L’ElzeMìro – Olio di lino – Quarta puntata

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Non lo so, non si sa, chi lo sa, ah ah ah, e via così; a dispetto della presunzione che ogni narrare chiude in sé, ovvero quella di qualcosa dire, di rivelare cosità, sostanza in pectore, mirroring beef, tessutame ordito, oh oh oh, grana grossa d’ogni fato e substrato solido dell’universo mondo, ebbene dunque ciò nonostante, di ogni scrittura senz’altro scopo tranne l’occorrere, il presentarsi senza nulla dichiarare alla frontiera e non saper di andare e dove, il minimo che se ne possa dire è che riempiendo un vuoto pare lo svuoti. Già all’iniziare questo viaggio per corriera, certo un po’ anzi e un po’ dopo la frontiera dove nessuno l’ha fermata, la corriera, Ph ha sobbollito l’impressione via via mutata in convincimento su ciò che scrive e che finora ha scritto, un girellare intorno alla propria cella, per usare l’espressione di un’accademica di Francia, ah sì lei sì sapeva la signora Yourcenar, forse non sola; d’altro non si tratta ma, dice Ph al suo magro alter, da prima che per misteriose analogie egli cominciasse a capitalizzare trigliceridi e giro fianchi aveva preso aìre un analogo processo d’ammasso letterario, di titolame tossico, in dialetto finanziario. Insomma tutto un esplodere in ciccia senza forza e precipitare di forze senza ciccia, un pallone gonfiato… il titolo Lapislazuli, chiuso in valigia, su cui lavora da infinito tempo senza trovargli forma, cento cartelle magre, loro… eppure è tutta aria a sostenere palloni e alianti, gran fenomeno fisico per dirla giusta, tutto ciò che vola poggia dove se non su cirri e spifferi, chiedere a un’aquila; e vola vola vola bambingesù/ ch’altro non c’è lassù, enjambement, eccetto aria. Fortuna vuole che de’ diritti e loro annessi camperebbe fino a una fine dei giorni suoi e altrui Ph, e da petroliere russo sicché… tornando al Corpo d’Africa qui davanti a lui dal diteggiare telefonico continuo e dallo sguardo che innamora -le statue hanno il vantaggio di essere intangibili e inarrivabili, nessun compromesso con la ciccia- l’incidente d’amore ha già provocato; e in più Ph nulla s’aspettava, la vista non lo inganna, quella testa, gli mette in mente l’ebano ma lo cancella subito, dà segni minimi piuttosto di una passione schiava e triste, giovanile assai (per un nonnulla piangono gli anziani che in quel non-qualcosa rintracciano di tutto l’inconsistenza tutta; piangono i giovani si sa, ma occorre che di un ente siano privati o ritenuto tanto, not having of solace quantum) tale da colmare le sclere bianche di lacrime soppresse ‘sì che Ph figura sé pronto al soccorso… sarebbe il caso o non sarebbe… eccome si domanda, con che diritto, con che formula infilerebbe la propria sènsilabiltà… oblunga nelle pliche della madonna addolorata.

S’arresta finalmente la corriera nel mezzo d’una corte di casette poste in ordine d’età e di stile da un probo popolo di nani, fine corsa. Ph s’affatica a levare il deretano, teme per il proprio valigiame, come lo trasferirebbe dal bagagliaio all’alloggio prenotato. Esaudiménto d’un desiderio non formulato ancora, c’è un tale pronto a trasporti con il suo carretto e anche la donna, eccola qua, è scesa e al grosso anziano con al collo una borsina per medicinali termica oh che all’ascella allunga i bracci l’adorabile negressa così da non slogargli o peggio polso e spalla, very skilled. Le piace il cinema, balbetta Ph che, abbarbicato a quell’audacia da infermiera, sta annegando nel suo profumo black numéro cinq mille. Sprovvista di risposte adatte, replica l’icona e non vuol dire niente, Oh a me non pensi; Ph parla brusco, al naturale, Somiglio è vero a Orson Welles e non pretendo che lei ricordi ma, di palo in frasca aggiunge, Perché occuparsi coi fatti altrui e per di più inventati… la ringrazio tuttavia. Ph quella notte, nel mezzo del suo letto a due piazze, sorprese la sua bitta a rizzarsi tra le gambe, oh allora, e nel deserto di silenzio del villaggio si accorse del rombo solitario di una moto.

BARTURO 10

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Pasquale D'Ascola

Pasquale Edgardo Giuseppe D'Ascola, già insegnante al Conservatorio di Milàno della materia teatrale che in sé pare segnali l’impermanente, alla sorda anagrafe lombarda ei fu, piccino, come di stringhe e cravatta in carcere, privato dell’apostrofo (e non di rado lo chiamano accento); col tempo di questa privazione egli ha fatto radice e desinenza della propria forzata quanto desiderata eteronimìa; avere troppe origini per adattarsi a una sola è un dato, un vezzo non si escluda un male, si assomiglia a chi alla fine, più che a Racine a un Déraciné, sradicato; l’aggettivo è dolente ma non abbastanza da impedire il ritrovarsi del soggetto a suo Bell’agio proprio ‘tra monti sorgenti dall’acque ed elevate al cielo cime ineguali’, là dove non nacque Venere ma Ei fu Manzoni. Macari a motivo di ciò o, alla Cioran, con la tentazione di esistere, egli scrive; per dirla alla lombarda l’è chel lì.

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