L’ElzeMìro – So long sour Elzemìro

BAMANTI

                                                  Desideria Guicciardini- L’omino macchina per scrivere      

Oggi è il 2 luglio come sa chiunque si ricordi che ieri era il primo oppure consulti il calendario con quell’assiduità che hanno le persone schedulate, dedite cioè alla programmazione ossessiva delle ore loro e alla consultazione del telefono in attesa che quest’ultimo gli lanci messaggi, appelli, responsi, oracoli. Insomma oggi martedì 2 luglio l’Elzemiro saluta ma non abbandona i suoi qualcheduni lettori, chissà se arrivano a contarsi in otto, si prende una vacanza estiva un po’ lunga, ma annuncia che da settembre 3, 2019, sempre ch’egli sia vivo e in buona salute, proseguiranno le puntate di Olio di lino e poi e poi e poi a ottobre e oltre, altre meeemorabili ( dice Malefica la strega della Bella addormentata) storielline. Per questo mese invece L’elzeMìro ripresenta alcune di quelle tra le prime pubblicate, chissà magari qui o là un cincinìn rivisitate. Buone ferie a chi le sta già facendo, a chi le farà e a chi non le farà perché comunque i mesi estivi rallentano gli orologi anche a’ corridori, ai capi reparto e ai capi manipolo. Belle cose. L’ElzeMìro.

Schermata 2017-05-09 alle 10.57.25

                                                        Zin zan zen

Si racconta che ordinato dal suo priore alla cura del giardino nel tempio, un giovane monaco, dopo attento lavorìo riuscì a rendere il giardino stesso bello e pulito e ordinato come l’acconciatura di una giovane dama, anzi meglio, pensò il ragazzo a lavoro terminato. Lieto e dolcemente orgoglioso di tanto risultato, e per dirla tutta anche rasato di fresco e a modino, il giovane andò in cerca del maestro ma questi, come era solito ma nei momenti più imprevedibili della giornata, era entrato in meditazione, sicché c’era da attendere che ne uscisse. Per ingannare l’attesa, non così facile da ingannare, anche il giovane sedette sul cuscino da meditazione a rispettosa distanza dal priore e, lottando con se stesso per non tornare ogni volta con l’immaginazione alle proprie aspettative di lodi e soddisfazione personale, molto poco per volta, finalmente si staccò dalle sue speranzelle e gli riuscì di accoccolarsi in una quiete vigile e svagata.

Dopo alcune ore, quando maestro e allievo  lenti lenti si alzarono ed ebbero compiuto gli esercizi per sgranchire le gambe, finalmente s’avviarono in silenzio verso il giardino; il silenzio non era indispensabile ma si sa che i maestri sono di poche parole soprattutto per evitare di rispondere a domande sulle scena delle quali chi le formula ha già abbassato il sipario delle proprie risposte. Il giovane era fiero di poter mostrare al priore il suo umile ma perfetto lavoro ma, questa fierezza sapeva di doverla domare con quella che, altrove, in altri mondi si sarebbe chiamata signorilità. Sì, sembra perfetto, disse il maestro con la più morbida delle sue voci, Ma dammi il sacco delle foglie morte. Senza pensarci su il ragazzo andò a prendere il sacco delle foglie e lo portò al maestro. Allora, esclamò questi dando di piglio al sacco e lasciando che con un sol gesto una gran nube di foglie piovesse sul giardino, Ecco, ora è perfetto. 

Ciò che la tradizione non racconta è quanto tempo impiegò il ragazzo a misurare l’arco di cerchio da cui piovve la disposizione di tutte quelle foglie a terra, e a beneficio del maestro, nel tempo duplicarne il gesto.

Schermata 2017-05-09 alle 10.57.25

                                   I discorsi degli uccellini a Sils Maria

Umano mangiarsi gli uccellini se occorre, troppo umano non farlo 

 De divinis manducationibus – Anonimo fiammingo XV sec.

La folle bellezza del lago di un mare che si è dato un limite, disse tra sé timido il professor Pforta cominciando a spogliarsi e proseguì, Ecco le voci degli uccellini… che sia canto è opinione corrente… tale in grazia di un sentimento sentimentale… lo stesso cui ci neghiamo noi scettici e sereni… lo stesso che ha fantasticato l’ircocervo le sirene e l’araba fenice, che vi sia ciascun lo dice… ma nessuno sa come definirli se canti o racconti le voci di passeri e corvi e falchi e tordi… all’aurora e a sera… però gli uomini… quelli che possono… con l’eccezione dei fornai dei sofferenti e degli insonni… all’aurora amano crogiolarsi in ciò per cui sono più portati… il sonno di cui il sogno è il superstizioso corollario e gli occhi desti una formalità che la notte chiude… senti senti, tutto un tril tril di voci intrecciate che disorienta non meno dei raggi di una ruota in corsa quando sembrano rotolare al contrario della ruota stessa… illusione ipnotizzata dal desiderio che spinge ad agire da stupidi e per lo meno da imprudenti… non sappiamo dunque se càntino o cóntino insensate filastrocche gli uccellini, uno due taglia il bue tre quattro dagli al matto, come bimbi stregati dal ritmo del proprio girotondo… o piccinìni tutti presi dal suono del loro lallàre per lallàre…

Per qualche istante i bottoni dei pantaloni incepparono i pensieri del professor Pforta. Poi, spiando intorno se qualcuno lo osservasse e benché poco gli importasse mettere del tutto a nudo la propria scarsa grecità, arrivato ai mutandoni li cavò e, come fosse la sua lingua a parlare da sé, proseguì sottovoce… Non si sa se si tratti magari di un’epica propria che annunci e distilli nel canto tempeste… dolore o… il perché e il che cos’è di tanto dono neppure Darwin ha saputo dire e chissà che vedendosi morire intorno i loro compagni cantino lo stesso gli uccellini… o che a loro cantare piaccia in sé e per sé senza motivo… la natura non deve inseguire nessuna naturalezza… resta che chi ascolta da quel canto è incantato… eccola.. canto è… 

Il professore toccò con piede la bella superficie del lago, l’acqua gli sembrò un invito privo di ambiguità, vi si immerse e cominciò a nuotare. Dopo un po’ la sua testa sembrò meno di un puntino e l’isola ombrosa in fondo al lago immensa. 

BARTURO 10

0
Pasquale D'Ascola

Pasquale Edgardo Giuseppe D'Ascola, già insegnante al Conservatorio di Milàno della materia teatrale che in sé pare segnali l’impermanente, alla sorda anagrafe lombarda ei fu, piccino, come di stringhe e cravatta in carcere, privato dell’apostrofo (e non di rado lo chiamano accento); col tempo di questa privazione egli ha fatto radice e desinenza della propria forzata quanto desiderata eteronimìa; avere troppe origini per adattarsi a una sola è un dato, un vezzo non si escluda un male, si assomiglia a chi alla fine, più che a Racine a un Déraciné, sradicato; l’aggettivo è dolente ma non abbastanza da impedire il ritrovarsi del soggetto a suo Bell’agio proprio ‘tra monti sorgenti dall’acque ed elevate al cielo cime ineguali’, là dove non nacque Venere ma Ei fu Manzoni. Macari a motivo di ciò o, alla Cioran, con la tentazione di esistere, egli scrive; per dirla alla lombarda l’è chel lì.

Ti potrebbero interessare...

Login

Lost your password?