Il bambino che parlava con i cani – Eva Hornung

Titolo: Il bambino che parlava con i cani
Autore: Hornung Eva
Data di pubbl.: 2012
Casa Editrice: Piemme
Genere: Romanzo
Traduttore: Clementina Liuzzi e Daniele Parisi
Pagine: 304
Prezzo: 16.50

Romočka ha solo quattro anni quando si ritrova solo, abbandonato dalla madre, in un freddo appartamento nella periferia di Mosca. Il palazzo è deserto, il riscaldamento non funziona e dopo tre giorni sono finite tutte le scorte alimentari: il bambino, impaurito ma risoluto a voler sopravvivere, decide di uscire per strada, contravvenendo ad uno degli ammonimenti della madre che ancora gli rimbombano in testa.

Il freddo è pungente e il vicolo quasi deserto: Romočka cerca invano qualche volto familiare, ma avendo sempre in mente l’insegnamento materno, “non parlare con gli sconosciuti”, vinto dalla diffidenza e dalla timidezza non si fa notare e si allontana dal palazzo.

All’improvviso compare un cane dal pelo dorato, l’aria mite e le mammelle gonfie di latte: i cani, si dice Romočka, sono caldi, e quindi, nonostante abbia ben presente il monito materno “non toccare i cani randagi”, il bimbo segue la cagna fino alla sua tana.

Da quel momento, Romočka viene accolto da un branco di cani randagi: allattato dalla cagna, Mamočka, “mammina” come la chiama il piccolo, impara a cacciare, ad affinare l’olfatto, a rimediare un pasto, in una parola, a sopravvivere.

Il bambino, dapprima cucciolo spaventato e titubante, cresce ed impara a conoscere le dinamiche del branco di cani, a rispettarle e ad amarle: il mondo dei randagi è ormai la sua unica dimensione, alla quale fa di tutto per adattarsi e, disperatamente, trovare il suo posto. Un bimbo-cane, non un umano tra animali: si esprime come un cane, guaisce e uggiola di felicità, lecca per consolare, digrigna i denti per difendersi, marca il territorio con la pipì e usa gli artigli aguzzi per cacciare.

Sporco, coi vestiti laceri, i capelli lunghi e il corpo coperto da peli e cicatrici, il bambino vive un’esistenza al limite tra mondo umano e animale: all’apparenza un bomž, un vagabondo che si aggira nella boscaglia, come tanti, in realtà un “cane” che vive un’esistenza scandita dai bisogni primari, la ricerca di cibo e di sicurezza, ma ricca di affetti puri e autentici, amore e amicizia nelle forme più profonde.

Dopo quattro anni, il mondo degli umani si interessa nuovamente di Romočka: violento e brutale è l’incontro con una banda di ragazzi skinheads, non meno duro il confronto con le autorità e i servizi sociali. Non più bambino, ma non davvero cane, Romočka è un “diverso” che ripugna, preoccupa, confonde, attira e nel contempo disgusta: ed ora tocca a lui affrontare la dolorosa scelta tra mondo umano ed animale, e decidere se rimanere o no entro i confini del suo essere canino.

Una storia coinvolgente, a tratti dura e commovente; alcune pagine colpiscono per la brutalità delle descrizioni, per il semplice fatto che la vita dei randagi non è quella dei nostri domestici amici a quattro zampe: ci si nutre di topi, si sbranano carcasse, e i cuccioli che non possono sopravvivere vengono uccisi dalla madre.

Se ci si aspetta una storia tenera sullo straordinario rapporto uomo-cane, si può restare delusi: l’autrice infatti ci mette di fronte alla realtà dello stato di natura, alla necessità di lottare per sopravvivere, scendendo al livello del cane randagio, che fruga nella spazzatura, che azzanna, che aggredisce, e lo fa con uno stile diretto, schietto, efficace. La legge della natura non lascia scampo e segue una logica che spesso, da uomini, non capiamo, ma l’autrice è capace di non dare giudizi, di raccontare i fatti  e, nel contempo, di “scaldarli”, alimentandoli  con i sentimenti più profondi, più veri, quali la fedeltà, l’amicizia, la fiducia cieca, fino a raggiungere l’essenza di quello che è famiglia: lottare per un fine comune, condividere, essere l’uno parte dell’altro.

Ma il messaggio finale, comunque, ci arriva forte e chiaro: sono solo i cani che, dopo la diffidenza iniziale, non discriminano e accettano Romočka con tutto l’amore di cui sono capaci.

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Chiara Barra

Se dovessi partire per un’isola deserta, e potessi portare con me soltanto un libro...sarebbe un’ardua impresa! Come immaginare la vita senza il mistero di Agatha Christie, la complessità di Milan Kundera, la passione di Irène Nemirovsky, l’amarezza di Gianrico Carofiglio, il calore di Gabriel Garcia Marquez, la leggerezza di Sophie Kinsella (eh sì, leggo proprio di tutto, io!). Ho iniziato con “Mi racconti una storia?” e così ho conosciuto le fiabe, sono cresciuta con i romanzi per ragazzi che mi tenevano compagnia, mi sono perdutamente innamorata dei classici...che ho tradito per i contemporanei (ma il primo amore non si scorda mai)!

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  • Edwardcullen

    È una storia davvero commuovente,farebbe piangere a tutto il mondo.io sono una che amo gli animali e so che il cane e l’animale più inteliggenti dotato di una memoria.quei cani randagi hanno accolto ramoka come se fosse un figlio.bellissima!!!:)

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