OLTRE LA PENNA di… Matteo Corradini

L’editore non esiste
A un editore, mai mandare un manoscritto in inverno. Chi si accingesse a farlo, è bene sappia come funziona il riscaldamento dei grossi gruppi editoriali. Negli scantinati (anche se la parola più corretta sarebbe “sotterranei”) delle diverse sedi nelle città che conosciamo, sono montate grandi fucine e stufe ed enormi tubature e scarichi, soffietti, valvole e stantuffi dove nerboruti e muscolosi fochisti, certamente non diplomatisi alla Holden (a giudicare dal loro vestiario poco curato), gettano notte e giorno non carbone o legna o altro combustibile fossile o non fossile, no: prendono bracciate di manoscritti e dopo aver eliminato le eventuali sovraccoperte semitrasparenti, gli anelli per la rilegatura e tutte quelle parti in plastica che sprigionerebbero un fumo denso e dannoso una volta a contatto col fuoco, gettano le carte sopra l’immenso braciere e nemmeno hanno il tempo di compiacersi della fiammata che il manoscritto produce che già si voltano a prenderne un altro, sovente deridendo l’autore e soprattutto il titolo della novella con risate grasse e indemoniate che riecheggiano, in certe sere raramente silenziose, fin nei piani più alti del palazzo, là dove gli impiegati godono del calduccio che sale dalle tubature.
Ho la grande fortuna di pubblicare con Rizzoli, ma non so che faccia abbia Rizzoli. So che faccia aveva Angelo Rizzoli il vecchio, in bianco e nero, quell’espressione compiaciuta di chi ci aveva messo i soldi col cuore, ma Rizzoli Editore (o Rizzoli Publishing) non ho idea di quale faccia abbia. So però che faccia ha Sabrina quando ti apre la porta dell’ufficio, so che faccia ha Giordano quando si alza per abbracciarti e so che faccia fa Elisabetta alla mia ennesima cretinata in redazione. So che faccia hanno Stefania e Claudia e Paola, e lo so così bene che me le immagino quando leggono le mie risposte alle loro proposte. So che faccia ha Giulia perché l’avevo vista da un altro editore, e so che faccia ha Veronica quando la incontro davanti alla fotocopiatrice, o Serena quando passo su a trovarla nel suo angolino.
Rizzoli forse non esiste, è un’astrazione. La sua faccia per me non è tanto un insieme di volti ma un gruppo di espressioni. Perché un libro non è mai fino in fondo l’opera di un singolo: certamente è prodotto da un gruppo molto più piccolo rispetto al gruppo che si mette a girare un film o a mettere in scena un’opera o a programmare un videogame. Ma un libro non è mai un lavoro solitario. Lo dovrebbero sapere bene tutti quelli che “scrivo per me stesso”, tutti quelli che “non leggo nulla, così non ne vengo influenzato”, tutti quelli che “il mio testo è questo e non lo cambio”. E massimamente tutti quelli che “è merito mio”.
Con l’autoeditoria il rapporto è solo con se stessi, nel bene e nel male; ma temo soprattutto nel male. L’editoria, come la penso io, è spesso il dialogo appassionante (fatto di accordi, disaccordi, lunghe chiacchierate intorno a fogli di carta) tra un povero debosciato che ha riempito pagine e pagine di scrittura, e un gruppo di poveri redattori quasi sempre sottopagati e sull’orlo di una crisi di nervi. L’editoria è straordinaria perché a ben guardare da un meeting di questo genere nascerebbe male perfino una pasta alla carbonara. E invece no, il miracolo si compie e la zucca che hai scritto diventa carrozza, anche quando in redazione te l’hanno toccata poco o nulla, assume una sua forma, conquista una sua carta, una sua copertina che ti commuove ogni volta che la guardi perché è quella, è tua, è la scatola delle tue idee ed è la scatola più bella che potessero avere.
L’editoria è questione di fiducia. È un meccanismo complicato e fragile. Perché viene meno ogni volta che si guarda solo a cosa vende, a quali generi tirano, a quali personaggi sono più appariscenti. Così di volta in volta le scelte le fanno i numeri, la moda, la televisione e non le persone.
Conosco scrittori che abbandonano il lavoro per un anno per scrivere un romanzo. Io non potrei. E se lo facessi mi vergognerei come un ladro perché di certo non ne uscirebbe un capolavoro e mi sembrerebbe d’aver sprecato il tempo. Conosco scrittori che se ne vanno per sei mesi in Polinesia, in Alaska, a Machu Picchu a scrivere. Ma quella per conto mio si chiama vacanza. E lunga. Conosco scrittori che si informano su cosa vende di più per adattarsi in fretta e furia e scrivere libri coi maghetti ieri l’altro, coi vampiri ieri, e chissà cosa oggi e domani. Bravi. Un giorno o l’altro Google sfornerà un software che farà il vostro lavoro meglio di voi e vi troverete tutti su una strada: ben vi starà.
Ma se scoprissi un giorno che un eventuale libro su un pomodoro perino baffuto e latin lover venderebbe centomila copie, lo scriverei? Dico, lascerei andare per due mesi le mie vere passioni, i miei studi di ebraismo, le mie ricerche, i miei laboratori per scrivere un libro su un pomodoro perino baffuto e latin lover, una robetta che vende un botto e mi metterebbe a posto coi conti per qualche anno?
Certo che sì, cosa avevate pensato? Però a modo mio.
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