OLTRE LA PENNA di… Sabrina Minetti

 

Le sofferte e preoccupanti vicende della politica italiana ingombrano lo scenario dell’attualità. Mentre con grande fatica si (s)compone la struttura portante del paese, l’orizzonte del futuro resta incerto. Da quando voto, e sono parecchi anni, mi pare che mai l’Italia abbia attraversato simili frangenti. E non mi riferisco all’evidente eccezionalità di alcuni sconvolgimenti (?) del panorama politico, ma all’assenza di quella sensazione di compimento che di norma si provava dopo le elezioni, da vincitori o da sconfitti. Ciò nonostante cercherò di andare oltre questa disarmante percezione di incompiutezza. Di andare in questo mio “oltre la penna” oltre … la pena. Perché è penosa, non tanto nel senso di compassione, ma proprio di dolore, la degenerazione che ha afflitto il paese, come lo sono, a mio avviso, certe presunte ricette per sanarla. Proverò a esprimere alcuni auspici, indipendentemente da chi riuscirà nell’impresa di creare una maggioranza di governo e dalle alleanze che potranno consolidarsi.

In fondo ogni scrittore, anche quando puramente narra, va oltre la penna. In un modo o nell’altro, offre il suo pensiero o perlomeno il suo punto di vista sulla contingenza che lo permea e sulle cose del mondo. Ed è così che in un romanzo fanta – rosa – umoristico del quale ho appena terminato la prima stesura (sì: fanta – rosa – umoristico. Contaminiamo!) ho scelto come protagonista l’illuminata principessa Minuetta I°, sovrana del pianeta Kapak. Nel romanzetto, Minuetta I° si adopera per aiutare la sorella minore Minuettina in una complicata faccenda che origina da questioni di cuore, ma non è dimentica degli affari di corte.

  “Nello stranissimo pianeta Kapak viveva un allegro popolo fucsia, governato dalla principessina Minuetta I°, che aveva come prerogativa quella di essere stata capace di insegnare ai kapakkiani la ricetta della perfetta armonia (…) Le case dei kapakkiani avevano colori fantastici, un po’ come quelle di Kilkenny in Irlanda o di Varigotti in Italia sul pianeta Terra, con la differenza che sul pianeta Kapak le case erano tutte belle e profumate e grandi o piccole a seconda dei gusti ed era stato inventato un sistema grazie al quale si mettevano in ordine da sole, facevano la manutenzione ordinaria e straordinaria, funzionavano a energia solare o stellare o lunare ed erano dotate di uno speciale dispositivo, grazie al quale…(…) Quando entravi in una delle tante piazzette colorate di Cap – City ti investiva un’ondata variopinta, ma così variopinta che ti colpiva al cuore.  La vista era tale che subito traevi una conclusione: a Kap – City si viveva bene, molto bene.”

Ora, al di là della voluta leggerezza del testo e delle forzature in funzione ironica, in questo passaggio liberamente adattato è contenuto il mio primo auspicio: l’Italia è un paese di straordinaria bellezza, dotato di un patrimonio paesaggistico e culturale difficile persino da immaginare, che, tuttavia, non solo è misconosciuto e poco valorizzato, ma è anche messo a rischio da miopi trascuratezze e colpevoli minacce di ogni genere, fra cui quelle che minano alla base ogni prerogativa di sostenibilità ambientale. Questo immenso tesoro potrebbe, da solo, produrre ricchezza, occupazione, attrattiva, credibilità e contribuire a innescare un circolo virtuoso di sviluppo. E non penso solo all’aspetto economico e di buona amministrazione delle risorse. Sto parlando di bellezza. La bellezza, non quella di plastica, ma quella che viene dalla ricerca di armonia anche estetica, rende migliori le persone e può cambiare il mondo. La mia prima speranza è che ci si prenda cura di tutto questo.

“Il pianeta Kapak era molto ricco, grazie alle sue miniere a cielo aperto di librite, un minerale molto raro sugli altri pianeti, ma diffusissimo sul pianeta dei kapakkiani. Praticamente ovunque era possibile estrarre la librite. Abbondava sul pianeta e si riproduceva da sola ogni volta che veniva prelevata dai camion verde smeraldo del servizio Librite Urbana, per essere distribuita nelle città del pianeta. Succedeva che, non appena la librite giungeva e destinazione nei Librite Shop delle città e la gente ne faceva una bella scorta per la settimana e la consumava a volontà, prima, durante o dopo i pasti, ai kapakkiani venivano in mente idee favolose, progetti interessanti, soluzioni, invenzioni e così era facile risolvere i problemi nel modo migliore e andare d’accordo”.

A chi ci governerà, come in tanti hanno chiesto anche formalmente in fase pre-elettorale, proponendo ai candidati la sottoscrizione di un patto pubblico in tal senso, affido il mio secondo auspicio: che si investa in cultura. Perché la cultura sviluppa conoscenza, consapevolezza, confronto, capacità di partecipazione, ovvero i migliori profitti che un’impresa – paese possa desiderare: non si svalutano nel tempo, si auto – distribuiscono e sono sempre e immancabilmente reinvestiti. 

A proposito di cultura: un concetto ha letteralmente infestato le campagne elettorali di tutti gli schieramenti, il “nuovo”, come promessa certa di miglioramento. Nel solco di questa convinzione – panacea, il leader del movimento che inneggia al nuovo come rimedio unicistico di tutti i mali ha affermato (più o meno testuali parole) che “…ai ragazzi oggi non serve studiare le cose antiche, perché quelle, se vogliono, le trovano nel loro tablet.”. Non sono d’accordo. Come la mia Minuetta, rimango convinta che le lezioni che ci vengono del passato debbano essere salvaguardate.

“Da quando la principessa Minuetta I° aveva trascorso cento kapakanni sul pianeta di Edù per uno stage sui sistemi interplanetari di istruzione dei giovani, anche il sistema scolastico sul pianeta dei kapakkiani era stato riformato e funzionava a meraviglia, tanto che moltissime delegazioni di altri pianeti venivano in visita ufficiale per carpire il segreto del suo successo. Tutti parlavano della kapakscuola, ove la materia regina era una materia che su altri pianeti era considerata cosa da poco, insignificante, ma che per i kapakkiani rivestiva molta importanza: la kapakstoria, che narrava il kapakimpero d’occidente, il kapakevo e anche la kapakmoderna sino ai giorni nostri. Su Kapak si riteneva infatti che fosse molto istruttivo tenere in considerazione le vicende del passato, e non dimenticarle, per evitare di ripetere nel presente orrori ed errori.”

Non è importate solo ciò che posso trovare sul tablet se voglio, ma ciò che sono capace di trovare sul tablet, se voglio. Sono capace. Sono solo due parole in più, ma fanno una grande differenza. Perciò, e in generale, mi auguro una scuola inclusiva e emancipante. E che la tanto invocata meritocrazia non diventi il pretesto per giustificare i tagli alle risorse per l’istruzione di cui sono sempre gli studenti più deboli a fare le spese. Perché una scuola che non sappia dare risposte anche a questi ragazzi relega loro alla marginalità e alla devianza e offende la dignità del paese di cui sono figli.

“Grazie alla librite erano state inventate cose come le case auto – alimentate, le strade che cambiano aspetto, i negozi che appaiono a piacimento e anche i Think, le tavolette invisibili con cui i kapakkiani potevano comunicare a distanza e al di là del tempo. I Think funzionavano così: bastava pensare a una persona o a qualcosa e il Think di ognuno si attivava e si collegava.”

Ecco il quarto e ultimo punto di questo mio messaggio nella bottiglia. Mi auguro che tutti, governanti e governati, non credano davvero, o non continuino a credere, che siano le tecnologie a fare la democrazia. Tablet, computer e affini sono strumenti. Ciò che conta sono le idee, autentiche, sentite, individualmente e collettivamente rielaborate, e poi anche diffuse. Internet aumenta la possibilità di condivisione, di circolazione e di accessibilità delle informazioni e del pensiero, ma, non caschiamoci, non è automaticamente garanzia di pari opportunità di accesso alla partecipazione. Non credo nella “democrazia della rete” ma nella rete – di protezione, di collegamento, di sviluppo, di inclusione – che una vera democrazia deve rappresentare per un popolo. E a the Thing, laCosa, televisione che per il solo fatto di trasmettere via web sarebbe di per sé un luogo di libera informazione, preferisco i Think del pianeta Kapak, quelli che sul pianeta Terra chiamiamo i pensieri.

Che la librite sia con voi.

 

Sabrina Minetti è nata e vive a Milano. Lavora come insegnante e progettista di formazione. In un torrido giorno dell’agosto 2010 risponde a un appello lanciato via Facebook dallo scrittore varesino Paolo Franchin, in cerca di racconti per l’antologia a scopo benefico 365 Storie cattive. Da quel momento inizia la sua avventura, troppo a lungo rinviata, di autrice. Nel 2011 esce il suo romanzo L’isola dei voli arcobaleno (Autodafé Edizioni), finalista a Casa Sanremo Writers 2012. Suoi racconti sono in Milano forte e piano 1 e 2 (Happy Hour edizioni, 2011 e 2012), in Delitti d’acqua dolce (AA.VV, a cura di Ambretta Sampietro e Luigi Pachì, Lampi di Stampa, 2012), in rete e su Tornogiovedì www.tornogiovedi.it, rivista letteraria online di cui è anche caporedattrice e su cui ha una rubrica di interviste a scrittori girate con l’I phone. Due suoi testi sono stati portati sulla scena da Creartheater, nell’ambito del progetto Black Room, La capitale del vizio. Scrive di libri anche sul magazine Mondo Rosa Shokking www.mondorosashokking.com.  Organizza eventi culturali e presentazioni di libri.

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