Senza campo – Garry Disher

Titolo: Senza campo
Autore: Garry Disher
Data di pubbl.: 2019
Casa Editrice: Marcos y Marcos
Genere: romanzo giallo
Traduttore: Silvia Mercurio
Pagine: 447
Prezzo: € 18,00

Nei pressi della cittadina di Waterloo, nella Mornington Peninsula, zona a vocazione vinicola situata nell’estremo sud dell’Australia a un’ora di auto da Melbourne, sono ritrovati i cadaveri carbonizzati di due uomini. La morte li ha sorpresi mentre erano a bordo di una Mercedes, nel cuore di una boscaglia ormai combusta: un rapido incendio non ha lasciato loro scampo. A chi appartengono i corpi sfigurati? Com’è possibile che non siano sfuggiti alle fiamme, debitamente segnalate dalle forze dell’ordine? E perché nella vettura c’è un fucile rubato, semidistrutto dal fuoco? Non molto lontano da lì, i pompieri scoprono un laboratorio di droga abbandonato. Già, la temibile metanfetamina, la “meth”, estremamente diffusa soprattutto tra i ceti impoveriti delle aree rurali, periferiche e suburbane, è uno degli incubi della nazione australiana. Il detective Hal Challis inizia a indagare, ma il caso si rivela più complesso del previsto.

Quando Challis aveva accettato il posto di ispettore della Western Port Region Crime Investigation Unit qualche anno prima, quell’area era ancora aperta campagna. Da allora, le dimensioni delle vecchie cittadine della Peninsula – Rosebud, Mornington e Waterloo – erano raddoppiate: indice, a detta dei politici, di un’economia frizzante. La polizia e i vari servizi sociali sapevano bene che quel processo aveva anche provocato un certo disagio sociale e un aumento della criminalità., mentre gli investimenti per le scuole, i trasporti pubblici, il personale di polizia e il Welfare languivano.

Le opere di Garry Disher, settantenne scrittore originario di Burra, sperduto paesello a centocinquanta chilometri da Adelaide, sono pubblicate in Italia dalla casa editrice Marcos y Marcos. Ora anche i suoi libri “gialli”, con il detective Hal Challis nelle vesti di protagonista, sbarcano nel nostro Paese, dopo aver riscosso grande successo in Germania e altrove in Europa. Senza campo è un thriller corale. La storia si sviluppa in una bollente estate, nel pieno delle festività natalizie. Disher fotografa l’Australia contemporanea, siccitosa e assediata da ondate di calore, colpita con durezza dal cambiamento climatico. Oltre all’emergenza ambientale, in Senza campo è descritta una società sofferente, sprofondata nel degrado etico. La vicenda ruota attorno a un complicato groviglio di fatti criminosi: morti inspiegabili, traffici illegali, furti su larga scala, ricettazione di materiale rubato e stupri seriali. Come se non bastasse, la trama è attraversata da una tensione aggiuntiva. Una bambina, i cui vestiti affiorano, miseri resti, nel laboratorio di droga incendiato, sembra svanita nel nulla. Presto le indagini scoperchiano l’incredibile nefandezza: Clover, figlia di Owen Valentine, è in mano a dei cuochi di “meth”, offerta dal padre, in pegno, per ricevere un prestito.

Hal Challis non è un cavaliere solitario. Due brillanti coprotagoniste lo affiancano, Ellen Destry, sua compagna nella vita e mente raffinata dell’unità crimini sessuali, e la di lei rivale, Serena Coolidge, bella, insofferente e risoluta, a capo della squadra speciale antidroga. Tre detective, tre modelli professionali, tre personalità forti solcate da gelosie e invidie. Garry Disher, al pari dei migliori romanzieri del genere poliziesco, utilizza gli strumenti narrativi per spalancare di fronte al lettore scenari di irrequietezza umana e sociale.

Disher delinea con accuratezza la platea dei testimoni, dei sospettati e degli indagati, uomini e donne sfiancati dalle circostanze, angeli caduti da una qualche altezza, demoni mesti e disperati, perdenti incapaci di risollevarsi. La linea d’ombra tra ordinarietà e sotterfugio è labile, e lo scivolamento nella delinquenza è l’esito quasi matematico di un processo morale di imbarbarimento e declino. Prendiamo il ricettatore Colin Hauser, che, a detta della ex-moglie, amava vantarsi del titolo di aristocratico terriero solo per essere cresciuto in una ricca tenuta del Gippsland, salvo abbandonare la tradizione di famiglia e studiare da contabile. Hauser fallisce penosamente e termina i suoi giorni, crivellato da pallottole sconosciute, in una fattoria polverosa tra cenciose autorimesse, terreni infidi e i latrati di due cani da guardia. Altri sono accecati dal mito del denaro facile. Chloe Minchin, proprietaria di una redditizia agenzia viaggi, decide di diventare intermediaria dei traffici di droga per elevare il suo tenore di vita, salvo esaurire la sua scellerata parabola esistenziale in uno schianto fatale, complice un solitario eucalipto spuntato ai margini di una strada nella campagna pianeggiante di terra rossa.

Una densa immoralità si raggruma in queste pagine. Emblematico il confronto tra Owen Valentine e Carl Bowie, fratellastri. Il primo è il classico loser, un buono a nulla disfatto dall’abuso di stupefacenti, fidanzato e poi sposato con la reginetta della scuola, il secondo è un rampante imprenditore, impegnato in una maniacale risalita finanziaria, finalizzata al riscatto dei panifici svenduti dal padre. Bowie, volgarmente ingordo, grazie al traffico di “meth” compie il suo salto di qualità, mentre il fratellastro precipita negli inferi della dipendenza. La droga chimica, cucinata in elementari baracche, in roulotte o nel retro di camion, assurge a divinità crudele degli ambiziosi e degli infelici, diviene legge e unità di misura, sanzione e regola. Il carnevale di follia non finisce qui. Nella paludosa coscienza di Bowie alberga un segreto, una scintilla repressa che scatena il caos. Non è forse vero che molti imperi economici sono nati sulle ceneri di un delitto? Eppure, la nemesi è dietro l’angolo. Bowie, impastato di spicciola logica capitalistica e di psicologismi orientati al business, controlla a distanza l’operato delle sue giovanissime dipendenti, bacchettandole al minimo segno di cedimento sul lavoro. La sua ossessione per la performance si rivela un boomerang.

I poliziotti comprimari dei tre detective mostrano un variegato campionario di fissazioni e di debolezze umane. C’è Ian Judd, agente vecchio stampo con il fiuto da piedipiatti, ostile ai nuovi metodi investigativi esageratamente raffinati per i suoi gusti, c’è Pam Murphy, appassionata surfista, attanagliata dalla timidezza e tormentata dal bisogno di avere un uomo al suo fianco, c’è Scobie Sutton, specialista della scientifica, tanto utile alle indagini quanto parco di parole, c’è John Tankard, parcheggiato al banco dell’accettazione e accerchiato dalla noia, incaricato di postare video di rapine sulla pagina Facebook ufficiale del dipartimento. Lasciamo al lettore il piacere di imbattersi nelle molte maschere “minori” di questo thriller in salsa aussie, Christine Penford, Michael Traill, Janine Quine, Ray Loeb, Tony Slatter alias la Falena di Moonta, l’improbabile coppia formata da Allie e Clive, e le donne resilienti interrogate dall’unità di Ellen, sopravvissute agli assalti di un violentatore greve e impacciato.

In definitiva, è la Peninsula a dominare le pagine e a restare impressa nella memoria con i suoi contrasti. Le belle spiagge e le scogliere spettacolari collidono con gli insediamenti anonimi composti da pacchiane casette, i cortili rosicchiati dall’incedere delle intemperie atmosferiche rovinano l’idillio artefatto dei campi da golf. La tecnologia, più fragile di quanto ci si potrebbe aspettare, pare inghiottita da potenze ancestrali. Provvisori magazzini si trasfigurano in templi pagani ove si consuma il rito dello scambio della merce trafugata, alberi arsi dal sole si atteggiano a cupi scheletri prosciugati dal riscaldamento globale, inevitabili canguri tagliano le carreggiate e promettono incidenti mortali alle esigue auto in circolazione. Mettiamo da parte le ridenti cartoline. Senza campo celebra il terrore della scomparsa e, al contempo, l’inquietudine suscitata dalla ricomparsa, un topos della letteratura degli spazi aperti, degli oceani e dei deserti. Il romanzo si allinea alla poetica nichilistica di un capolavoro cinematografico ‘made in Australia’, Wake in Fright, film maledetto del 1971, nera elegia innalzata alla forza centrifuga dell’Outback. Fulminante e psichedelico come un pezzo dei King Gizzard & the Lizard Wizard, il romanzo di Garry Disher è una piacevole lettura che disarma gli stereotipi su un luogo confinato, per noi europei, alla fine del mondo.

Aveva una piccola Beretta registrata sul suo porto d’armi, la tirò fuori e la posò sulle ginocchia mentre rifletteva o almeno ci provava. Di tanto in tanto percorreva a grandi passi la casa, guardando la propria immagine riflessa negli specchi. Abbronzato, magro e con la pistola, aveva un certo fascino. Maniche arrotolate, Rolex luccicante al polso sinistro e camicia impeccabile: un aspetto che colpisce, con il brivido del pericolo. Doveva avere quello stesso fascino quando i detective erano andati al panificio per dirgli di Owen. Ma a quanto pareva, non l’avevano notato; dopotutto erano poliziotti.

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Salentino nato "per errore" a Como (anche per ammissione di chi lo conosce), si laurea in Filosofia a Milano, con una tesi sul concetto di guerra umanitaria. Vive a Bari con Mariluna. Adora il Mediterraneo, ama Lecce, Parigi e Roma. Sue passioni, a parte la buona tavola, sono la letteratura, il cinema, il teatro e la musica. Un tempo, troppo lontano, anche la politica. Suo obiettivo è difendere, e diffondere, la pratica della buona lettura. Recensisce i libri meritevoli di essere considerati tali, quelli che diventano Letteratura, con la L maiuscola, e che gli lasciano un segno. Alessandro scrive con regolarità su Zona di Disagio, il blog del poeta e critico Nicola Vacca, collabora con la rivista Satisfiction, anima il blog di economia e di politica Capethicalism, e scrive di serie TV su Stanze di Cinema.

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