Il maestro di Auschwitz – Otto B Kraus

Titolo: Il maestro di Auschwitz
Data di pubbl.: 2020
Casa Editrice: newton compton editore
Genere: Autobiografia, biografia romanzata
Traduttore: Laura Miccoli
Pagine: 288
Prezzo: 9,90

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” Ci sono state volte in cui ho assistito a episodi talmente innaturali che, se non mi fossi fatto crescere una corazza di insensibilità intorno al cuore, sarei morto per il terrore o sprofondato nella follia. Oppure, pur sopravvivendo, mi sarei guastato a vita. […] Più venivo a contatto con la paura e la disperazione, più spessa diventava la mia gelida corazza, finché non restava quasi più nulla del cuore sotto il ghiaccio dell’insensibilità. Nel corso degli anni la corazza di ghiaccio si è assottigliata, sebbene non si sia mai sciolta del tutto. So quando è il momento di ridere e quando è il momento di piangere, ma le mie lacrime e le mie risate sono solo una maschera. Perché sono un uomo separato dal resto dell’umanità, capace solo in parte di amare, di odiare e di provare emozioni” (p. 15)

Otto B Kraus, sopravvissuto all’olocausto di Auschwitz, racconta la storia di Alex Ehren educatore nel blocco 31 del campo di sterminio di Birkenau, quello chiamato anche “Kinderblock”, il blocco dei bambini. Alex rischiando la propria vita, infrangendo gli ordini tedeschi, riesce a infondere speranza nei bambini del campo, creando una sorta di routine delle giornate, insegnando loro ad accettare le violenze, i soprusi e le atrocità del campo. Con loro ha creato un diario segreto in cui raccontare ogni giornata, episodio e tenendo traccia “della memoria” per non dimenticare. Il paradosso che ogni giorno si è trovato a dover sostenere davanti ai loro sguardi innocenti è da una parte l’accettazione e la rassegnazione per non rischiare di essere uccisi, dall’altra la speranza che un giorno tutto ciò sarebbe terminato con un lieto fine.

È interessante leggere nel prologo che il tasso di sopravvivenza medio nei diversi campi di sterminio (3 i più grandi) è stato inferiore al 10%, ma quello legato al campo in cui c’era la presenza di bambini del blocco 31 è stato maggiore dell’80%. Non c’erano trattamenti diversi, cibo diverso, condizioni di vita diverse. C’era invece la fiamma della vita e della speranza che accesa anche in una sola persona si è sparsa a macchia d’olio in tutte le persone aumentandone la resistenza per un fine comune: la sopravvivenza della nuova generazione che si sarebbe sicuramente riscattata negli anni futuri.

Dietro i giochi e la scuola clandestina c’era il marcio. Il Blocco era come una nave in un mare di corruzione, che si faceva strada fra le crepe a ogni folata di vento. Gli internati lottavano per la vita. I detenuti nelle baracche di mattoni rossi nel Campo degli uomini e in quello delle donne, e persino quelli nei campi di lavoro più remoti all’interno dell’immenso complesso di Auschwitz, avevano i minuti contati. Ce n’erano fin troppi e, via via che i treni portavano nuovi carichi di prigionieri, le eccedenze dovevano morire per far posto ai nuovi arrivati.” (p. 139)

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