L’ElzeMìro – Temi e variazioni 1.

Teodora

                                                                                            Teodora – Sant’Apollinare – Ravenna (IT)

Schermata 2017-05-09 alle 10.58.25

                                        1. Il Rinacheronte, una conferenza alla Cechov

                                                                   da I danni del tabacco di Anton Cechov (1860-1904) – Teatro, Garzanti

… A loro, gentili signori, propongo di rapportarsi alla mia presente conferenza con la dovuta serietà, altrimenti non se ne caverà nulla. Chi fosse spaventato da un’arida conferenza scientifica, chi non l’apprezzasse, può non ascoltarla e uscire. Si aggiusta il gilet. Intendiamoci gentili… della morte ognuno ha qualche nostalgia… difficile chiarire se di quella prima o quella dopo. L’uomo, che siede a un tavolo da quattro con altri tre commensali, sodali o forzati e se e come o perché non sappiamo dire, esita o finge esitazione, di nuovo si aggiusta l’elegantissimo gilet sotto il dinner jacket – inattuale chi che al dinner indossi il jacket e non il berretto di un qualche mai praticato  baseball –  raccoglie dal proprio piatto gli ultimi sospiri di un dolce al cioccolato, poi la forchetta posa sul bordo a ore cinque e trenta, leva da un astuccio un sigaro, cioccolata e tabacco, ha testé stabilito, sono coppia alchèmica; uno zolfìno acceso tra due dita, gli sguardi strabici di fatto di due malfatte americane intercetta con una miráda prùssica, fa intendere qu’on est au-dehors demoiselles, e al sigaro da fuoco; coppe o ballons di vino cincischiano sulla finissima tovaglia, dei tre in ascolto ognuno ha innanzi un piatto vuoto coi segni d’un dolce consumato; l’uomo non sorride, prende fiato e dice, Si osservi l’assassino… se agisce nell’interesse personale… diletto per delitto incluso e certo l’economico… ebbene è male molto male… v’è chi s’adopra piuttosto e tuttavia per dovere…. benché sia noto quanto ai bimbi piaccia il c’era una volta rinnovato… così come all’ascoltatore in estasi all’opera il da capo… tenere l’abilmente conquistata abilità d’uccidere lontana dalla voglia di ripetizione acritica… che l’atto assuma quindi l’intransigenza missionaria dell’esaudita vocazione… un assassino ha da esser franco non solo cacciatore… lontano anzi per così dire assente dal bersaglio… o si rivela macellaro semplice… tossico dal sangue dipendenteUna fumata vagola per l’aria, le americane brontolando s’alzano, l’uomo le guarda, non le vede, ripiglia, C’è da dubitare che per metafora o ardita metonìmia nel dar la morte ad altri la propria l’assassino si procuri in differita… se egli uccida per fuggir gli dèi o sé o un solitario ascoltatore… un poeta antico cantando beninteso ne avrebbe domandato… chissà però se voi sapreste domandarvi. Si aggiusta il gilet, parrebbe un tic, beve di vino men che un accenno; gli altri, tacciono in tre, l’uomo, ha l’aria di dover concludere, L’umano tuttavia gioca i suoi dadi al tavolo del naturale desiderio di finire… al fondo dell’imbuto. S’interrompe per tossire, si versa e beve un sorsata, d’acqua però, poi, scandendo, Non incontro al per sempre… incontro al mai più… verso la fine… never forever… un far fuori il tempo… signori l’assassino o è un dio remoto… anche da sé stesso beninteso… o non è tale ma servo e nocchiero d’Acheronte… un rinoceronte d’inaudita o no crudeltà e ferocia… la fiera tuttavia è ferina per fame o paura e basta… l’assassino è pietra di morena che rotolando, salti e rimbalzi e non dia eco… misericordia è quella del franco cacciatore che non ama né odia né ha sogni o paure o bisogni… sterile e frigido agisce e non agisce alla lontana. Pare che un attimo arresti in un’icona come sono i tre. L’uomo spenge invece il sigaro. Si aggiusta il gilet.

BARTURO 10

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Pasquale D'Ascola

Pasquale Edgardo Giuseppe D'Ascola, già insegnante al Conservatorio di Milàno della materia teatrale che in sé pare segnali l’impermanente, alla sorda anagrafe lombarda ei fu, piccino, come di stringhe e cravatta in carcere, privato dell’apostrofo (e non di rado lo chiamano accento); col tempo di questa privazione egli ha fatto radice e desinenza della propria forzata quanto desiderata eteronimìa; avere troppe origini per adattarsi a una sola è un dato, un vezzo non si escluda un male, si assomiglia a chi alla fine, più che a Racine a un Déraciné, sradicato; l’aggettivo è dolente ma non abbastanza da impedire il ritrovarsi del soggetto a suo Bell’agio proprio ‘tra monti sorgenti dall’acque ed elevate al cielo cime ineguali’, là dove non nacque Venere ma Ei fu Manzoni. Macari a motivo di ciò o, alla Cioran, con la tentazione di esistere, egli scrive; per dirla alla lombarda l’è chel lì.

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