Solo me ne vo per la città – Enzo Gaiotto

Titolo: Solo me ne vo per la città
Autore: Gaiotto Enzo
Data di pubbl.: 2014
Casa Editrice: Las Vegas editore
Genere: Romanzo
Pagine: 246
Prezzo: 14,00

Chissà se davvero prima di morire, tutta la vita ci scorre davanti agli occhi in un unico grande flashback. Di sicuro, ripercorrere a ritroso la storia di un caro, attraverso il flou dei reciproci affetti, è quanto avviene in chi resta, soprattutto se unito a lui da un rapporto di sangue. Annina, già ricoverata in ospedale, subisce un grave peggioramento delle sue condizioni di salute a causa di un’ischemia. Ad assisterla, il figlio (colui che per tutta la narrazione manterrà inalterato lo stato di suo “bimbo”), precipitatosi da Milano dove svolge la sua professione di giornalista di cronaca nera. Nonostante l’abitudine al dolore e alla morte, il coprotagonista sente immediatamente la distanza che intercorre tra l’evento tragico da raccontare e quello da vivere in prima persona: “Stanotte, però, è tutta un’altra cosa. Sta morendo sua madre, Annina, e lui è solo lì con lei; e non c’è nessuno a dargli conforto, a condividere la pena di quella veglia. Anche se sua madre è ormai anziana, lui pensa che è ancora presto perché debba morire. La guarda con tristezza” (p. 59). Unica certezza, perché unico rimedio lenitivo, è il ricordo che percorre in parallelo quello della madre, per poi via via sovrapporsi, riprendersi e intrecciarsi come le doppie eliche degli acidi nucleici che formano il DNA. A cauterizzare e rimarcare questo legame, è l’alternanza dei racconti che solo apparentemente stabilisce il turno dei reciproci flussi, mentre, in realtà, proprio come una spirale, s’aggroviglia e si richiama in modo che l’uno finisca dove inizi l’altro come se la pagina fosse un unico nastro di Möbius:

Quel suono, nel chiuso della camera, assomiglia a una piccola campana che suona da lontano” (p. 15, fine del terzo capitolo).

“Dall’ultimo piano del casamento dove eravamo andati a stare si sentivano i rintocchi delle campane della chiesa di San Jacopo” (p. 16, inizio del quarto capitolo).

Originaria di Livorno, Annina inizia il racconto dall’infanzia caratterizzata dalla Prima guerra mondiale, una madre scostante e lontana, il padre mai conosciuto e Rino, l’affettuoso e paziente patrigno che la sosterrà fino alla fine dei suoi giorni. L’incontro decisivo con Toni, un giovane cantante locale che nel secondo dopoguerra raggiunge il suo apice di successo proprio a Milano, porterà l’amore, il matrimonio e la nascita del figlio. Sullo sfondo di un’Italia in trasformazione, la storia dal basso di Annina è caratterizzata dalla sua devozione alla famiglia, dal sacrificio della propria felicità personale e dall’impegno incondizionato per l’educazione e la formazione del suo “bimbo”. Molte sono le cose che la metteranno a dura prova (dal tradimento del marito alla resistenza al corteggiamento del medico inglese George, dall’umiliazione di lavori mal pagati all’impossibilità da parte di Toni di avere un reddito costante e dignitoso). In parallelo con quella che è il passato, suo figlio riflette (grazie alla zona franca del planetario dell’ospedale) sull’andamento della propria vita che lo vede separato dalla moglie e lontano, affettivamente e fisicamente, dalla figlia. In questa condizione di totale impotenza e passività, la sua sola presenza allevia le sofferenze della madre, invertendo il rapporto simbiotico della gravidanza prima e del parto poi come fossero due a solo che idealmente si sincronizzano nella necessità amniotica dell’unione. Ora, infatti, è il figlio che cura, protegge, assiste la nutrizione e accompagna la mamma verso quest’ultimo travaglio. Sola, come soli si viene, ma non necessariamente si deve stare nella città della vita.

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