OLTRE LA PENNA di… Maria Daniela Raineri

Un motivo per cui era bello essere bambini negli anni settanta era il cinema.

Io vivevo in un paese molto piccolo, eppure potevo scegliere tra due sale.

La prima era grande, con galleria e platea. Al suo posto adesso c’è un supermercato.

L’altra, più piccola, era quella dell’oratorio. Hanno chiuso anche quella, ma almeno è ancora in piedi, e spero che un giorno o l’altro qualcuno la faccia ripartire.

Il cinema dell’oratorio non era destinato solo alle persone molto religiose. Proiettava di tutto: film di cassetta, film d’autore, pellicole di mostri giapponesi tipo Godzilla, Ragni Giganti e vari altri risultati di mutazioni atomiche.

Poi, naturalmente, c’erano i film per bambini.

Ne circolavano parecchi, all’epoca. Non solo cartoni animati.

Rispetto a oggi, c’erano molte più pellicole con attori in carne e ossa: Willy Wonka, ad esempio. Herbie il Maggiolino e tutto il filone Disney, Bud Spencer e Terence Hill.

Andavamo molto spesso al cinema, in quel periodo.

Eppure l’abitudine non cancellava la magia. C’era un’aria di attesa, c’era la sensazione che tutto fosse possibile, a partire dalle carte di caramella che, lì e solo lì, si potevano buttare sul pavimento (“Tanto poi passano a pulire”, ci sussurravano nel buio le nostre mamme, che mai avrebbero tollerato gesti simili in altre sedi).

Quando c’era un film per piccoli, la sala era quasi sempre piena.

Nel mio ricordo lo era anche quel giorno, in un pomeriggio imprecisato di un anno imprecisato nella prima parte dei 70 (avrò avuto cinque, sei anni al massimo), quando le nostre madri portarono me, la mia amica Sabri e sua sorella a vedere: “Dirki, un piccolo grande eroe”.

Ora: chi ha visto il film ha già capito tutto. Non occorre che legga la parte qui sotto. Può saltare direttamente alle ultime righe.

Chi invece non l’avesse fatto (cosa altamente probabile, visto che si tratta di un film che ha circolato poco, mai trasmesso in tv, immagino per i motivi che seguono) deve innanzitutto sapere che il film, con l’allarmante titolo originale “Lost in the desert”, si apre con un incidente aereo.

Il protagonista, Dirki appunto, bambino fragile e cagionevole di salute, sta sorvolando il deserto del Kalahari  sull’aereo pilotato dallo zio.

Lo zio è colto da infarto.

L’aereo cade. Nel deserto.

Lo zio muore.

Dirki e il suo cagnolino sopravvivono.

Dopo un breve contatto radio col suo papà, Dirki accende un falò per tenere lontane le belve feroci. Il fuoco distrugge l’aereo. E la radio.

Il tutto entro pochi minuti dall’inizio.

La mia amica Sabri, a quel punto, già piangeva. In silenzio, per non disturbare nessuno.

Io no. Non perché fossi una bambina particolarmente solida e forte, quanto piuttosto per una timidezza quasi patologica, che mi portava a reprimere il più possibile emozioni e sentimenti.

Piangere al cinema mi appariva strano, imbarazzante, poco opportuno. Roba da bambini molto, molto piccoli.

Così, con un grosso sforzo, mi impegnai a mantenere i nervi saldi e restai a guardare cosa succedeva al piccolo e malaticcio Dirki, solo, sperso tra le dune.

Ricordo di preciso fino a quando riuscii a resistere. Non versai una lacrima, ad esempio, nel punto in cui Dirki viene punto da uno scorpione, e nemmeno quando viene soccorso da un uomo del deserto  che però si mangia il suo cane.

Sono scoppiata quasi verso la fine, nel momento in cui Dirki cede, smette di lottare e, sfinito dalla sete e dal sole implacabile, si lascia cadere sulla sabbia.

A quel punto mi sono arresa, proprio come lui. A quel punto, io ero lui.

Il film finisce bene: il padre di Dirki fa lanciare da un aereo volantini con istruzioni e incoraggiamenti, e il bambino resiste fino all’arrivo dei soccorsi.

Ah, e il cane non era stato mangiato: era solo un’allucinazione causata dal veleno dello scorpione. O di serpente. Sì, perché c’erano anche quelli.

Tutto bene, dunque. Decesso dello zio a parte, tutto bene.

Eppure, queste ultime scene, io non le ricordo.

Ormai ero troppo disperata. Nessun lieto fine poteva consolarmi.

Ricordo benissimo però le facce degli altri bambini quando si accesero le luci. Piangevano tutti.

La sorella di Sabri era stata tra gli ultimi a crollare, ma solo perché era un po’ più grande di noi.

Fu una piccola tragedia collettiva.

Fu anche l’esperienza della potenza del cinema. Questo però lo avrei capito solo molto più tardi, insieme al motivo per cui le nostre mamme, nonostante ci vedessero così sconvolte, non ci trascinarono fuori dalla sala, ma ci lasciarono lì a guardare, restandoci accanto, appena appena dispiaciute ma in fondo molto tranquille, fino alla fine della storia.

Se ci avessero portato via, avrebbero sciupato tutto. Dirki non avrebbe segnato un prima e un dopo.

Chissà se è stato così anche per gli altri. Se non avessi paura di sembrare ridicola, andrei a parlare con ognuno di quegli ex bambini, per sapere se qualcuno adesso ha paura di volare, non sopporta la vista degli scorpioni oppure è ossessionato dall’idea che qualcuno possa arrostire il suo animale domestico. O se magari qualcuno è diventato pilota o esploratore.

Io e la mia amica Sabri, oggi, amiamo entrambe molto il cinema. E amiamo i viaggi. Io, però, nel deserto non ci sono mai stata, e per ora non ho in programma di andarci. Lei, non so.

 

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Maria Daniela Raineri è nata nel 1968. Ha scritto per la televisione e per il cinema. Il suo ultimo romanzo, pubblicato con Sperling & Kupfer a marzo 2015, è Un lungo istante meraviglioso.

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