Gerusalemme senza Dio – Paola Caridi

Titolo: Gerusalemme senza Dio. Ritratto di una città crudele
Autore: Caridi Paola
Casa Editrice: Feltrinelli editore
Genere: saggio
Pagine: 193
Prezzo: 16.00 €

Gerusalemme senza Dio di Paola Caridi, giornalista, conoscitrice e scrittrice del Medio Oriente e dei suoi popoli, è – come da sottotitolo – il Ritratto di una città crudele.Il titolo, all’apparenza provocatorio, in realtà ci mostra un nuovo modo di guardare la città e i suoi abitanti. Tutti la conoscono come “la città Santa”, ma l’autrice, dopo averci vissuto per dieci anni, ce la presenta spoglia da questa veste di santità. Il libro vuol essere “laico” e “libero” da ogni condizionamento. Senzaltro sarà gradito da tutti quelli che ci vivono, ci hanno vissuto o, almeno una volta ci sono stati, con un’esperienza della città più o meno breve, come è stato per me. Forse anche per quelli che pensano un giorno di andarci… o tornarci.

Città crudele: non si direbbe leggendo dei suoni che hanno colpito l’autrice sin dall’inizio della sua vita in quel dove,“che non avevano nulla a che fare con i ritmi del giorno o della fede” (pag.19); suoni,dal sapore dolce amaro, che si amano anche per la loro tenerezza: “è una melodia dolce che sveglia con grazia […] Eppure, lo stupore per quel canto tiepido e rassicurante”(pag.17), ma  comunque Gerusalemme senza Dio che si scoprirà “solo allora, come ciechi che ascoltano i suoni, la città degli uomini e delle donne, la città sulla terra e non quella celeste”(pag.21). E neppure “città crudele” nelle luci né nei tempi. E si capisce tutto l’amore dell’autrice e il suo rimpianto nell’averla lasciata.

Città senza Dio, dice Caridi, per dare più ampio respiro agli uomini e alle donne che la abitano, toglierle “quell’aura di santità” e guardarla semplicemente come una realtà urbana. Infatti, dopo un primo capitolo in cui da ogni riga traspare un amore profondo, si passa ad un’analisi della città puramente denotativa. Vengono sviscerati gli aspetti relativi alla politica, alle religioni e alla fede che l’hanno plasmata. Attraverso un excursus storico si arriva al profilo attuale di ambivalente città mediorientale del terzo millennio. Così l’autrice ci propone un ritratto urbanistico di Gerusalemme, con un quadro dettagliato dei singoli quartieri, divisi per formare dei ghetti praticamente monoreligiosi, dove le varie etnie sono entità a sé stanti che mai si sovrappongono e dove israeliani e palestinesi non si riconoscono reciprocamente. “Se la città è un discorso e, dunque a tutti gli effetti un linguaggio, fatto di significanti e significati, di forme, di senso, perché non destrutturarlo e comprendere ciò che i suoi segni ci vogliono dire? Perché non andare oltre le sfumature, i dettagli, gli accenni, anche le mistificazioni, e catalogare invece i segni qualificanti, i contenuti dell’architettura urbana, le funzioni e gli stili della città”(pag.104).

Paola Caridi analizza tutto il percorso che ha portato la città ad essere ciò che oggi rappresenta “a Gerusalemme qualsiasi gesto è piegato dalle linee tracciate da quelle matite della diplomazia, e poi – con gli anni – alle escavatrici che hanno segnato la terra dentro e fuori i confini della città”(pag.116). Ha cercato di raccontare quanto la vita in città sia difficile: vedere passare anni e anni aspettando che succeda qualcosa – che non succede mai – e che faccia cambiare la storia. Credo, volutamente, non parla del conflitto che da sempre la vede protagonista, ma proprio osservando la città se ne vedono tutti gli elementi, perciò ha dato voce alla tessitura urbanistica.

Dunque, con sapienti pennellate, l’autrice ha dipinto un quadro che rappresenta un luogo memorabile per la bellezza delle mura antiche e delle pietre bianchissime, ma un quadro da cui traspare tutta la crudeltà che vede le sue due anime, palestinese ed israeliana, avvicinarsi solo in alcuni momenti quale il fare la spesa negli stessi centri commerciali e poi subito dividersi per richiudersi ognuna nei rispettivi quartieri. I colori cupi della città dolente oscurano il grande biancore delle sue mura. In chi ammira questo quadro sopravvive tuttavia la speranza che possa divenire una città, “una e condivisa” soprattutto per gli uomini, le donne e i bambini che la abitano. Irrealtà? Ingenuità o utopia? Conclude Caridi dicendo che “Gerusalemme non può essere divisa perché è multipla”(pag.193) e noi non possiamo che condividere, largamente condividere.

 

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