L’industria della carità – Valentina Furlanetto

Autore: Valentina Furlanetto
Titolo: L’industria della carità
Editore: Chiarelettere
Genere: inchiesta
Numero di pagine: 252
Anno di pubblicazione: 2013
Prezzo: euro 13,90

“Perché anch’io, che avevo un ben radicato giudizio positivo, alla fine mi sono chiesta: che cosa differenzia il non profit dal profit, una ong o una onlus, da un’azienda o da un’attività commerciale?”

E’ proprio da questo interrogativo che comincia il viaggio stupefacente e sconvolgente, guidato da Valentina Furlanetto, giornalista di Radio24, nel suo libro “L’industria della carità”, edito da Chiarelettere. L’autrice sviluppa la sua articolata inchiesta su un mondo di cui si sa davvero poco, vediamo molti manifesti, depliant o locandine che ci strappano una lacrima o ci fanno venire un groppo allo stomaco al solo pensiero di bambini malati o disabili non curati, ma anche di animali abbandonati o ingiustamente uccisi nel lontano mare artico, ma in realtà che cosa sappiamo di tutti i soldi che vengono raccolte grazie alla generosità delle nostre coscienze? Pochissimo, questo è un dato di fatto. E non è mica un’invenzione della Furlanetto, sono proprio le testimonianze degli impiegati nel settore non profit che lo raccontano e spiegano nel dettaglio fatti di certo poco risaputi. Un esempio molto recente? Prendiamo il caso di Haiti e del terremoto da cui questa terra è stata colpita; Evel Fanfan, presidente di un’associazione locale che si occupa di diritti umani, dichiara che il 66% di tutte le donazioni fatte nel mondo non sono state spese per la gente di Haiti, ma per il funzionamento della ong. Alcune di queste hanno comprato fuori strada costosissimi e il 20% delle risorse è finito in stipendi. E’ giusto tutto ciò? E ancora un altro caso, differente per spesa, ma identico nei contenuti:

“Abbiamo provato a protestare – dice sergio – ma lui ha detto che non capivamo nulla, che solo grazie alla pubblicità che potevamo farci avremmo avuto nuove donazioni e avremmo potuto fare altri spettacoli. “Mettiamola così – ha detto – oggi deludete venti bambini per avere i fondi per renderne contenti duecento domani.” Io non ero d’accordo, per me anche deluderne uno solo era vergognoso…” pag. 57

E’ giusto che così tanti soldi vengano destinati alle campagne di marketing? Parliamo di aziende o di associazioni benefiche? Fa bene la Furlanetto a farsi domande del tipo: “Ma quanti dei soldi raccolti finiscono effettivamente ai ricercatori che devono sconfiggere il cancro?”. La risposta può far davvero male alle nostre orecchie. E allora tutte quelle arance, quelle azalee, quelle uova di cioccolata e le sciaripine mostrate in tv a cosa servono?

“Secondo una ricerca dell’UniCredit Foundation, il non profit italiano fattura più della moda: vale 67 miliardi di euro, il 4,7% del Pil e dà lavoro a oltre 650.000 persone…”

Ma i soldi non sono che una parte della questione, c’è molto altro da sapere. Che fine fanno i vestiti che lasciamo ai poveri? Come funziona il sistema delle adozioni internazionali? E il commercio equo e solidale?
La filantropia ha fatto cose importanti, ma è anche il simbolo del fallimento della politica. Rendiamoci conto che ci sono esseri umani che dipendono dalla generosità di altri e altri ancora che dipendono dalla gestione di queste offerte.

Quella della Furlanetto è un’inchiesta ben sviluppata, molto dettagliata e ricca di testimonianze e numeri che dimostrano le tesi che l’autrice sostiene e desidera documentare. Dopo tutta questa argomentazione sul libro, terrei a precisare una questione: l’autrice non intende demonizzare la carità, parlando di industria riferita a questo settore, esprime chiaramente l’intento di voler portare alla conoscenza di molti una gestione che sicuramente sarebbe meglio perfezionare e ricorda che non parliamo di aziende con le relative funzioni di sopravvivenza volte a raggiungere l’economicità, ma parliamo di persone. L’intento è sensibilizzare, attraverso i lettori del suo libro, chi gestisce queste vere e proprie macchine da soldi. Ricordiamoci che parliamo di filantropia.

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Riccardo Barbagallo

Lavoro da qualche anno nell'editoria, mi occupo di comunicazione per editori e autori e sono un digital addicted. Al contrario di altri, non mi posso definire un lettore da sempre, 'La coscienza di Zeno' in prima media è stato un trauma troppo forte da superare per proseguire serenamente la relazione con la lettura. Più avanti ho deciso di leggere un libro per piacere, e non per obbligo, ed è stato lì che ho capito quale sia la vera forza della lettura: la capacità di emozionare. Credo che sia questo il segreto, se così possiamo definirlo. Non ho più smesso.

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