OLTRE LA PENNA di… Paola Cereda

LETTERATURA IN VIAGGIO. Pensare e assimilare la vita sotto l’Albero dell’Ozio.

Non sono una scrittrice di viaggi. Sono una scrittrice che viaggia. La prima volta avevo appena finito l’università. Presi un charter e mi trovai catapultata nel sud dell’Egitto, un paese del quale conoscevo poco o niente. Mi ero messa in testa di imparare le coordinate necessarie alla sopravvivenza. Cominciai dalle strade della piccola Luxor che, giorno dopo giorno, divennero un percorso noto. Il mio sguardo, filtrato dalla macchina fotografica, si abituò ai luoghi. La parola giunse in un secondo momento, scomoda e sgraziata. Conobbi molte donne, mature e occidentali, che si erano trasferite laggiù in seguito a matrimoni con giovani egiziani. Le loro storie d’amore sembravano copioni e si ripetevano uguali, dall’incontro inaspettato fino all’acquisto di bazar o licenze di taxi, che sollevava la coppia dal peso della precarietà lavorativa. Lo scambio con la gente del posto cominciò solo dopo alcune settimane. Fui accolta da sguardi diffidenti. Mi misi in un angolo e sopportai la fatica del non capire. Risposi con gioia ai primi, timidi inviti e mi sedetti a tavole imbandite apposta per me, con spaghetti collosi, impossibili da mangiare. In un cortile zeppo di spazzatura, imparai da mum l’arte di impastare il pane e lo misi a cuocere nel forno di argilla e fango. Lo vidi asciugare sul marciapiede di fronte a casa, tra lo sterco degli asini e i passi frettolosi della gente. Il pane shams ha la forma di un sole. Ha cuore circolare e raggi di farina. Per diventare croccante, ha bisogno del tempo necessario all’attesa. Anche la scrittura è un processo colmo di attesa. All’inizio le parole escono di getto, le idee si sovrappongono e l’autore “si legge scrivere”, con un misto di curiosità e desiderio. È come partire: si ha fame di mondo. In un secondo momento, la pazienza diventa la lima sottile che leva. Pulire gli eccessi, togliere, creare lo spazio necessario al respiro equivale al ritorno da un lungo viaggio. Ray Bradbury dice che nella scrittura, così come nella quotidianità, oltre alla sostanza serve l’agio, cioè il tempo di pensare e assimilare la vita. Le parole sono viaggi lenti. L’ho capito scrivendo. All’inizio, partivo con un biglietto di sola andata. Il tempo era misura flessibile. Solo in seguito ho capito l’importanza del limite.

Proprio per questo ci sono viaggi che, più di altri, sono diventati percorsi. A metà degli anni 2000, mi trovavo nel nord della Colombia. Fu lì che incontrai la traduttrice giapponese di García Márquez. Attraversava la Guajira alla ricerca dei sapori e dei colori di Gabo: “Tradurre è fare”, mi raccontò davanti al Mar dei Caraibi, mentre una vecchia wayúu ci offriva amache per riposare e whisky di contrabbando.

E fu ancora il mare a portare a riva un’altra storia, affinché la potessi conservare. Cipro è un’isola spaccata in due da una Green Line presidiata dalle Nazioni Unite. Nicosia è l’unica capitale europea ancora separata da un muro. Per andare dalla zona turca a quella greca e viceversa, bisogna attraversare un check point. Tra il 1953 e il 1956, lo scrittore Lawence Durrell visse nel piccolo villaggio di Belapais (detto anche Bellapais o Beylerbeyi). Nel suo libro “Gli amari limoni di Cipro”, Durrell descrive la propria visione degli eventi che, da lì a pochi anni, avrebbero portato all’attuale organizzazione politico-sociale dell’isola. Del libro restano impresse soprattutto le descrizioni di paesaggi e luoghi: “Ero preparato a qualche cosa di bello, sapevo che le rovine del monastero di Belapais costituivano una delle migliori testimonianze gotiche del Levante, ma non ero preparato alla bellezza mozzafiato dell’insieme” (p. 60). Lungo la strada che sale al paese, ci sono mandorli, peschi in fiore e case tradizionali: “Poi, passati sotto un arco, si sbuca sotto l’Albero dell’Ozio”. Durrell usa la maiuscola, e non a caso. L’Albero dell’Ozio è un concetto, uno spazio. È un luogo di suggestioni. Arrivato nella piazza principale, ancora oggi il viaggiatore cerca l’albero il cui nome invita a “pensare e assimilare la vita”. Poco importa se ci sono due (c’è chi dice addirittura tre) alberi che si contendono l’appellativo. Il viaggiatore ha il piacere di accomodarsi sotto ogni frasca per contemplare la convivenza, a volte armoniosa, tra la natura e l’uomo. “Gli amari limoni di Cipro” mi è stato donato da un’ascoltatrice di Fahrenheit, dopo una caccia al libro su Radio3 che è durata soltanto due giorni. Mi spiace di non ricordare il suo nome. Mi ricordo di lei, però, ogni volta che sfoglio il testo. L’ho fatto spesso, negli ultimi mesi. Durrell parlava di “islomania”, insulomania. Gli insulomani hanno un’attrazione irresistibile per le isole. Sarà per questo particolare incrocio di paesaggi, o per molti altri ancora, che ho sentito il bisogno di approdare sull’isola senza nome? Il mio ultimo romanzo non è semplicemente ambientato su un’isola: parte da un’isola, è parte di un’isola. Perché ogni libro è un viaggio. È un incontro tra meraviglie possibili.

 

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Paola Cereda, psicologa, è appassionata di teatro e viaggi. Finalista al Premio Calvino 2001 e 2009, ha recentemente pubblicato Se chiedi al vento di restare, edizioni PIEMME.

 

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