L’ElzeMìro – Temi e variazioni 3

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                                            Romaine Brooks (1874-1970) Autoritratto, 1923, olio su tela, Smithsonian American Art Museum

                3. L’altèra della lampa 

                                                                           da Carlo Porta vv. 19-30 I desgrazzi de Giovannin Bóngee

…Quand m’hin adòss che asquàs m’üsmen el fiaa

/el primm de tütt, che l’eva el tamborìn,

/tràccheta!el me sbaratta in faccia el lanternìn…

/Basta: on sciór ch’eva impari a stó birbón,

/ch’el sarà staa el sur respettór senz ólter,

/el me dis: Chi siete?Che mestér fate

/ Indove andè? Dicete!* Dicete, incalza l’ispettore in redingotte il Giovannino che, strìnto a una cantonata, non ricordava affatto nel frangente che lì sbucasse un vico – ma ai vicoli talvolta accade di sbucare di per sé dal nulla prima che da loro sbuchi un qualcuno fuori di sé- e, da schioppi e baionette circondato, come cavarsi pensava ah sì il Bóngée, -rondàvano le ronde le città una volta, nel caso di croazzi con l’inspectóre loro- e, dai lanternini degli sbirri alle lacrime accecato, dell’isvanìre loro, uso de’ balli in maschera caso nei vicoli, non s’accorse il Giovannino; al posto apparve per incantamento una bella d’eleganza altera che con altra lampa l’alumbràva luminosa, tanto da sembrare che scaturisse dalle mani sua, diàfane, ossute, belline tanto; Ma va’ che, accennò ‘l Bongée ‘l Bongée e, Giovannino buonasera, lo salutò la dama d’infilata; e lù intronato, Per servirla, le rispose e nel contempo, in italiano, sembrò che balbettasse, Maestà… sso’ ffritto già. No sì mi servirai non ora… o prima o poi, la bella sciura ribatté; poi, fosse il su’ lume a soffiarsi via o fosse lei a soffiarlo, come sbadiglio nel buio disparì. Ripreso sé medesimo e la strada, Giovannino scoprì quei della ronda, sparsi, trafitti, gorgoglianti sangue tutti, Ah sanguanón, clamò ad alta voce a’muri muti, corse alla su’ casa e, sbanfàndola, farfugliò la faccenda alla su’ sposa, moglie non di favola colei, assennata nell’ispirare stupidezzi acuti, errori risoluti, carognate; no, simile al pisellino noto della nota principessa, ogni ostacolino tra ‘l su’ core e lée destava infatti alla paralisi dell’ansia la consorte del Bongée, la casa affidata alla sue cure di giorno pullulava d’intenzioni, di gesùmmarie sotto le coltri della notte. Me paressi’l tempo… quaicosa… lo so mica… forse il farmacista, fu la prima cojonata che le venne in mente; Bongée la colse, uscì, non ritornò, dismenticò. Varcò le porte di città in quella notte i’Giovannino, tirava un vento freddo, poi un föhn, sembrava nevicasse eppure no. Ei camminava e camminava, e venne Aurora, la dalle dita rosa, Giovannino si scaldò, Va’ un po’ di sole, mormorò, Meno male; senza capire quel ch’avea detto seguitò il cammino. Andò per molti luoghi, non arrivò in nessuno perché fermarsi non si fermava mai, passò per laghi brillanti di lumini e poi per drénto e su e giù per monti che, vattelappésca, diceva gl’ispirassero la quiete della culla, imparò lingue e paesi, ora su un fiume ora su sproni alti di roccia appesi, ricchi di ponti, castelli e cattedrali dove talvolta Giovannino si chiudeva a pregare giusto per, e per dormire. Vivere del sò mestè viveva, il sarto, e tagliava e cuciva abiti belli a questi, a quelli; il giorno sorrideva a Giovannino. Una sera tuttavia che allegro o quasi mangiava a un’osteria, Al cavaliere blu, dentro e fuori la luce s’eclissò, poi la luna. Qualcuno del paese in quell’oscurità disse d’aver notato poi, mai vista prima, una dama dall’eleganza di, Duchessa… anzi principessa, precisò, Che passeggiava col Bongée nell’ombra… una straniera… piuttosto estranea, concluse il tale, Con un’altera lampa.

Schermata 2017-05-09 alle 10.58.25

* Quando mi sono addosso quasi d’anusarmi il fiato/di tutti il primo che era il tamburino/tràccheta, mi sbatte in faccia il lanternino…Basta, un tipo della stessa pasta a questo qui/che sarà stato si sicuro l’ispettore con quel lì/mi guarda bene in faccia, Chi siete/dice, e dove andate e che mestiere fate. Dicete

BARTURO 10

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Pasquale D'Ascola

Pasquale Edgardo Giuseppe D'Ascola, già insegnante al Conservatorio di Milàno della materia teatrale che in sé pare segnali l’impermanente, alla sorda anagrafe lombarda ei fu, piccino, come di stringhe e cravatta in carcere, privato dell’apostrofo (e non di rado lo chiamano accento); col tempo di questa privazione egli ha fatto radice e desinenza della propria forzata quanto desiderata eteronimìa; avere troppe origini per adattarsi a una sola è un dato, un vezzo non si escluda un male, si assomiglia a chi alla fine, più che a Racine a un Déraciné, sradicato; l’aggettivo è dolente ma non abbastanza da impedire il ritrovarsi del soggetto a suo Bell’agio proprio ‘tra monti sorgenti dall’acque ed elevate al cielo cime ineguali’, là dove non nacque Venere ma Ei fu Manzoni. Macari a motivo di ciò o, alla Cioran, con la tentazione di esistere, egli scrive; per dirla alla lombarda l’è chel lì.

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