OLTRE LA PENNA di… Paolo Casadio

Il mare è una presenza continua nei ravennati, meta obbligata di vacanze, passeggiate festive ed escursioni gastronomiche. “Andare al mare” intende naturalmente un mare magnum: la spiaggia, le palizzate, i porti, i ristoranti, gli stabilimenti balneari e, infine, il mare vero e proprio.

Quand’ero piccolo, l’estate rappresentava una stagione magica che vivevo come tutti al mare, in luoghi destinati poi a scomparire sotto il cemento. Ma questo non lo sapevo.

Per i mesi di luglio e agosto mia madre affittava una tenda a vela latina – perché gli ombrelloni erano insieme una stravaganza e poco diffusi – nell’ultimo bagno di Punta Marina, verso la foce dei Fiumi Uniti. Prima di andare in ufficio mio padre ci accompagnava con il millecento a coda rotonda e, a fine giornata, tornava per riportarci a casa.

L’acqua, allora, era chiara e sapeva di sale, il caldo mai sgarbato, il sole dolce. Mio padre, che era come io sarei diventato – e anche questo non potevo saperlo – trascorreva le ferie con noi, affrontando la calura estiva sotto le conifere della splendida pineta litoranea.

Pranzavamo al ristorante del bagno – un locale alla buona – e ricordo bene il sapore gustoso delle poverazze con aglio e prezzemolo e gli sgombri cucinati alla griglia.

Avevo poco più di dieci anni e l’energia inesauribile dell’età.

Dopo pranzo i miei genitori dicevano che arrivava Piró – Pierone – e si mettevano comodi nelle sdraie per consumare il pisolino. Io non capivo – avrei capito più avanti – come i grandi avessero quel bisogno di dormire, sprecando il tempo delizioso del primo pomeriggio. Così, con un paio di ragazzini conosciuti in spiaggia, allestivo una sinuosa pista sabbiosa, ingaggiando interminabili gare di cic-e-span con le biglie di vetro colorato.

Poi veniva la sera e toccava a me essere sulla griglia. Dopo la giornata da lucertola la pelle scottava, paonazza, e non potevo neppure appoggiarvi un dito senza provare dolore. Mia madre ripassava i punti più dolenti con un pomodoro tagliato a metà per lenire la sofferenza del piacere – la chiamava proprio così: la sofferenza del piacere – ma il rimedio non durava e la notte trascorreva tra gemiti, sospiri e zanzare comuni. Le creme doposole non usavano: al massimo, la crema Nivea alla glicerina, che lasciava l’epidermide troppo unta e con un vago sentore di pesce.

Sempre da piccolo ho trascorso con i miei nonni lunghi periodi. Nonno Aldo Casadio era in pensione e mi caricava spesso sul Guzzino rosso per portarmi al capanno di Punta Marina, oppure a pesca di paganelli sui moli litoranei del canale Candiano. Il senso d’assoluta libertà di quelle giornate passate al mare mi convinsero presto: macché astronauta o aviatore.

Da grande avrei fatto il pensionato.

Mia zia Maria Bergamini, perpetua per oltre quarant’anni sul lago di Garda e scomparsa a centouno, era in ottimi rapporti con il suo Superiore. Credo fosse in ottimi rapporti con chiunque perché aveva un carattere sorridente, e le piaceva gustarsi la vita e soprattutto raccontarla con arguzia. Per via del suo lavoro le suore erano di casa, sia in canonica che nei racconti. Suore un po’ particolari come la zia che, verso i cento, prendeva ancora il caffè “bagnato” con la grappa, la grappa dominante sul caffè. Suore dai nomi inconsueti, di stazza pesante e cuor leggero, che affrontavano la vita nel modo più semplice: alla giornata.

Forse è da questi ricordi che prende idea – un’idea inizialmente grezza, nebulosa – “La quarta estate”. Poi accade, durante le ricerche per un precedente romanzo (e qui apro una parentesi: queste ricerche, svolte sulle cronache locali d’epoca del Resto del Carlino, sono giacimenti di fatti, personaggi, dettagli e notizie che non finiscono mai), di imbattermi nel trafiletto di un fascista – fascio di Bologna – sospeso dal partito perché, “affetto da inguaribile mania oratoria, teneva pubblico comizio non autorizzato”. Ho cercato di immaginarmi questo Totò dell’oratoria fascista – di suo già abbondante in ridondanza – e il personaggio del dottor Frega che si crede Mussolini ha tratto il primo respiro.

E, dietro, si sono incamminate mia zia Maria, le suore di mia zia Maria, il Garda, le giornate al mare con i miei genitori e quelle con nonno Aldo.

Tutte nella quarta estate.

 

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Paolo Casadio è nato a Ravenna nel 1955, figlio di una generazione cui i genitori non insegnavano il dialetto, s’interessa da anni alla lingua e ai racconti della sua terra. Esordisce come coautore con il romanzo Alan Sagrot (Il Maestrale, 2012). La quarta estate, edito da Piemme, ambientato a Marina di Ravenna nel 1943, è il suo primo romanzo come autore singolo.

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