L’ElzeMìro – Ora làbara

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                                                                      Félix Valloton (1865-1925) – Donna che fruga in un armadio -1901                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                     

….come molte vittime della retorica, il Pappanti non saprebbe decidersi se perirà pe’ignota, estranea, o propria mano. Indugia, prima del pranzo in trattoria, s’incontra a scrivere su un blocco di carta millimetrata, l’unica trovata in tabaccheria, bah. Scrive e scrive per difetto o per eccesso, da minatore. S’ascolta rispondere a Zenone Psèudolo che sussurra, Dunque xe lu el che me cita, ch’el ciol….Avrei pensato mai….Che mi fusi vivo parvìa che son vecio più del dovuto, bislacarìe….Lei ha scritto….Una sola opera, proparossìtona, d’acènto sdrùciòlo come àsolo asole, buse strènte par un botòn1, sòlo, asole, mirìaia1….

Il Pappanti, Che sono me, esclama non reclamato, da sempre lamenta di possedere, in nuce, del poeta il terreno esacerbato ma, su questo di quello fondare l’edificio sentirsi incapace; o Gottfried o Benn. Tuttavia, vede bèn mutare la propria scrittura col mutare di chi scrive. 

Zenone, Benn iera òtimo sa, nell’opera estetica e del paro in quella etica, tra i poeti germani un ciclope pien de oci, falìsche de montùra interiòre candidata de traversa, nobel dovuto e negato, cos’el voli che i fazesi, un nobel a chi fa dell’esilio la propria cuna e di questa una wehrmacht  no- bel par Sviadèsi, Balivèrne protestanti.2

Il professore osservava la propria penna ricamare la carta millimetrata, lettere in volute minute, una canzona d’inchiostro che svolava, incuriosito dal comporsi di una scrittura altrui, forastièra; a quel punto più niente da fare. Al tócco, dov’era il Pappanti, Signore, la cameriera domandò, se gradirebbe desinare costì sotto la pergola; declivio d’ulivi, laggiù la piana di Certaldo, ottocento e ringhierine dopoguerra; strano, convinto d’aver sempre mangiato costà stesso, abitudinario noto, s’accomodò, benché; s’imbavagliò col tovagliolo, dunque ordinò, Picicac’eppepe3, oh cari oh buoni, Una bella porzione, rosso, mezzo litro; Ah, fichi. Mormorò, La toscana al meglio s’esprime nella prospettiva collinare, mezz’altezza, nulla di mezzo, da mongolfièra. Capiva di approssimarsi al ruolo di esergo, addirittura postfazione di sé; Nel mezzo metafisica e pulizie di casa…All’orizzonte degli eventi, cioè della carta millimetrata, sorse pian pianino un’ottava ababàbcici, 

Prepararsi a inseguire questa vita

nuova, ombra ch’invita, che segue, ignoro

se, quanto, si leghi alle mie dita.

Brilla in chiaro, a sufficienza, l’oro

oscuro, bizantino d’una pita

splendente, è il profumo d’alloro…

è ovvio, che si dimostri potente

il mare, è un topazio. Impudente.

Ìllico quel pomeriggio il Pappanti partì per Trieste, città di cui tutto ignorava. L’altro, il scritòre4 invece, no.

 

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1  Zenone,  l’oscuro autore di Àsole, già noto a qualche lettore dell’ElzeMìro, e che qui pare al Pappanti gli parli,  è triestino e in quel dialetto si esprime d’elezione. Traduciamo: Dunque è lei che mi cita, che prende… Che fossi vivo perché sono più vecchio del dovuto, stupidaggini…. una sola opera con l’accento sdrucciolo (sulla terzultima sillaba) proparossìtona, come Àsolo (Tv) e àsole, occhielli stretti per un solo bottone, asole, mirìaia= miriadi+migliaia

2 Benn fu ottimo sa…un ciclope pieno di occhi, scintille della divisa candidata/candeggiata dal grembiule/traversa da medico  (allusione a un probabile motto di Benn stesso sull’esilio come medico militare della Wehrmacht) cosa vuole che fecessero, nobel  a chi fa dell’esilio la propria cuna=culla; no bel per  Sviadesi/Sviada = sviamento + svedesi.  Balivèrne = locali gelidi e spifferosi, in genere, tempacci da lupi, protestanti.

3 Pici cacio e pepe. Spaghetti di grossissimo calibro tipici  del senese e in genere della Toscana centro meridionale, i pici, dopo la cottura si apparecchiano con una enorme quantità di pecorino fresco, olio e, appunto pepe a neve. Semplici e strepitosi. Occorre servirli in tavola non secchi e incollati e come tutte le paste bene al dente. 

4 lezione triestina, veneta in genere, per, lo scrittóre. Si osservi qui e altrove in ambito dialettale, l’uso di aprire le vocali, è ed ò, là dove il toscano vuole é ed ó. Per il triestino, fonte https://www.aTrieste.eu.

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Pasquale D'Ascola

Pasquale Edgardo Giuseppe D'Ascola, già insegnante al Conservatorio di Milàno della materia teatrale che in sé pare segnali l’impermanente, alla sorda anagrafe lombarda ei fu, piccino, come di stringhe e cravatta in carcere, privato dell’apostrofo (e non di rado lo chiamano accento); col tempo di questa privazione egli ha fatto radice e desinenza della propria forzata quanto desiderata eteronimìa; avere troppe origini per adattarsi a una sola è un dato, un vezzo non si escluda un male, si assomiglia a chi alla fine, più che a Racine a un Déraciné, sradicato; l’aggettivo è dolente ma non abbastanza da impedire il ritrovarsi del soggetto a suo Bell’agio proprio ‘tra monti sorgenti dall’acque ed elevate al cielo cime ineguali’, là dove non nacque Venere ma Ei fu Manzoni. Macari a motivo di ciò o, alla Cioran, con la tentazione di esistere, egli scrive; per dirla alla lombarda l’è chel lì.

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