OLTRE LA PENNA di… Luca Crovi

 

Sì lo ammetto sono un lettore goloso. Non mi tiro mai indietro quando si tratta di assaggiare un libro che mi sembri saporito e interessante.

Trovo fondamentale il primo approccio, quello con la copertina. Quello che mi invita a prendere un libro in mano e a sbirciarlo. A sondarlo nelle prime pagine, ad annusarlo per vedere se davvero mi divertirà. Per ragioni lavorative sono costretto a leggere pdf e bozzoni di libri in lavorazione, ma un libro vero è un’altra cosa.
E’ come se mi chiedeste che differenza c’è fra un brano ascoltato con un lettore mp3 e un disco ascoltato in vinile o anche in versione cd. Sono uno all’antica: di un libro, come di un disco amo la forma, la presentazione, il concept, tutto quello che lo renda vivo prima ancora della lettura o dell’ascolto. E se poi mi chiedeste se sono un lettore di genere, la risposta è sì! Amo la letterat
ura di genere! E quindi le pareti di casa mia sono sommerse da libri in doppia, tripla fila, stipati nelle librerie e persino negli angoli più remoti dell’appartamento. Sono volumi noir, gialli, thriller, horror, fantasy, fantascientifici, western e ci sono persino generi che potrebbero sembrare estremi come lo splatter punk, lo steam punk, il cyber punk. Ma devo confessarvelo non amo mettere le etichette ai libri, mi sembrerebbe di confinarli in un ghetto se li dovessi dividere per generi. A casa mia ci sono semplicemente cinque categorie logistiche in cui ho suddiviso le migliaia di libri che ho messo da parte negli anni: i libri musicali (biografie di cantanti, raccolte di canzoni, enciclopedie del pop, romanzi di rockstar, antologie di copertine di dischi, etc.), le antologie di racconti, gli autori italiani e gli autori stranieri. Se avessi dovuto scegliere delle sottocategorie come una qualsiasi catena di librerie sarei letteralmente impazzito nel trovare una definizione specifica per ognuno dei titoli inseriti e dall’altra parte la mia scelta sarebbe stata sempre parziale e fuorviante e inoltre mi avrebbe persino costretto a fare un catalogo delle opere che posseggo costringendomi a un lavoro titanico da bibliotecario. Vi sembrerà strano sapere che mi ricordo di ognuno libro che ho in casa perché l’ho acquistato o ricevuto da recensire. Ne ricordo in contenuti e persino molte delle copertine. Come per i dischi sono abituato a riconoscere i titoli dalla costa che di solito è sempre colorata ed evidenziata. Ho anche decine di libri che non ho mai aperto per problemi di tempo contingente, ma sapere di averli in casa mi tranquillizza perché nel caso decidessi di leggerli ed esplorarli so che li ho a portata di mano. Si potrebbe aprire un dibattito sul fatto se i miei libri siano o no amati dai miei familiari e se spesso i miei quattro bimbi e mia moglie non si sentano un po’ stritolati da quella massa di carta. Ma posso dirvi che i puffi da tempo sono utenti della biblioteca e della discoteca paterna abituati a prendere un titolo e rimetterlo a posto, senza disintegrarlo. Mentre mia moglie pur mal sopportando questa invasione di carta che popola la nostra casa mi chiede spesso libri da leggere mentre va al lavoro e di solito cerco di non sbagliare mai nei suggerimenti in modo da poter salvare anche gli altri fratelli di carta che sono depositati sulle librerie.

Tornando alla mia passione per la letteratura di genere, ho sempre pensato che non sia facile scrivere letteratura popolare di qualsiasi genere sia e che per poterlo fare bisogna avere una capacità speciale di poter arrivare alla sensibilità dei lettori. E devo dire che mi sento un uomo particolarmente fortunato perché negli anni ho avuto la possibilità di sbirciare da vicino molti degli scrittori che amo grazie al mio lavoro di giornalista e intervistatore. Mi piace sapere i segreti dei libri che ho in biblioteca, come e perché sono nati. Spesso mi sento dire da alcuni miei colleghi che la quantità di romanzi di genere pubblicata è spesso eccessiva, io devo ammettere che se fossero davvero tutti buoni la quantità non sarebbe mai eccessiva: «Sono d’accordo sul fatto che troppi noir sono mediocri», scrisse una volta Raymond Chandler in una lettera alla scrittrice Hillary Waugh nell’ottobre del 1955, «ma lo sono anche troppi libri di qualunque altro genere, secondo gli stessi parametri. E non accetterò mai l’assunto per cui a scrivere i noir sono gli scribacchini. Il peggiore di noi dà il sangue a ogni capitolo. Il migliore parte da zero a ogni nuovo libro. Gli scribacchini sono quelli che fanno con facilità cose che sanno che vale la pena fare, e che le fanno per soldi. Nessuno scrittore di noir che ho conosciuto ha mai pensato che quello che stava facendo non valesse la pena; sperava solo di farlo al meglio.” C’è molto di vero in quello che il «papà di Marlowe» sostiene in queste frasi e vi confermo il grande coraggio intellettuale che ho sempre trovato nei noiristi che ho intervistato. Così come ho sempre incontrato autori di western, di fantasy o fantascienza che avevano lo stesso coraggio. Questi scrittori amano il loro lavoro e i loro lettori e per questo li rispettano e non li prendono mai in giro, raramente girano intorno al proprio ombelico per raccontare una storia, in genere lo fanno sempre con il cuore in mano. Sono contento di avere avuto la possibilità di riraccontare alcuni di questi miei incontri speciali in volume come “Noir. Istruzioni per l’uso” (Garzanti) dove come scoprirete sono riuscito a far entrare autori davvero diversissimi fra di loro. E a proposito delle suddivisioni della letteratura per generi devo dirvi che sposo in pieno quello che mi ha raccontato una volta in una lunga intervista Richard Matheson, autore al quale devo molte delle mie emozioni di lettore: “Detesto che i critici dividano per generi letterari i romanzi – mi ha spiegato il grande maestro della suspense americano – Scrivo ogni tanto degli articoli ma l’unico editoriale non-fiction che io abbia mai scritto è stato per il Writers Digest. Si trattò di un vero e proprio attacco a quel tipo di mentalità che tende a fare distinzioni di genere. Una volta tenni un discorso a un convegno di scrittori scagliandomi contro la scrittura di genere.

Sono convinto che uno scrittore che ragiona per generi sia fuori strada. E’ forse vero che i lettori avvertono la necessità di distinguere gli scrittori in base al genere, di inserirli in comode nicchie ma io ho sempre cercato di scansare quest’operazione. Ho scelto appositamente di scrivere romanzi che contenessero elementi noir ed elementi horror e proprio in quel discorso indicai che “E’ talmente facile saltare da un genere all’altro che si può ambientare una storia d’amore su Marte come se si trattasse di un romanzo di fantascienza e che si può viceversa ambientare quella stessa storia d’amore nel buon vecchio West ed ecco che si è scritto un western oppure si può dislocarla in Transilvania ed ecco che si è scritto un romanzo dell’orrore! L’idea stessa di costringere uno scrittore entro confini predefiniti mi è aliena. Ci sono degli scrittori che continuano a scrivere la stessa cosa, che non la smettono mai di ripetersi, ma io ho sempre cercato di non incappare in quel tranello. Credo che a volte i miei lettori siano un po’ confusi perché ho la tendenza a saltare da un genere all’altro”. Io potrei aggiungere che questa capacità di Matheson di passare da un genere all’altro lo ha reso davvero unico nel suo modo di raccontare. Lo so che molti di voi mi guarderebbero strano se cominciassi a sostenere che “L’Inferno” di Dante è un grandissimo romanzo horror in versi, ma posso dirvi che quando lo presento così nella scuola dei miei figli molti studenti si accostano più volentieri a certe pagine, così come parlo dei “Promessi Sposi” come di un avvincente romanzo d’avventura. Se poi leggo ai ragazzi la recensione che Edgar Allan Poe fece del libro di Alessandro Manzoni tutti rimangono a bocca aperta. Se poi cito le recensione che Stevenson fece di Poe e quelle che Henry James fece di Stevenson, tutti mi guardano ancora di più in maniera stramba, come quando cito la passione dei Beatles e dei Led Zeppelin per J. R. R. Tolkien o quella di George Orwell per James H. Chase. E di qui in avanti potrei proseguire a rimescolarvi Clive Barker con Oscar Wilde, Stephen King con Donald Westlake, Joe R. Lansdale con Harper Lee, Mark Twain con Corman McCarthy, H. P. Lovecraft con Algernon Blackwwod. La letteratura è piena di incontri magici che ho scoperto da lettore e che mi piace ritrasmettere agli altri. Delle volte ho scoperto che oltre che goloso sono anche contagioso nelle mie passioni.

 
Critico rock e conduttore radiofonico si è laureato in Filosofia con Specializzazione in Storia Antica presso l’Università Cattolica di Milano. Dopo aver lavorato per le case editrici Camunia e Garzanti è diventato redattore presso la Sergio Bonelli Editore dove dal 1993 si occupa della collana Almanacchi. Contemporaneamente ha svolto l’attività di critico musicale per “Italia Oggi”, “Il Giornale” e “Max”. Ha debuttato come autore con un racconto dal titoloBietole al forno uscito nell’antologia Misteri(1992, Camunia), dopodichè si è dedicato allo studio delle origini e degli sviluppi della narrativa poliziesca in Italia pubblicando prima il saggio Delitti di carta nostra. Una storia del giallo italiano (2000, Edizioni Puntozero) e poi l’antologia del brivido L’assassino è il chitarrista, curata assieme il musicista Franz Campi (2001,Edizioni Puntozero). Per Marsilio ha realizzato la monografiaTutti i colori del giallo (2002), libro che si è poi trasformato nel 2003 nella omonima fortunata trasmissione radiofonica di Radiodue insignita nel 2005 del prestigioso Premio Flaiano. Ha pubblicato con Stefano Priarone i saggi Mr. Fantasy. Il mondo segreto di J.R.R. Tolkien (2003, Passigli) e Stephen King. L’Uomo Vestito di Incubi (2004, Aliberti) mentre con Seba Pezzani ha siglato il “rock thriller in salsa olandese”Tuttifrutti (2004, Passigli). Nel corso di ricerche d’archivio, ha ritrovato Il paese senza cielo di Giorgio Scerbanenco, e ne ha curato la riedizione  per Aliberti Editore nel 2003, così come assieme allo studioso Claudio Gallo si è occupato del rilancio editoriale di un feuilleton nero come “I ladri di cadaveri” di Jarro (2003, Aliberti). Ha scritto racconti noir per le antologie “La minestra sul cortile” (2006, Coniglio), “Anime nere” (2007, Mondadori) e “Uccidere per sport” (2008, Todaro) e siglato sceneggiature a fumetti per i volumi “I vizi di Pinketts” (2003, Edizioni Bd), “Arrivederci, amore”(2005, Vents D’Ouest), “Laggiù nel profondo” (2007, Edizioni Bd), e “Fantômas – Le nuove avventure” (2006, Edizioni BD), misurandosi per l’occasione con personaggi nati dalla fantasia di Andrea G. Pinketts, Massimo Carlotto, Joe R. Lansdale e Marcel Allain e Pierre Souvestre e lavorando con disegnatori come Maurizio Rosenzweig, Andrea Mutti e Angelo Busacchini.  
 
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  • claudio

    Grazie Luca, il tuo racconto è davvero entusiasmante e conferma tanti miei modi essere e di agire. Anch’io spero sempre di essere contagioso nelle mie esperienze con i libri, e mi sembra di esserci riuscito con il bambino più grande, un po’ meno con la moglie (ossessionata dalla carta in giro per casa) poco poco con il bimbo più piccolo, ma non mollo.
    Da un po’ di tempo sto vivendo più esperienze di carattere letterario, ricche ed interessanti, e più mi addentro nel mondo dei libri più tempo mi servirebbe e più divento schizofrenico, circondato dalla gioia indescrivibile di rapportarmi con i libri e dalla disperazione di non poterli avere, toccare, annusare, possedere tutti. Ciao. Claudio DP

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