OLTRE LA PENNA di… Andrea Fazioli

 

Parigi, place de la Concorde. Il freddo punge le ossa e fa uscire sbuffi di vapore dalle bocche. Passano turisti, ragazzi e uomini con una ruga tra gli occhi, immersi nei loro pensieri. Per terra, di fianco a un chiosco, noto un uomo sdraiato e avvolto in un giaccone lercio. Ha la barba incolta e un paio di scarponi ai piedi. L’uomo sta dormendo, vedo il petto che si alza e si abbassa. La gente gli gira intorno per non calpestarlo.

Un barbone, uno dei tanti? Il mio sguardo è colpito dalle sue mani: in una c’è un taccuino nero con la copertina rigida e nell’altra, chiusa in un pugno, tiene una matita. La punta svetta verso l’alto. Mi chiedo, mentre procedo oltre, come faccia quell’uomo a stringere la matita anche nel sonno. Soprattutto, mi chiedo che cosa abbia scritto nel taccuino e che cosa scriverà domani. Ecco qualcosa che non leggerò mai, una storia che mi terrà per tutta la vita sul filo della suspense. Più dei migliori romanzi mozzafiato, più di un thriller o di una infinita serie televisiva.

Che cosa c’è in quel taccuino? Potrebbero esserci banalità, oppure un segreto sconvolgente, parole in grado di cambiarmi la vita. O forse non c’è nemmeno bisogno di leggerlo: forse certi libri ci cambiano la vita anche restando chiusi…

Qualche giorno fa sono stato al Museo del Louvre, sempre a Parigi. Facendomi un varco nella fiumana di visitatori sono arrivato fino alla sala dedicata alle antiche civiltà del Medio oriente, e mi sono ritrovato davanti ad alcuni dei primi testi scritti nella storia dell’umanità. In particolare, mi hanno colpito tre piccole tavolette di argilla, risalenti a circa quattromila anni prima di Cristo.

Ho letto la traduzione dei caratteri cuneiformi e ho scoperto che una tavoletta riportava un contratto per l’acquisto di uno schiavo e di una casa. Un’altra dirimeva una questione circa la proprietà di una dozzina di capre. Una terza era una lettera in cui si annunciava a un re la morte di suo figlio in combattimento.

A ben pensarci, quelle tavolette sono quasi più emozionanti dei dipinti famosi e celebrati. Da tempo immemorabile non esiste più quella cultura, non esiste più nemmeno quella terra, che ormai è diventata un deserto. Non ci sono più né il fiume né l’argilla né tantomeno le capre. A distanza di migliaia di anni, si è persa la differenza tra l’acquirente e lo schiavo: entrambi sono polvere, come polvere è la casa e polvere è il re che apprese la notizia della morte del figlio. Che cosa resta, oggi, di quel giovane sfortunato? Nulla, in apparenza. Però noi sappiamo che è esistito. Possiamo dire di lui: era figlio di un re ed è morto in battaglia. Altri sono scomparsi, spazzati via dal tempo, quei due invece – lo schiavo e il re – si sono salvati. Insieme alle capre.

Ecco il potere della scrittura. Attraverso i millenni, oltre la consunzione e oltre la fine delle civiltà, un pensiero pensato dall’uomo continua a vivere. Migliaia di visitatori, al Louvre, vengono a sapere che c’era una casa e uno schiavo. Da una distanza remota, ecco di fronte a noi un re che aspetta notizie dalla guerra.

Ero quasi imbarazzato. In fondo, mi sono detto, sto sbirciando un segreto altrui. Senza volerlo, sto leggendo un messaggio privato. In un pomeriggio di gennaio del 2013, in mezzo al viavai del Louvre, fisso quei caratteri bizzarri e immagino il dolore, il pianto inaridito dai secoli ma ancora vivo: lo strazio di un uomo al quale annunciano la morte del figlio. Un momento che l’avrà segnato profondamente, e che ancora oggi, in modo magari impercettibile, segna la mia vita.

Mentre scrivo queste righe, un martedì sera di pioggia nella città di Bellinzona, in Svizzera, mi chiedo se mi sia sfuggito qualcosa. Sono un autore di romanzi polizieschi, perciò dovrei essere abituato ai misteri. Stavolta però credo di avere scovato qualcosa di grosso. Com’è possibile che le mie mani, correndo sulla tastiera, abbiano suscitato proprio questi due ricordi? È stato un caso? Non credo. Nessun detective crede mai alle coincidenze.

Volevo parlare di lettura, d’immaginazione, volevo mostrare la forza della parola scritta. Ora però nella mia mente il barbone con il taccuino si sovrappone al figlio del re babilonese, e sono sicuro che ciò non sia casuale. Un momento! E se fossero la stessa persona?

Non può essere. Eppure… Un barbone parigino, un principe della Mezzaluna fertile. Tra di loro, migliaia di anni. Un legame c’è, tuttavia. Parigi. La città di Parigi. Tutto può succedere, a Parigi, anche che dalla notte dei tempi un principe creduto morto torni nell’ampiezza monumentale di place de la Concorde, per uno sfasamento spazio-temporale che… No, scusate. Mi sto facendo prendere la mano.

Chiudo l’editoriale per Gli Amanti dei Libri e vado subito a scrivermi quest’altra storia. Mi sembra il minimo che possa fare, per quel povero vecchio re, dopo aver spiato di nascosto la sua corrispondenza. Forse dovrei tornare a Parigi, m’interrogo mentre spengo il computer. O almeno comprarmi un dizionario per decifrare i caratteri cuneiformi. Voi ne conoscete di buoni?

 

Andrea Fazioli vive a Bellinzona, nella Svizzera Italiana. Per l’editore Guanda ha pubblicato i romanzi “La sparizione” (2010), “Come rapinare una banca svizzera” (2009), “L’uomo senza casa” (2008, Premio Stresa). Per l’editore Dadò ha pubblicato nel 2005 “Chi muore si rivede”. Suoi racconti si trovano in antologie, giornali e riviste. E’ stato cronista per un quotidiano ticinese, “Il Giornale del Popolo” . Attualmente lavora come giornalista alla RSI (Radiotelevisione svizzera) e come insegnante. E’ in uscita in tutte le librerie il 17 gennaio, sempre per Guanda, il suo nuovo romanzo, “Uno splendido inganno”.

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