OLTRE LA PENNA di… Laura Bonaiuti

Leggere prima di scrivere. Assorbire prima di trasmettere.

Ci sono persone che ti stanno accanto, e per questo ti insegnano a vivere. A soffrire, anche. E a rialzarti. Sono i familiari, gli amici, gli amori, e a volte i conoscenti.

E ci sono persone che non hai mai incontrato. Non sai che numero di scarpe portano, o se il mare li fa sentire a casa. Non sai se hanno mai imparato a cucinare, o se ricordano con affetto o con rancore il loro primo amore. Non le conosci, ma allo stesso modo ti insegnano a vivere.

Nei ringraziamenti in fondo al libro ne ho citate tre. Tre uomini che hanno cambiato il mio modo di interpretare il mondo e di agitarmi in questo piccolo corpo.

Zygmunt Bauman è stato una lettura della mia tarda adolescenza. Di quel periodo in cui ci si vede cambiare insieme agli altri e non si capisce perché vi sia così tanto dolore intorno, così tanta incapacità di riconoscerlo e di gestirlo. Per me la società era un mistero, un mostro in grado di sopraffarmi. L’insoddisfazione, la noia, la voglia di distruggersi, la ricerca costante di qualcosa. Zygmunt Bauman mi ha insegnato che la ricerca è vana. È partito da lontano per entrarmi dentro. Dal boom economico, dalle prime lavatrici acquistate con attenzione e con il proposito che durassero una vita intera. Dagli anni ottanta, dal capitalismo, dai prodotti che si moltiplicano e devono essere sostituiti, gettati e ricomprati, affinchè le aziende continuino a vendere e gli ingranaggi del capitalismo non si inceppino. Conservare gli oggetti significa alimentare la ruggine di questi ingranaggi. Bisogna consumare. Farne il senso della vita. Guadagnare per comprare. E poi per gettare via. In tutto questo, la pubblicità ha un ruolo centrale. Ci racconta che siamo insoddisfatti e che soltanto un prodotto può renderci felici. Non è il singolo spot a segnarci dentro, ma la quantità oceanica alla quale ogni giorno siamo esposti: “un’economia orientata ai consumi promuove attivamente il malcontento, erode la fiducia e rafforza il sentimento di insicurezza, diventando a sua volta fonte della paura diffusa che essa promette di curare o fugare”. Ci manca qualcosa, sempre. Siamo ossessionati da questa ricerca. Smettere di cercare è come liberarsi da una morsa. Concedersi il diritto di esser felici nel momento presente. Senza bisogni, senza l’urgenza di arrivare da qualche parte.

A Umberto Galimberti devo la comprensione del mondo e dell’infelicità che mi circonda, da un altro punto di vista rispetto a quello di Bauman – più psicologico e filosofico, che deriva dalla lettura de “L’ospite inquietante”. Avevo sedici anni. Non ricordo come sia entrata in possesso di quel libro, ma ricordo l’odore della sala d’attesa del medico di famiglia per una visita ordinaria. Ricordo il mio sguardo fisso su quelle pagine, la matita tra pollice e indice pronta a sottolineare le frasi importanti. Anch’io mi sentivo importante, a immergermi in saggi filosofici a quell’età. Mi sentivo adulta. E soprattutto, mi sentivo capita. Del nichilismo parlava Nietzsche, e Galimberti, attualizzandolo, mi ha insegnato a osservare i miei coetanei con occhi consapevoli, senza lasciarmi trascinare. Ho anch’io sperimentato l’autodistruzione che deriva dalla noia, dalla frustrazione, dall’insoddisfazione, dall’incapacità di trovare un posto nel mondo. Eppure non mi sono mai sentita sola né speciale per questo, ma piuttosto parte di un meccanismo sociale inarrestabile.

Poi, è arrivato il vero cambiamento. La rottura. La rinascita. Ho scritto una lettera a Umberto Galimberti su “La repubblica delle donne” e lui l’ha pubblicata. Vederla stampata e immaginarla in mano a migliaia di persone mi ha fatto capire qual fosse la mia strada. Io volevo essere letta. Volevo parlare, confrontarmi con gli altri – rispondendo in quel caso alle centinaia di email che mi erano arrivate – , esprimermi su ciò che accade, anche con durezza. Per questo ho scelto la strada del giornalismo e della scrittura.

Ma perché rimanere in Italia? Perché ostinarsi a restare aggrappati a una nave che affonda? Negli anni della crisi, i miei progetti di andarmene all’estero erano sentiti e convincenti. Mi immaginavo a Londra, o negli Stati Uniti, appoggiata al balcone a guardare da lontano la nave che si inabissa. Ma un giorno, un’estate, nella mia vita è entrato a gamba tesa Roberto Saviano. Sono entrate le sue parole di denuncia, ma soprattutto la persona che emergeva dalle parole, tra le righe. Tramite la lettura ho conosciuto un persona inquieta, insicura, ma determinata. Con la sua decisione iniziale di restare in Italia nonostante le continue minacce, Roberto mi ha insegnato che si può amare la propria terra anche se acciaccata, segnata dall’orrore, divorata dal malaffare. Proprio per questo si può – e si deve – restare. E confidare nel potere della scrittura, perché la verità non può rimanere “nel perimetro nella propria carne”. Per questo sono qui.

Ammiro e voglio bene a Roberto Saviano, come a Zygmunt Bauman e a Umberto Galimberti, anche se non li conosco. E non basta certo una riga di ringraziamento in fondo a un romanzo di una ragazza inquieta a farli sentire fieri del proprio lavoro. Ma vorrei trasmettere il senso di libertà e di speranza che la lettura riesce a dare.

 

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Laura Bonaiuti ha ventidue anni e studia giornalismo a Firenze, dove è nata. Ha pubblicato Se nessuno sa dove sei per Piemme.

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