Polvere di diamante – Ahmed Mourad

Titolo: Polvere di diamante
Autore: Mourad Ahmed
Casa Editrice: Marsilio editore
Genere: Giallo & Thriller
Traduttore: B. Teresi
Pagine: 380
Prezzo: 18.50 €

Taha è un giovane egiziano, laureato in farmacia, che passa le giornate diviso tra il lavoro di rappresentante farmaceutico e quello di farmacista. Nessuna ragazza, un padre paralitico taciturno, un amico con cui ritrovarsi a fumare hashish e giornate routinarie e tranquille. Fino a quando rifiuta di piegarsi alle richieste di un delinquente del quartiere; da quel momento la sua vita viene avvolta nel fumo.

“Se la legherà al dito. Taha, in questo paese sporgere denuncia non serve a niente. La legge non interessa a nessuno. Quello che interessa sono i pezzi grossi. Quelli che hanno qualcuno alle spalle.” (pag. 71).

Fumo che copre i ricordi, con un padre che nasconde più di quello che una sedia a rotelle possa suggerire; fumo delle sigarette che Mourad mette in bocca ad ogni singolo personaggio del libro; fumo come le promesse, le amicizie e i legami dei vari signorotti di quartiere con cui a turno Taha viene a contatto. Fumo che a volte si tramuta in fuoco, mantenendo la costante di coprire qualunque luce e che non permette più di distinguere “buoni” e “cattivi”, gettando un’ombra piuttosto cupa sulla società egiziana attuale. Tutti sono antieroi, tutti stregati dalla frase “A volte siamo costretti a commettere piccoli errori per correggere errori più grandi” (pag. 147).

Una storia avvincente, che inizialmente il lettore occidentale faticherà a leggere per la quantità di nomi propri e comuni a cui si è poco abituati. Ma con l’avanzare delle pagine, anche il ricorso all’utile glossario finale si fa sempre meno frequente e la lettura sempre più fluida. E’ come se si trattasse di abituare gli occhi all’ombra descritta da Mourad. L’Egitto è il protagonista silente descritto in tutte le sue contraddizioni e difetti, dalla voglia di occidente che traspare netta nella differenza tra gli anni Cinquanta  e i Duemila, alla presenza quasi esagerata di vizi in ognuno dei personaggi (corruzione, droga, alcool, sesso eterosessuale e non). Il lumicino della speranza è ridotto al minimo, spento da potenti burattinai e per nulla cercato da un popolo (un quartiere, ma l’estensione è facilmente suggerita) che non crede in giustizia, legge e istituzioni e che, anzi, sceglie in via privata di far tornare agli antichi fasti la legge del taglione. E anche quella voglia di ribellione, quella della primavera araba, quella che porta Sara a permettersi ironia e sarcasmo, a frequentare jazz club ubriacandosi senza il velo, a partecipare a manifestazioni attiviste ed “essere contro”… anche quella porta addosso un cancro intrinseco di insofferenza e di errore. Mourad non risparmia nessuno, distribuendo i mali dell’Egitto (anche se non equamente) fra tutti i personaggi.

“Parliamoci chiaro: in questo paese ci vorranno almeno altri cinquant’anni perchè si possa vivere bene. Tu fai fuori un poco di buono, due, mille, ma queste persone sono come gechi, se gli tagli una zampa gliene spuntano altre dieci” (pag. 329).

La suspence viene costantenemente rintuzzata da continui colpi di scena, che tuttavia si allontanano da quelli che il lettore si aspetta. Vale a dire che sebbene si intuisca subito cosa sia la polvere di diamante, si sappia fin dai primi indizi chi possa essere l’assassino e chi la vittima.. non si resta mai col pensiero di aver risolto l’enigma, di aver “fregato” l’autore. Manca sempre qualcosa, c’è sempre un pezzo del puzzle che il fumo egiziano nasconde. Il thriller sovrasta il giallo per tutto il libro. L’autore è l’unico a conoscere intimamente i personaggi; al lettore risulta davvero difficile anticiparne e capirne la psiche, le idee, le emozioni finchè non arriva fino alla fine. Enigmatici è dir poco.

In compenso, la descrizione degli ambienti è talmente chiara e definita che più di altre volte sembra davvero di essere presenti sulla scena, nonostante tutto sia sempre misterioso e imprevedibile. Il Cairo è un vaso perfetto per racchiudere quest’aria plumbea e senza futuro, che si dissolve già solo spostandosi in un “altro” Egitto, a Sharm-el-Sheikh, e che si è impadronita del Paese nel giro di cinquantanni, perchè il lato malinconico di “si stava meglio quando si stava peggio” non fa nulla per starsene nascosto.

Sorprende, tuttavia, come il racconto sia ciclicamente racchiuso dalle ultime due sure del Corano, quelle che si leggono per scacciare ogni maleficio. Almeno a Dio Mourad permette di resistere, in un luogo dove l’uomo sembra aver irrimediabilmente fallito.

 

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Sono un viaggiatore, sia con la testa che per davvero. Un vagabondo che sproloquia di chimica aspirando a conoscere tutte le lingue del mondo, per crearsi amici dappertutto e storie da raccontare attorno a un fuoco. Ma in realtà il mio piccolo mondo antico di Bizzarone è il posto piu’ bello del mondo, e la parola che preferisco è quella distesa sulla carta, con la tastiera a far da tramite tra il bailamme nella mia testa e il mondo là fuori. Nella mia stanza troverete di tutto, Hobsbawm e Walt Disney, Calvino e Paolo Villaggio; ogni libro ha qualcosa da dirmi e da insegnarmi, ha voglia di giocare con me e farmi sognare. La fantasia, qualche birra, la mia bici, la mia ragazza e i miei amici: sono il papero disastro piu’ ricco del mondo, come dovremmo sentirci tutti piu’ spesso. Se 5 righe sono troppe ditemi che la accorcio...

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