Spettri della mia vita – Mark Fisher

Titolo: Spettri della mia vita. Scritti su depressione, hauntologia e futuri perduti
Autore: Mark Fisher
Data di pubbl.: 2019
Casa Editrice: Minimum fax editore
Genere: Critica letteraria, Critica musicale, Saggi
Traduttore: Vincenzo Perna
Pagine: 316
Prezzo: € 18,00

“Dov’è oggi l’equivalente dei Kraftwerk?”, si chiede Mark Fisher in Spettri della mia vita. Scritti su depressione, hauntologia e futuri perduti, una collezione di articoli tanto simili a piccoli saggi, scritti prima del 2013. Come il libro precedente, The Weird and the Eerie, anche questo volume è pubblicato dalla casa editrice Minimum Fax. “Se la musica dei Kraftwerk è nata da una disinvolta avversione per il precostituito, nella fase attuale si assiste invece a uno straordinario accomodamento nei confronti del passato. Non solo, sta venendo meno la distinzione stessa tra passato e presente”. Retrospezione e pastiche, differimenti e mascheramenti: queste sono le coordinate del contemporaneo, a partire dal campo musicale, un terreno estremamente fertile per approfondire l’indagine ‘hauntologica’. No, non ci sono equivalenti dei Kraftwerk, oggi. Non per mancanca di talento nei nuovi gruppi, né per estro insufficiente o pigrizia compositiva, bensì per la destabilizzante condizione di disorientamento cognitivo, morale, politico ed estetico cui dobbiamo fare fronte, come civiltà. ‘Hauntologia’, ovvero un’ontologia piegata all’azione del virtuale, “dove lo spettro evocato non va affatto inteso come entità soprannaturale, ma come ciò che agisce senza essere (fisicamente esistente)”. Mark Fisher sposa il concetto di différance, preso dalla filosofia di Derrida, alle speculazioni ‘accelerazioniste’ sul tempo fuor di sesto”, espressione mutuata da Philip K. Dick, che a sua volta la estrapola dall’Amleto di Shakespeare. L’autore chiama in causa, come punti di riferimento e alleati, una serie di autori: Ballard, Deleuze, Bifo Berardi, Baudrillard…

Leggere Fisher è meravigliosamente straziante. Le sue riflessioni sono illuminate da un’oscurità visionaria.  In esse affiora tutta l’oscenità di una storia giunta alla fine della Storia, di un mondo che ha smarrito la sua intelligibilità. Ma cos’è andato perduto, esattamente? E qual è la causa degli sfasamenti tra il tempo storico e la sua possibilità di rappresentazione?

Occorre risalire all’esito dello scontro tra le ideologie novecentesche. Il capitalismo ha vinto contro il comunismo misurandosi contro una strana paura, derivante dall’idea di non avere più, a guerra conclusa, alcun rivale di pari grado. Così, dagli anni Novanta in poi, il capitalismo, solitario e trionfante, secerne al suo interno una ridda di scarti. Metastasi ‘subumane’ popolano le periferie e difendono gli ultimi anfratti urbani non disciplinati dalla restaurazione neoliberale. “Se per molti aspetti gli anni Settanta erano meglio di quanto il neoliberalismo voglia farceli ricordare, dobbiamo anche riconoscere che la distopia capitalista della cultura del ventunesimo secolo non è qualcosa che ci è stata imposta: è stata costruita attraverso l’appropriazione dei nostri desideri”. Il tempo ha rallentato. Il confronto dialettico si è incancrenito.  Qualcosa di radicalmente alternativo e utopico non si è realizzato e l’attesa della palingenesi, motore virtuale, ha partorito il ricordo di futuri mai accaduti, una progenie di fantasmagorie.  L’arte e la musica assomigliano a fiori sbocciati tra le crepe di un muro.

La desolazione del presente ultraconsumistico e ipertecnologico apre il varco a sentimenti quali la nostalgia e la malinconia. Negli articoli qui raccolti, spesso magistrali per lucidità, è passato a fil di spada il corpo della nostra epoca irrappresentabile. Le profezie di Fisher inquietano. Dopo ogni articolo, siamo costretti a guardarci allo specchio. Percepiamo tutta la drammaticità e irreversibilità del processo in corso, una mutazione naturale e silenziosa. Pubblicità, tecnologia e imperativi economici ci invitano a essere ‘noi stessi’, a (ri)costruire un’identità avvalendoci di mezzi pervasivi, a sentirci a casa ovunque noi siamo. Eppure, citando una frase-cardine della filosofia di Shining, film-monolite di Stanley Kubrick e pietra angolare del Novecento, la casa è là dove ci sono i tuoi spettri. L’etimologia diHaunt’, puntualizza Fisher, nella lingua inglese ha una doppia radice: in primis, è affine al concetto di ‘perturbante’, l’unheimlich freudiano, e poi è termine associato proprio a ‘casa, dimora’. Pensiamo all’Overlook Hotel, pensiamo a Jack. “E l’orrore, l’orrore assoluto, sta nel fatto che lui, perseguitante e perseguitato – fugge proprio nel luogo in cui quelli [gli spettri] lo stanno aspettando”. Nel labirinto della villa infestata, origine e fine coincidono. Ectoplasmi danzano in eterno sui nostri schermi.

Mark Fisher, filosofo, sociologo, blogger militante e critico culturale,  è scomparso nel 2017, suicidato da una depressione risultata infine invincibile. “Mentre il depresso rifugge dalle vacue creazioni della vita del mondo, si ritrova involontariamente d’accordo con la condizione umana registrata così scrupolosamente da filosofi come Spinoza: vede se stesso come un consumatore seriale di simulazioni vuote, come un drogato che dipende da qualsiasi genere di sostanza stordente, come una marionetta umana preda delle passioni. Il depresso non può nemmeno avanzare pretese sui conforti cui ha diritto il paranoico, visto che non crede che ci sia qualcuno che manovra i fili. Nessun flusso, nessuna connettività nel sistema nervoso del depresso”. È un commento tratto dal bellissimo capitolo dedicato ai Joy Division, e al loro leader Ian Curtis in particolare. Un articolo che incanta e mozza il fiato. “La depressione era la forma d’arte di Curtis”. Il gruppo di Manchester, secondo Mark Fisher, è uno spartiacque nella deriva ‘hauntologica’,“un requiem per una cultura giovanile destinata al fallimento”. Ritmi nevrotici e spigolosi, suoni ostili e anticommerciali, testi scritti in un inglese ricercato, disagio sublimato sul palco in gestualità teatralizzata: i Joy Division innalzano un monumento all’alienazione della generazione post-punk. Le rivolte implodono e Margaret Thatcher è dietro l’angolo. Gli anni settanta sprofondano in una glaciale entropia. Non più, non più…

La persistenza del non più è testimoniata da artisti musicali estranei al mainstream e catalogabili con difficoltà. The Caretaker, Goldie, Tricky, Burial, Little Axe sono alcuni dei musicisti ammirati dall’autore. Artisti intemperanti, non eterodiretti da mode o inchiodati a stili artefatti. Nei loro dischi non è negato il deterioramento della memoria. La tendenza che li affratella sta nel recupero di una dimensione materiale nella musica: il crepitio, il dub, il riverbero, la parola sussurrata o spezzata, la voce proveniente da un altrove imprecisabile e insieme reale. In tali architetture musicali è essenziale il rimando ad un referente che rompa il circolo chiuso della creazione fine a se stessa. Nei ritmi sincopati della jungle degli anni Novanta sanguina un mondo ferito a morte dalla finanza algoritmica e dal pensiero unico dominante, un mondo però ancora vitale, palpitante, ribelle. È l’epoca dei rave illegali, isole di resistenza all’alba della restaurazione neoliberale. Splendide pagine sono consacrate alla denuncia degli spazi perduti nella Londra preolimpica, una città conquistatadal nemico, messa definitivamente in ginocchio dal nichilismo postideologico del New Labour. La Londra del punk era ancora una città bombardata, piena di vuoti, caverne, spazi che potevano essere temporaneamente occupati e abitati. Una volta che quegli spazi sono privatizzati, praticamente tutta l’energia della città serve a pagare il mutuo o l’affitto. Non c’è più tempo per sperimentare, per viaggiare senza sapere in anticipo dove arriverai… Londra diventa una città di sgobboni dalla faccia emaciata collegati all’iPod.

Il presente è l’ospite inquietante delle nostre vite. Paradossalmente assente, il presente non lo si ricorda più, nota Fisher. Semmai, lo si consuma. La memoria svanisce, e con essa evaporano le distanze, la giusta prospettiva etico-politica rispetto a ciò che è già stato. Mark Fisher, perlustratore dolente della postmodernità liquida, ha compreso con più chiarezza e più acuta sofferenza di molti altri critici come il tempo, nell’ultimo trentennio di modernizzazione senza sviluppo (per citare Pasolini) della civiltà occidentale, si sia letteralmente impantanato. L’analisi delle tensioni e torsioni cui la temporality è sottoposta, del suo cadere vittima di decelerazioni e accelerazioni, è assolutamente centrale nella disamina ‘hauntologica’. Tardocapitalismo e rivoluzione digitale declassano il tempo a fenomeno carsico. Echi di epoche mai terminate, o mai concretizzatesi, irrompono nella quotidianità, deformandola. “L’haunting, perciò, può essere inteso come un lutto mancato. Riguarda il rifiuto di rinunciare allo spettro, oppure – e a volte la cosa può assumere lo stesso significato – il rifiuto dello spettro di rinunciare a noi”. Senza passato non vi è alcun futuro, e l’obliterazione del futuro diviene regola. I fantasmi ritornano, anzi, dimorano nei paraggi delle nostre vite. Viviamo, appunto, in un “Time out of Joint”, in un’interzona di passaggio, salvo non approdare poi a niente. Il ventunesimo secolo non scorre, non fluisce, pare intrappolato in una bolla.

Ciò che risulta soppresso nella cultura postmoderna non è il lato Oscuro, ma quello Luminoso. Ci troviamo molto più a nostro agio con i demoni che con gli angeli”. Mark Fisher non esita a stroncare un film-culto dell’intellettualismo progressista, Il cielo sopra Berlino di Wim Wenders. giudicato il più spettacolare fallimento contemporaneo del tentativo di esprimere l’angelico”. Fisher recupera, di converso, la concezione del ‘sacro’ di Rudolf Otto e l’esperienza religiosa del ‘numinoso’, la tranquilla gioia sprigionata nell’incontro astratto e traumatico con la trascendenza. Lo scrittore elogia le dilatazioni oniriche di Tarkovskij in Stalker: “è come guardare le urgenze della nostra vita attraverso gli occhi di un Alieno-Dio”. Il pensiero critico di Fisher si sofferma sulla coscienza di nullità, sul sentimento di grazia, sulla nozione di ‘ecceità’ di Duns Scoto. Solo una forma di eccentricità può spossessarci dell’illusione consumistica di essere, sempre, padroni di noi stessi. Esperienza del ‘numinoso’ che l’autore cerca nella natura del Suffolk, fantasma della sua infanzia. Fisher dubita della sincerità de Gli anelli di Saturno, libro assurto a oggetto di venerazione e ambientato in questo familiare lembo d’Inghilterra: W.G.Sebald indurrebbe i lettori a immaginare un testo che non c’è, ma che va incontro ai loro desideri. Lo scrittore tedesco ha forse denigrato un “paesaggio amico”, solo per ossequiare le proprie ossessioni mentali? In ogni caso, Fisher, da vero critico libero e indipendente, non teme di applicare il metodo del dubbio anche su di sé e nell’articolo promette di ritornare sui romanzi di Sebald, per verificare che qualcosa non gli sia sfuggito.

Una mestizia segreta si nasconde dietro il sorriso forzato del ventunesimo secolo. Una tristezza edonistica e pornografica. Mark Fisher, spettro tra gli spettri, si aggira ancora nel deserto di patinata ipocrisia che ogni giorno dobbiamo attraversare.

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Salentino nato "per errore" a Como (anche per ammissione di chi lo conosce), si laurea in Filosofia a Milano, con una tesi sul concetto di guerra umanitaria. Vive a Bari con Mariluna. Adora il Mediterraneo, ama Lecce, Parigi e Roma. Sue passioni, a parte la buona tavola, sono la letteratura, il cinema, il teatro e la musica. Un tempo, troppo lontano, anche la politica. Suo obiettivo è difendere, e diffondere, la pratica della buona lettura. Recensisce i libri meritevoli di essere considerati tali, quelli che diventano Letteratura, con la L maiuscola, e che gli lasciano un segno. Alessandro scrive con regolarità su Zona di Disagio, il blog del poeta e critico Nicola Vacca, collabora con la rivista Satisfiction, anima il blog di economia e di politica Capethicalism, e scrive di serie TV su Stanze di Cinema.

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