulla terra; ben confezionata l’invenzione perché fosse capita dal destinatario giudaico medio da fargli credere che fosse normale il ruolo del protagonista senza antagonisti; tranne mosche e zanzare, portatori di infezioni; da lì a prendersi il far west, conclude il narratore, da lì ad occupare indie, suddetti, strisce di garza o cisgiordanie, e chi più ne ha più ne tolga a terzi, il passo è breve. E avanti così, crescere e moltiplicarsi eh e dominare, spazzare, spazzolare, tenete duro, siete i meglio mobili di’ mi’ salotto, genesi, dice il narratore genesi di ogni malinteso; di tutte le bestie la più bestia è l’uomo, fa dire Goethe a merito del Diavolo  in cielo, ovvero al suo posto naturale, lontano dalla Grecia che rase Troia al suolo sì ma anche lì, solo per la giga. Tuttavai, tuttavai tuttavai non tuttavia sogghigna il narrratore, è l’invettiva che percuote i muri e li sbriciola, il riscatto da un padrone dubbio e non richiesto; tu t’en vas, domanda retorico il narratore alla perplessità dell’uditorio, imbesuito, all’ascoltarlo senza afferrarne tutta la sua magra tristezza, egli sa che solo dissenso acerbo raccoglierà, e malvagio. Il dominatore degli uccelli sa dove infilarli sempre. Vi parlerei invece di asini, uno, arriva a dire il narratore, ossia di innumerevoli  agonie.

L’asino, alcuni asini, sei per l’esattezza in un prato adatto a cardi rossi e turchini, due sono esili puledri; come si chiamano chiedere o sapere è inutile, gli asini hanno il nome del padrone, c’è di sicuro da qualche parte a scrutare come crescono le sue prede; si dividono in due classi le persone, cani e padroni, a volte non è facile fare distinzione. Uno degli asini, del capo non ha l’aria, si avvicina al cancello che chiude il fondo salvatico ed erboso, guarda ma non è curiosità, conosce bene l’uomo, gl’è che c’è un alberone lì, trattasi di fronzuto bagolàro dal fogliame esteso e l’ora è già calda e all’ombra si sta bene, un puledro è accoccolato ai piedi del suo tronco, dell’albero non dell’asino; che tuttavia sporge un poco il muso ad annusare questo umano che parla gentili parole, pare possa pensare l’èquide, e non ha bastone; forse anzi ha qualcosa di buono da mangiare ma no, un boccone di pane non è gran cibo appetitoso e fresco ma un regalo e si sa che a caval donato; l’asino afferra e se ne va. Per un istante poi qualcosa lo trattiene, si ferma, volge la testa al visitatore. Che sa – ohé, dice il narratore, tutta una pastorelleria il quadro, una pastorale, un Monet in campagna, papaveri assenti – il visitatore sa che l’asino è un morto in contumacia, così di tutti si potrebbe dire, sì come tutti, ma non tutti vengono pesati e appesi testa di sotto a un gancio a dissanguare; non tutti hanno modo di venire analizzati, tanto di grasso, giallo spiegano le pandette di macelleria, poco il colesterolo, niente carboidrati, buono da farci un ragù detto → tapulone e i cuochi culinari oggi rivalutano l’animale interdetto a’ biblici palati e poco apprezzato tempo fa nei ristoranti; lo chef oggi però quando cinguetta un suo per aggiungere croccantezza al tutto si assume al grado di maître à penser; sentirli gli stellati oh come gli parla in bocca il cadaver, perinde ac slinzeghe e salami; rivalutare e rivaluteremo; ecco che cos’è un asino, non solo bibbia, ma insaccato. Mi frutterai il 53% del tuo peso, pensa il padrone nella sua casetta là dominante sul pendio, una gallina che gli razzola tra gli stivali di caucciù; del resto degli uomini ognuno si sa che frutta una certa percentuale del suo peso, Shakespeare lo scrisse e nondimeno il grasso Carlo Marx. Ma l’asino nel prato sa niente di ‘ste cose, non ha nessuna tradizione orale. Nel quadro pastorale, lì nel prato, lontani sono ancora sangue e feci e qualcosa d’altro, chiamalo se vuoi terrore. La → pistola a proiettile captivo sorprenderà l’asino adulto, la madre ed il puledro; poi carotidi al coltello. Ed è subito sera, dice il poeta a modo. Quasi, sera.

Schermata 2017-05-09 alle 10.56.35

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Pasquale D'Ascola

Pasquale Edgardo Giuseppe D'Ascola, già insegnante al Conservatorio di Milàno della materia teatrale che in sé pare segnali l’impermanente, alla sorda anagrafe lombarda ei fu, piccino, come di stringhe e cravatta in carcere, privato dell’apostrofo (e non di rado lo chiamano accento); col tempo di questa privazione egli ha fatto radice e desinenza della propria forzata quanto desiderata eteronimìa; avere troppe origini per adattarsi a una sola è un dato, un vezzo non si escluda un male, si assomiglia a chi alla fine, più che a Racine a un Déraciné, sradicato; l’aggettivo è dolente ma non abbastanza da impedire il ritrovarsi del soggetto a suo Bell’agio proprio ‘tra monti sorgenti dall’acque ed elevate al cielo cime ineguali’, là dove non nacque Venere ma Ei fu Manzoni. Macari a motivo di ciò o, alla Cioran, con la tentazione di esistere, egli scrive; per dirla alla lombarda l’è chel lì.

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