Speciale Festivaletteratura: Julian Barnes presenta “Il rumore del tempo”

Tra le tante caratteristiche che rendono il Festivaletteratura un evento davvero speciale è la sua capacità di condurre a Mantova scrittori davvero da tutto il mondo, regalando ai lettori la preziosa opportunità di incontrare dal vivo i loro beniamini anche stranieri.
Uno degli incontri più attesi di questa edizione è stato quello che ha riportato in città, dopo una lunga assenza, Julian Barnes, uno dei maggiori scrittori inglesi dei nostri tempi, vincitore nel 2011 del Man Booker Prize con “Il senso di una fine”: un romanzo che ha talmente colpito i lettori che uno di loro, al termine dell’incontro di Mantova, prima di porgere la sua domanda ha ringraziato pubblicamente Barnes per questo libro, trovando d’accordo anche il resto della platea che ha sottolineato l’intervento con un lungo applauso.
Introdotto da Peter Florence, direttore del Festival di Hay-on-Wye, il più famoso festival della letteratura britannico da lui fondato nel 1988, Julian Barnes ha presentato il suo ultimo romanzo Il rumore del tempo, appena edito da Einaudi, che narra la vera storia del compositore Dmtrij Sostakovic, oppresso per gran parte della sua carriera dal potere politico sovietico che gli era avverso. Un libro che racconta di dualità inconciliabili e di compromessi che lacerano l’anima, di una lotta durata una vita contro un regime totalitaristico a cui è sufficiente pronunciarsi negativamente sull’opera di un musicista per bollarlo come “nemico del popolo” e condannarlo ad una vita di terrore.
È lo stesso Barnes a raccontare che tutto ha inizio nel gennaio del 1936, quando l’esecuzione di “Lady Macbeth del distretto di Mcensk” di Sostakovic al Bol’soj di Mosca viene recensita sulla “Pravda” come “caos invece di musica”: da lì per il musicista ha inizio una serie di interrogatori, che si susseguiranno con un intervallo inquietamente regolare di 12 anni l’uno dall’altro, dai quali Sostakovic uscirà ogni volta più provato, fino all’ultimo, umiliante compromesso.
La profonda angoscia vissuta dal protagonista viene perfettamente resa attraverso un’immagine che colpisce subito il lettoree con la qual si apre il libro : quella di Sostakovic in piedi sul pianerottolo di casa, davanti all’ascensore, con una valigia al suo fianco. Sta aspettando l’arrivo della milizia del governo perché è convinto che lo verranno a prelevare in seguito alla sua “scomunica” seguita alla recensione della Pravda, e nel tentativo di risparmiare alla figlioletta Galja e alla moglie Nita il triste momento, preferisce aspettare i suoi aguzzini direttamente fuori dall’ascensore, con la sua valigia contenente diversi pacchetti di sigarette, della biancheria e della polvere dentifricia, . La scena si ripeterà per dieci giorni consecutivi: l’uomo aspetterà tutta la notte in piedi su quel pianerottolo qualcuno che non arriverà, e ad ogni alba rientrerà nel suo appartamento dalla sua famiglia, finché si convincerà di essere in salvo, ma una forma di oppressione molto più sottile e degradante lo attenderà.
“Nel libro attingo molto all’ironia, – racconta Julian Barnes – d’altronde anche di Sostakovic si dice fosse ironico. Nella società di Stalin la verità era difficile da capire, anche i fatti più banali sono circondati da un velo di incertezza. Questo per uno scrittore non è necessariamente un problema, perché può inventare la sua verità, che chiederà al lettore di accettare per intero per tutta la durata del romanzo.”

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Laureata in Scienze dei Beni Culturali, giornalista pubblicista, da sempre grande lettrice: a sei anni prima ancora di andare a scuola grazie alla nonna sapevo già leggere e scrivere, a 8 anni ho scritto il mio primo racconto su un mago che perde il suo libro di incantesimi. Spero un giorno di vedere sugli scaffali il mio libro, nel frattempo cerco di imparare dagli altri il più possibile e spero di consigliare i nostri lettori condividendo con loro le mie sensazioni.

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