Racconti di Juarez del Sud – Luca Mignola

Titolo: Racconti di Juarez del Sud
Autore: Luca Mignola
Data di pubbl.: 2019
Casa Editrice: Wojtek
Genere: letteratura contemporanea
Pagine: 98
Prezzo: € 14,00

Cantami, o Diva, di topi e di boia, di ninfe e di acefali. Luca Mignola nei suoi Racconti di Juarez del Sud trasferisce, in ogni riga, riferimenti alti e riflessi di passioni letterarie: Kafka, Lovecraft, Bolaño, Rulfo, la cultura classica greca, i cicli cosmologici delle civiltà extraeuropee, spunti di filosofia idealistica. Al centro dei racconti, collegati e comunque autonomi, troviamo un territorio delimitato, una landa abbruttita, che somiglia pericolosamente ad alcune zone (s)perdute del Sud Italia. È una terra trasfigurata fantasticamente in un mondo altro, alieno, dove si è consumato il delitto finale contro la speranza e i colori del giorno sono svaniti. Il male, colto nella sua radicalità, diviene pungolo e ragione della narrazione stessa.

Mignola assegna pari dignità ontologica alla geografia reale, ai tópoi della letteratura e ai luoghi del mito, enti trasfigurati da un’immaginazione fervida. La Fogna Aretusa, l’Erebo, la Morgue, la Spiaggia di Calipso si uniscono al fiume Sarno, corso d’acqua campano classificato tra i più inquinati d’Europa, per comporre un panorama onirico dai tratti spaventosi, abitato da creature che sarebbero a loro dis-agio in un dipinto di Hyeronimus Bosch. “El Greco si guardò intorno. Che cos’era quel luogo? Un labirinto, uno specchio, un cerchio o il Sarno – e che cosa avrebbe definito tutte queste figure più precisamente di niente?”. La Torre Ovest, la Torre Nord, l’Armeria, l’Asilo ‘dei figli di nessuno’ sono i punti nevralgici dell’insediamento urbano di Juarez del Sud, locus non amoenus gemellato con la misteriosa ‘Janka sul confine’, il suo doppio, il suo contrario, città configurata dal desiderio. L’anno in cui tutto ha inizio, o per meglio dire ritorna, è il 1988. Sui destini individuali e sulle dinamiche politiche locali fa presa la mano invisibile dell’Anfizionia, una lega di potere resuscitata dalle viscere della Storia.

Diversi narratori ci tramandano le res gestae dei governanti di Juarez del Sud. Ne emerge un quadro complesso, segnato da un profondo travaglio politico-sociale. Un tempo, apprendiamo dal Topo, governavano i Signori, poi subentrarono i Legislatori, arroccati nella Torre Ovest. “I Legislatori istituirono come pena capitale per chi avesse cospirato contro di loro la defenestrazione, e come lenitivo a qualsiasi colpa l’incatenamento; questi furono i soli atti normativi che introdussero”. Processioni e sacrifici umani, complotti e repressioni rappresentano la regolarità malata di Juarez del Sud, città indomabile, repellente, repulsiva, popolata da un’umanità prona. Sinistri addestratori istruiscono sicari all’insegna del motto “o la morte verticale o l’oblio della morte obliqua”, mentre gli esecutori, “subordinati di Livello A del Centro per l’Impiego”, offrono sollievo alla coscienza torturata, impossibilitata a tenere traccia del gesto assassino, ricorrendo a micidiali farmaci sintetici. “Stanco come dopo ogni eliminazione, stanco di non poter conservare memoria dei suoi crimini e atterrito dal pensiero del tradimento, l’esecutore si sedette su una panchina di marmo bianco. La pietra era fredda e gli aveva ricordato la morte”. Qualcuno spinge il desiderio oltre le colonne d’Ercole dello spazio percepito, in una bolla d’aria noumenica dove l’essere è risucchiato verso il non essere.

Luca Mignola pone l’accento sul valore della memoria, facoltà morale prima che cognitiva, sfasciata dalle cicliche intemperanze del Potere ed esautorata dalle promesse magiche della tecnoscienza. Nei Racconti alcune domande, in particolare, si fanno largo, stagliandosi sull’orizzonte del narrato: come può una memoria essere di tutti? Chi ne tutela la veridicità, chi la certifica? Le storie appartengono a qualcuno o siamo noi ad appartenere a loro? L’autore ci invita ad interrogarci sulle tendenze della nostra epoca minacciata dal tarlo della mistificazione. La contemporaneità coltiva l’amnesia del limite e vagheggia scenari di immortalità, in cui passato e futuro sono aboliti a vantaggio di un infinito presente. Non è forse questa la trappola più insidiosa tesa dal ‘progresso’? A Juarez del Sud nessuno è certo del proprio essere ancora in vita. La Parola è l’ultima àncora prima che l’esistenza si dilegui in nulla.

Un’architettura metanarrativa sostiene i Racconti. La verità si frammenta in rivoli di testimonianze differenti e contrastanti. Significativa è la proliferazione di versioni riguardanti l’arrivo in città di Havor (Hristo?) Treblinka, il presunto assassino della priora Linguamozza. La bellezza macabra della religiosa era ancora intatta quando Treblinka l’ha trovata? L’orfanotrofio esisteva ancora o era stato sgomberato? Il killer ha portato a compimento il suo proposito delittuoso? La parola, nel riportare il fatto, si sfalda, perde aderenza e svapora, conducendo il lettore, in una sorta di via negativa teologica, verso un finale estatico, contemplativo, al di là del tempo. “Ogni uomo è la propria morte”, suggerisce Havor Treblinka in un’illuminante epifania.

Solo il racconto attesta la presenza. Da una parte, s’impone la forza della tradizione orale. “Avevamo l’abitudine di sedere sulle gambe del nonno e ascoltare le sue storie. Era un rito cui non potevamo sottrarci nelle sere d’estate, quando si apriva il balcone e il nonno prendeva la sua sedia preferita, quella impagliata, la stessa su cui s’era seduto suo padre e il padre di suo padre, già prima che migrassero verso Juarez del Sud”. Dall’altra, assume decisiva importanza la scrittura, traduzione durevole del racconto udito, rammentato, tramandato. Impronta delle vicende dell’edificazione della Torre Nord è il Nilo, frutto della volontà documentaria di un Compilatore, volume che custodisce gli arcana impèrii della città, la Legge superiore e inaccessibile. Il Libro sacro suggella la vanitas vanitatum dei dominatori. La Torre, costruzione mastodontica, maschera di tutte le mostruosità legislative ed urbanistiche, è funestata dalla tragica morte di Arthur Rimbaud, creatore dell’ottavo piano (ogni piano corrisponde a un anno, l’ultimo è il 2015). Mignola offre al lettore un caposaldo concettuale sul quale meditare, “il primo gesto non appartiene al fondatore, ma al narratore”.

La giovane casa editrice Wojtek di Pomigliano d’Arco, è giusto sottolinearlo, si contraddistingue per la ricerca e la pubblicazione di testi coraggiosi, impegnati nel decifrare il reale anche attraverso processi di decostruzione e ricostruzione della lingua. Nella sfera politica e culturale odierna, annichilita dalla povertà espressiva delle logiche comunicative a fronte di una crescente complessità delle questioni in gioco, come può la letteratura dire, nominare, raccontare ciò che accade e quindi avere un ruolo? Questa è forse la domanda cardine, cui Mignola tenta di rispondere con ricchezza espressiva fuori dal comune. Farsa dalle tinte noir, compendio di incubi füssliani, omaggio distopico alle eterne invenzioni dell’epica omerica, pastiche stratificato intinto nel grottesco, ironico canto funebre elevato sui miseri resti della nazione, Racconti di Juarez del Sud è un’opera inclassificabile, cangiante, multiforme.

Chi è il dottor Salieri e quanto è attendibile la sua versione? Marianeve è oggetto o soggetto di un sogno? Mignola ci spinge dentro un labirinto borgesiano. Gli specchi sono rotti ed è compito del lettore rattopparli. A ciascuno degli attenti fruitori, Racconti di Juarez del Sud trasmetterà un messaggio, una provocazione, una suggestione. Nei capitoli si infrange l’ipocrisia di un Sistema che si nutre di nefandezze: la rapacità del capitalismo, la politica incapace di avvertire imbarazzi e vergogne, le caste autoreferenziali avvolte nel loro stesso fetore, il mai sconfitto feudalesimo che bracca il Meridione in una morsa. Le allegorie rimandano a personaggi concreti, troppo concreti. L’uomo dalla testa di cavallo esorta a non morire, non subito, perché nell’attesa “tutto si dispiega davanti agli occhi dell’osservatore, che non vede niente”. Visione obliterata, cecità senza rimedio. Sotto il velo della scrittura c’è una terra svenduta alla barbarie.

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Salentino nato "per errore" a Como (anche per ammissione di chi lo conosce), si laurea in Filosofia a Milano, con una tesi sul concetto di guerra umanitaria. Vive a Bari con Mariluna. Adora il Mediterraneo, ama Lecce, Parigi e Roma. Sue passioni, a parte la buona tavola, sono la letteratura, il cinema, il teatro e la musica. Un tempo, troppo lontano, anche la politica. Suo obiettivo è difendere, e diffondere, la pratica della buona lettura. Recensisce i libri meritevoli di essere considerati tali, quelli che diventano Letteratura, con la L maiuscola, e che gli lasciano un segno. Alessandro scrive con regolarità su Zona di Disagio, il blog del poeta e critico Nicola Vacca, collabora con la rivista Satisfiction, anima il blog di economia e di politica Capethicalism, e scrive di serie TV su Stanze di Cinema.

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